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OpenAI accusata di aver agevolato la strage di Tumbler Ridge

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Trenta nuove denunce contro OpenAI sono arrivate la scorsa settimana, tutte legate alla sparatoria di Tumbler Ridge, la strage compiuta all’inizio di febbraio in una scuola della cittadina canadese. Non si parla soltanto di negligenza: nei documenti depositati l’azienda californiana viene accusata di aver agevolato la strage, un’imputazione ben più pesante e, va detto, molto più complicata da sostenere davanti a un giudice. Sam Altman, amministratore delegato del gruppo, ha chiesto scusa pubblicamente per non aver avvisato la polizia.

I fatti, per come emergono dalle carte, raccontano una vicenda che ha lasciato il segno. Jesse Van Rootselaar, 18 anni, ha ucciso la madre, il fratellastro e altre sei persone dentro la scuola secondaria di Tumbler Ridge, per poi togliersi la vita con la stessa arma. Alcuni dipendenti di OpenAI avevano segnalato ai vertici l’esistenza di conversazioni sull’uso delle armi avvenute con ChatGPT. Nessuno, però, ha alzato il telefono per chiamare le forze dell’ordine.

Un account bloccato e poi riaperto con un’altra email

L’azienda ha confermato che il profilo della ragazza era stato bloccato. La sua attività, secondo la ricostruzione fornita dal gruppo, non rientrava nei criteri che portano a una segnalazione alla polizia, perché mancavano prove concrete di possibili gravi danni fisici nel mondo reale. Una soglia interna che, nei fatti, non è scattata. L’account risultava sospeso a giugno 2025, ma Jesse ne aveva aperto un secondo utilizzando un altro indirizzo di posta elettronica, aggirando il blocco senza particolari difficoltà. I familiari delle vittime avevano già presentato una denuncia a fine aprile, con l’accusa di negligenza. Lo stesso team legale è tornato alla carica con le trenta nuove azioni, depositate per conto di insegnanti, studenti e di un dirigente scolastico che si trovavano nell’edificio nel momento in cui è iniziata la sparatoria. Persone che quel giorno erano dentro la scuola e che ora chiedono conto all’azienda del comportamento tenuto nelle settimane precedenti.

Chi ha deciso di non chiamare la polizia

Il punto più delicato riguarda la catena di comando interna. Nella denuncia viene indicato Chris Lehane, Chief Global Affairs Officer di OpenAI, come la persona che avrebbe deciso di non contattare le autorità. Una ricostruzione respinta da Jason Kwon, Chief Strategy Officer della società, secondo cui Lehane non era affatto coinvolto nella questione. Kwon ha anche liquidato come false le affermazioni sul team sicurezza, negando che l’argomento venga trattato come una priorità di second’ordine.

Il dirigente ha spiegato che individuare segnali di pericolo imminente resta un esercizio difficile, perché va bilanciato con il rispetto della privacy degli utenti e con la necessità di non generare una valanga di falsi allarmi. Un’obiezione tecnica che tocca il cuore del problema: un sistema troppo aggressivo finirebbe per segnalare alle forze dell’ordine migliaia di conversazioni innocue, uno troppo prudente rischia di lasciar passare i casi che contano davvero.

L’accusa di aver facilitato una sparatoria di massa, comunque, apre un terreno giuridico nuovo. Dimostrare l’intento da parte di un’azienda tecnologica è tutt’altra cosa rispetto a provare una semplice mancanza di attenzione, e gli avvocati che hanno costruito il fascicolo lo sanno perfettamente. Il nodo diventa quanto valga, in termini di responsabilità, il fatto che alcuni dipendenti fossero al corrente di quelle conversazioni e che l’informazione sia rimasta chiusa dentro l’azienda. Le scuse di Altman per il mancato allarme alla polizia restano l’ammissione più esplicita arrivata finora dai vertici di OpenAI, e nei documenti depositati vengono usate come elemento a sostegno delle richieste. Il numero complessivo delle azioni legali collegate alla strage di Tumbler Ridge sale così a trentuno, considerando anche quella promossa dai parenti delle vittime ad aprile.

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