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NASA, sei voli in pallone per studiare il Sole a 40 km di quota

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I palloni stratosferici della NASA stanno per tornare protagonisti, e lo faranno con una campagna di lanci che serve anche da prova generale per il grande obiettivo dei voli antartici. L’idea di fondo è semplice quanto affascinante, cioè portare un telescopio sopra il 99,5% dell’atmosfera terrestre senza dover costruire e lanciare un satellite. Sembra un paradosso, ma funziona da decenni e continua a essere una delle strade più intelligenti per fare scienza dall’alto.

Il vantaggio principale è economico, perché una missione con palloni scientifici ad alta quota costa una frazione di quello che richiederebbe una missione orbitale. Poi c’è un secondo aspetto, tutt’altro che secondario, ovvero la possibilità di recuperare gli strumenti a terra. Un satellite, una volta partito, resta lassù. Un pallone invece riporta a casa la strumentazione, che può essere riparata, aggiornata e rimessa in volo. Questo trasforma il sistema in un vero laboratorio volante, perfetto per collaudare tecnologie ancora sperimentali prima di affidarle a un razzo.

Sei voli da Fort Sumner, la campagna 2026 entra nel vivo

Il quartier generale di questa stagione è Fort Sumner, nel New Mexico, uno dei siti storici che la NASA utilizza per le operazioni con palloni. La campagna 2026 prevede sei voli a partire da metà agosto, con un programma che mescola esperimenti scientifici veri e propri, dimostratori tecnologici e strumenti sviluppati dagli studenti. Quest’ultimo dettaglio non va sottovalutato, perché per molti giovani ricercatori un volo stratosferico rappresenta la prima occasione concreta di vedere il proprio lavoro operare in condizioni quasi spaziali.

La logica di una campagna così articolata è quella dell’accumulo, nel senso che ogni volo restituisce dati non soltanto sugli esperimenti a bordo, ma anche sul comportamento del pallone stesso, sui sistemi di puntamento, sulle comunicazioni e sul recupero. Sono informazioni preziose in vista delle missioni di lunga durata, quelle che sfruttano le condizioni particolari dei cieli antartici per restare in volo molto più a lungo rispetto a un lancio dal New Mexico.

La corona solare osservata da 40 chilometri di quota

Tra i carichi scientifici più interessanti di questa tornata ce n’è uno dedicato allo studio della corona solare, cioè la parte più esterna dell’atmosfera del Sole. È quella fascia luminosa e sfuggente che diventa visibile a occhio nudo solo durante le eclissi totali, come è accaduto con l’eclissi del 12 agosto, quando è stata osservata con un livello di dettaglio notevole.

Il problema, per chi studia il Sole, è che l’atmosfera terrestre disturba tutto. Turbolenze, vapore d’acqua, particolato, luce diffusa: ogni strato d’aria attenua e distorce il segnale. Salire oltre la maggior parte della colonna atmosferica significa avvicinarsi a condizioni di osservazione paragonabili a quelle spaziali, con una qualità dell’immagine che a terra sarebbe impensabile. Ed è esattamente il motivo per cui la stratosfera resta un territorio così ambito per l’astronomia solare.

Non si tratta solo di ammirare la corona, perché quella regione è il punto in cui nascono il vento solare e le tempeste geomagnetiche che possono interferire con satelliti, reti elettriche e comunicazioni sulla Terra. Capire come si scalda e come si comporta significa migliorare le previsioni della meteorologia spaziale, un settore che negli ultimi anni ha guadagnato molto peso.

La campagna dal New Mexico funziona quindi come banco di prova su due fronti. Da un lato la scienza immediata, con dati raccolti e analizzati al ritorno dei carichi. Dall’altro la verifica tecnica di tutto ciò che dovrà funzionare nei voli più ambiziosi previsti dai ghiacci dell’Antartide, dove i palloni possono girare a lungo sfruttando le correnti circumpolari.

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