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Artificial, il trailer trasforma Sam Altman in un thriller

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Il primo trailer di Artificial è arrivato e racconta Sam Altman in un modo che pochi si aspettavano, cioè non come l’eroe visionario della Silicon Valley ma come figura ambigua, quasi inquietante. Il film diretto da Luca Guadagnino porta al cinema una delle vicende più discusse della storia recente della tecnologia, e lo fa con un tono che ricorda più il thriller psicologico che il ritratto celebrativo.

L’intelligenza artificiale al cinema non è una novità, ovviamente. Decenni di fantascienza hanno costruito robot ribelli, computer senzienti e apocalissi digitali di ogni tipo. Qui però il terreno è diverso, perché non si parla di un futuro immaginario ma di fatti accaduti davvero, con nomi e cognomi che chiunque segua il settore conosce bene.

Cinque giorni che hanno scosso OpenAI

Il cuore della pellicola è il licenziamento di Sam Altman dalla guida di OpenAI nel 2023 e il suo ritorno alla poltrona di amministratore delegato appena cinque giorni dopo. Una vicenda che all’epoca lasciò tutti spiazzati, tra comunicati stringati, dipendenti pronti a dimettersi in massa e un consiglio di amministrazione che nel giro di poche ore passò dal controllo totale alla resa.

A interpretare Altman è Andrew Garfield, scelta che di per sé dice parecchio sul taglio del film. Non un attore da biopic rassicurante, ma un volto capace di reggere personaggi ambigui, sfuggenti, difficili da inquadrare del tutto. Nel trailer Garfield parla dell’intelligenza artificiale come di un vaso di Pandora, e la frase resta sospesa proprio dove fa più effetto.

Un trailer che sceglie la tensione

Le immagini di Artificial non provano nemmeno a costruire l’epica dell’innovazione. Compaiono riferimenti a Paesi destinati a cadere, a industrie intere che potrebbero collassare, a un cambiamento che nessuno controlla davvero. Il montaggio lavora sull’inquietudine più che sull’entusiasmo, e il risultato è una sensazione strana, perché lo spettatore sa benissimo che quelle persone esistono e che quelle aziende oggi valgono cifre enormi.

È una scelta narrativa precisa. Hollywood avrebbe potuto raccontare la storia di OpenAI come l’ennesima parabola del garage diventato impero, con il fondatore geniale, gli ostacoli e il trionfo finale. Invece Luca Guadagnino, regista che con le atmosfere disturbanti ha sempre avuto un rapporto stretto, sembra aver preso la direzione opposta, trasformando una crisi di governance aziendale in qualcosa che somiglia a un thriller vero e proprio.

Perché la scelta del tono conta

Il punto interessante è proprio qui. Non si tratta di stabilire se il film sia fedele ai fatti o quanto si prenda di licenza creativa, quello lo diranno le due ore di visione. Conta piuttosto il fatto che il cinema mainstream abbia deciso di guardare all’intelligenza artificiale e ai suoi protagonisti con diffidenza, non con ammirazione.

Un film su Sam Altman girato cinque anni fa avrebbe probabilmente avuto tutt’altro respiro. Oggi, con i modelli linguistici entrati in ogni ufficio e ogni telefono, con dibattiti quotidiani su lavoro, copyright e sicurezza, il racconto si sposta sul terreno del rischio. E Artificial mette in scena esattamente quella percezione, quella sensazione diffusa che qualcosa di enorme sia stato messo in moto senza che nessuno avesse davvero il manuale d’istruzioni.

Il trailer, del resto, lascia intuire altre scene senza spiegarle, giocando con quello che non viene mostrato. Un approccio classico del genere, applicato però a una storia che fino a poco tempo fa apparteneva solo alle cronache tecnologiche e ai comunicati stampa aziendali.

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