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Meta condannata in New Mexico: ingannò gli utenti sulla privacy

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Una giuria del New Mexico ha stabilito che Meta ha ingannato i residenti dello Stato sulla gestione della privacy e sul modo in cui l’azienda affronta la disinformazione. Secondo il verdetto, il gruppo guidato da Mark Zuckerberg ha violato l’Unfair Practices Act, la legge statale che punisce le pratiche commerciali scorrette. Si tratta di una decisione che arriva al termine di un percorso giudiziario lungo, iniziato nel 2021, e che affonda le sue radici in una delle vicende più discusse della storia recente dei social network, ovvero lo scandalo Cambridge Analytica.

Il processo nasce infatti da una causa intentata dallo Stato proprio come risposta a quel caso, quando i dati raccolti da Facebook furono sfruttati per indirizzare la pubblicità politica durante le elezioni presidenziali americane del 2016. Una ferita che, a distanza di anni, continua a costare cara alla società di Menlo Park.

Le accuse contro Meta e la linea della difesa

Nella causa originaria il New Mexico contestava all’azienda diverse condotte. Tra le principali c’era l’accusa di aver descritto in modo fuorviante ciò che le app di terze parti potevano fare con i dati degli utenti. A questo si aggiungevano impostazioni sulla riservatezza considerate poco chiare o volutamente vaghe, difficili da comprendere per chi usava la piattaforma ogni giorno. Non solo. Lo Stato sosteneva anche che Meta avesse dichiarato il falso affermando di applicare in maniera uniforme a tutti le proprie regole contro l’incitamento all’odio, oltre ad altre questioni sollevate durante il procedimento.

Durante il dibattimento i legali del colosso tecnologico hanno ammesso che in passato l’azienda ha commesso degli errori nella gestione della disinformazione e della tutela dei dati personali. Hanno però respinto con decisione due punti centrali, negando che la società abbia mai venduto le informazioni dei propri utenti e che abbia tratto vantaggio economico dai contenuti d’odio circolati sulle sue piattaforme. Una difesa che, evidentemente, non è bastata a convincere la giuria.

Per ora manca ancora un tassello importante. Un giudice dovrà infatti stabilire l’entità della multa che Meta sarà chiamata a pagare, e al momento non è stata comunicata alcuna cifra.

Il peso di Cambridge Analytica e gli accordi già firmati

La vicenda di Cambridge Analytica, che raccolse e utilizzò le informazioni di circa 50 milioni di utenti Facebook in larga parte senza il loro consenso, rappresenta una delle macchie più evidenti nella storia dell’azienda. Un capitolo da cui il gruppo ha cercato di prendere le distanze anche attraverso il cambio di nome in Meta, avvenuto proprio nel 2021.

Negli anni la società ha già chiuso diversi accordi transattivi legati a quello scandalo negli Stati Uniti, nel Regno Unito e in Australia. L’intesa più recente è stata raggiunta con 47 Stati americani e riguardava soprattutto le preoccupazioni sulla sicurezza dei minori. Il valore complessivo dell’accordo si aggira intorno ai 16 miliardi di euro e al suo interno era previsto un pagamento di circa 400 milioni di euro destinato espressamente a chiudere le cause ancora aperte su Cambridge Analytica.

Proprio qui sta il punto decisivo. Il New Mexico e la Florida hanno scelto di non aderire a quella parte dell’intesa, rinunciando di fatto alla soluzione concordata. È stata questa decisione a rendere possibile il processo concluso il 25 settembre 2026 e, alla fine, a portare una giuria a esprimersi ancora una volta contro Meta.

Fonte: TecnoAndroid

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