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Memorie RAM DDR5 nel mirino dei bot: il 91% del traffico non è umano

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La crisi dei chip ha cambiato pelle ancora una volta e stavolta il bersaglio sono le memorie per computer, con i banchi DDR5 finiti nel mirino di chi compra per rivendere. Non è una novità assoluta, purtroppo. Era già successo con PlayStation 5, si è ripetuto con le schede grafiche da gaming delle ultime generazioni, e adesso tocca alla RAM, quella componente che fino a poco tempo fa nessuno considerava un bene da speculazione.

A mettere numeri su una sensazione diffusa tra chi assembla PC è stata un’analisi firmata da Jérôme Segura, vicepresidente della divisione Threat Research di Datadome. Il quadro che ne esce è piuttosto brutale: chi visita le pagine prodotto delle memorie, nella stragrande maggioranza dei casi, non è una persona. Sono bot. Software automatizzati che girano ventiquattro ore su ventiquattro, controllano i listini, aspettano il momento buono.

Il 91% del traffico non è umano

La cifra precisa emersa dall’analisi è questa: il 91% del traffico diretto alle schede prodotto dei vari kit di DDR5 arriva da programmi automatici. Il loro compito è semplice e spietato, monitorare i prezzi in tempo reale e piazzare l’ordine appena si apre una finestra favorevole, che sia un ribasso momentaneo o il ritorno in disponibilità di un modello particolarmente richiesto. L’indagine si concentra su un rivenditore tedesco di cui non viene fatto il nome, ma difficilmente si tratta di un caso isolato: i segnali fanno pensare a un fenomeno molto più esteso.

Quello che l’analisi non chiarisce del tutto è la logica commerciale dietro tutto questo. Con PlayStation 5 il meccanismo era lampante, la domanda esplodeva perché mezzo mondo era chiuso in casa e Sony non riusciva a stare dietro agli ordini. Con la memoria il discorso cambia parecchio. I banchi non sono introvabili in senso stretto, il problema è che costano cifre fuori scala rispetto a qualsiasi parametro storico.

Prezzi quadruplicati e listini che si adeguano

Un esempio concreto rende l’idea meglio di qualsiasi discorso teorico. Un kit di DDR5 da 32 GB uscito sul mercato a 100 euro oggi può arrivare a chiederne 400, e in una giornata storta anche 500. Quattro o cinque volte il prezzo di lancio, su un componente che fino a ieri veniva considerato quasi una commodity, roba da comprare senza pensarci troppo.

La causa di fondo, però, non sta nei bot. Quelli sono l’effetto, non l’origine. La corsa globale all’intelligenza artificiale ha risucchiato di fatto l’intera capacità produttiva dei tre grandi nomi del settore, Samsung, SK Hynix e Micron Technology, che oggi destinano i loro impianti soprattutto ai data center e ai clienti disposti a firmare contratti da capogiro. Il risultato è che il segmento consumer e quello business si trovano a raccogliere le briciole, e su quelle briciole si scatena la speculazione.

Le conseguenze si vedono già lungo tutta la filiera. Diversi produttori hanno messo mano ai listini verso l’alto, da Apple a Microsoft passando per la stessa Samsung. E il fenomeno non riguarda soltanto il mondo dei computer: anche gli smartphone di nuova generazione sono già più cari dei modelli che sostituiscono, oppure lo diventeranno nei prossimi mesi. Chi progetta un dispositivo oggi deve fare i conti con un costo della memoria che non somiglia più a nulla di quello che il mercato conosceva fino a poco fa.

Nel frattempo, per chi vuole semplicemente aggiornare il proprio PC, la partita si gioca contro avversari che non dormono mai e non hanno bisogno di pensarci due volte prima di svuotare un magazzino intero.

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