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OpenClaw e Hermes, agenti AI all’attacco del governo di Taiwan

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Gli agenti AI hanno smesso di essere un esercizio teorico di laboratorio e sono diventati uno strumento offensivo vero e proprio, come dimostra la serie di intrusioni informatiche confermata dal Ministro degli Affari Digitali di Taiwan contro diverse agenzie governative dell’isola. Nessun responsabile è stato identificato con certezza, ma l’ipotesi più concreta punta verso la Cina e verso una dimostrazione muscolare delle sue capacità di guerra ibrida. Uno degli episodi è stato ricostruito nel dettaglio da Dream Security, e il quadro che ne esce è parecchio istruttivo.

Le operazioni sono partite il 20 luglio e, va detto subito, non hanno provocato danni gravi. I sistemi hanno rilevato l’anomalia, la contromossa è arrivata in tempo utile e la situazione è stata contenuta. Le indagini però hanno evidenziato tratti inequivocabili: origine estera, metodo ibrido, con operazioni manuali affiancate da agenti AI che lavoravano in autonomia su porzioni sempre più ampie della catena d’attacco.

OpenClaw e Hermes, otto sub agenti al lavoro

Il punto tecnicamente più interessante riguarda gli strumenti impiegati. Secondo Dream Security, i cybercriminali cinesi si sono affidati agli agenti open source OpenClaw e Hermes per orchestrare l’intera campagna, distribuendo il lavoro su 8 sub agenti nell’arco di quattro giorni. Ognuno con un compito preciso, come in una squadra ben assortita, dove qualcuno raccoglie informazioni e qualcun altro si occupa dell’intrusione vera e propria.

I risultati parlano da soli. Gli agenti AI hanno individuato e schedato 21 sistemi governativi di Taiwan, hanno scovato diverse vulnerabilità e hanno sottratto un intero database contenente i dati di migliaia di dipendenti pubblici. Da lì in poi il meccanismo si è avvitato su sé stesso: partendo dagli username dei dipendenti, il sistema ha risolto i CAPTCHA e ha compromesso 85 account governativi.

Quegli 85 account sono serviti da chiave d’accesso per oltre 2.500 dati personali, in larga parte riferiti a persone che lavorano nelle agenzie colpite. E l’operazione non si è fermata al perimetro pubblico, perché le incursioni si sono poi allargate ad alcuni fornitori del governo, l’anello che nella cybersicurezza resta quasi sempre il più fragile della catena.

Attacchi coordinati senza mani umane sulla tastiera

Quello che rende il caso taiwanese diverso dai soliti bollettini di sicurezza è il livello di automazione raggiunto. La struttura basata su OpenClaw e Hermes ha assegnato mansioni distinte a ciascuno degli 8 sub agenti, dimostrando che è possibile portare a termine un attacco coordinato dall’inizio alla fine in modo completamente automatico, senza che una persona debba intervenire lungo il percorso.

C’è poi la questione dei costi, che pesa più di quanto sembri. La disponibilità di modelli open source potenti e liberamente accessibili permette di eseguire attività di questo tipo a un costo praticamente nullo. Nessuna infrastruttura milionaria, nessun team di specialisti da pagare per settimane. Il che, tradotto, significa che la barriera d’ingresso per operazioni di guerra ibrida si è abbassata in modo drastico, spostando il vantaggio verso chi attacca.

Taiwan si trova ormai da tempo in una posizione scomoda sul fronte digitale, bersaglio ricorrente di campagne che alternano spionaggio, disinformazione e pressione sulle infrastrutture. Il Ministro degli Affari Digitali ha ribadito che gli attacchi informatici di luglio sono stati intercettati e neutralizzati prima che potessero produrre conseguenze rilevanti sui servizi pubblici.

Resta il fatto che l’analisi ha confermato la combinazione tra intervento umano e componente automatizzata, con una regia esterna che ha sfruttato gli agenti AI per accelerare le fasi più ripetitive del lavoro, dalla ricognizione dei bersagli alla raccolta massiva di credenziali. Gli oltre 2.500 dati personali finiti nelle mani degli aggressori riguardano in maggioranza il personale delle agenzie governative coinvolte, mentre l’estensione ai fornitori ha allargato il numero di soggetti potenzialmente esposti.

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