Vai al contenuto
Offerte

Meta Muse ha letto gli iMessage di un giornalista senza permesso

In questo articolo Indice dei contenuti 2 sezioni

Affidare a Muse, il nuovo agente AI di Meta, l’accesso completo al proprio Mac potrebbe rivelarsi una scelta decisamente poco saggia. A dimostrarlo è l’esperienza di un giornalista esperto di tecnologia che ha messo alla prova l’applicazione e si è ritrovato con i propri messaggi privati letti e caricati altrove, nonostante avesse negato qualsiasi autorizzazione in tal senso.

La capacità dei sistemi di intelligenza artificiale di agire come veri e propri agenti, svolgendo compiti al posto degli utenti, rappresenta oggi lo sviluppo più importante di tutto il settore. È proprio questa la funzione di punta con cui Siri AI arriva sui dispositivi Apple, accompagnata da una serie di tutele pensate per proteggere privacy e sicurezza. Il punto è che l’assistente di Cupertino non è l’unico strumento a cui si può concedere pieno controllo su iPhone e Mac. L’esempio più recente è appunto l’app di Meta, e le prime testimonianze non sono affatto rassicuranti.

Del resto l’azienda di Menlo Park non vanta un curriculum brillante in fatto di privacy, e il suo intero modello di business si regge sulla raccolta del maggior numero possibile di dati personali. Eppure la prudenza non sembra essere un sentimento così diffuso tra gli utenti. Quando Meta ha lanciato il suo assistente personale per iPhone e Mac, l’applicazione è schizzata in pochissimo tempo in cima alla classifica dell’App Store.

Meta Muse: il caso di Jason Aten e la notifica inaspettata

Tra chi ha deciso di provarla c’è Jason Aten, giornalista che si occupa di tecnologia. Con una certa lungimiranza ha scelto di installarla su una macchina di prova invece che sul suo computer personale. Questo accorgimento però non ha impedito all’app di mettere le mani sui suoi iMessage, anche se lui le aveva chiesto esplicitamente di non farlo.

L’episodio è piuttosto curioso. Aten stava chiacchierando dei nuovi iPhone con Stephen Robles, con cui conduce il podcast Primary Technology. Pochi istanti dopo gli è arrivata una notifica push da parte di Muse che suggeriva come quella conversazione potesse trasformarsi in un buon articolo, proponendosi addirittura di raccogliere materiale e ricerche per aiutarlo a scriverlo.

Aten non aveva mai chiesto nulla del genere all’assistente. Soprattutto non gli aveva mai dato il permesso di leggere i suoi messaggi. Anzi, ricordava perfettamente di aver scelto in modo esplicito di negare l’accesso a messaggi, calendario e altre informazioni personali. Quando ha chiesto spiegazioni all’app, la risposta ricevuta è stata tutt’altro che sincera. Muse ha sostenuto di aver letto soltanto il testo dei messaggi visibile nelle notifiche.

Cosa succede davvero al database dei messaggi

Le cose però non stavano così. Scavando un po’ più a fondo, Aten ha scoperto che l’agente di Meta sincronizza i messaggi direttamente dal database locale dell’app Messaggi e carica quelle informazioni come fonte di dati. Sul suo dispositivo la funzione risultava attiva e la sincronizzazione era arrivata fino alla riga 187.462 dell’archivio.

Non è chiaro a quante conversazioni corrisponda esattamente quel numero, ma è evidente che si tratta di una quantità ben superiore rispetto a quanto dichiarato dall’assistente. E il nodo della questione è proprio questo. Il giornalista non aveva mai concesso a Muse l’autorizzazione per compiere un’operazione simile sul suo Mac.

La vicenda di Aten non è un caso isolato. Anche altri utenti hanno segnalato problemi analoghi e piuttosto seri legati alla privacy, e per alcuni di questi episodi Meta ha attribuito la responsabilità a un bug.

Fonte: TecnoAndroid

Condividi:
86 Condivisioni