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Laser che ricarica i droni in volo: il test dell’Air Force

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Un raggio laser puntato dal suolo che tiene acceso un drone mentre continua a volare. È questo il cuore della nuova sperimentazione sostenuta dal Dipartimento della Difesa statunitense, e chi mastica un po’ di tecnologia dei droni sa perfettamente perché una notizia del genere faccia rizzare le antenne. Il problema di sempre, quello che accomuna un giocattolo da poche decine di euro e un velivolo militare da ricognizione, ha un nome preciso, ovvero l’autonomia. Le batterie al litio hanno un limite fisico, prima o poi si scaricano, e quando succede la missione si ferma.

Non è un dettaglio da poco. I modelli consumer, ormai, sono ben più che semplici giocattoli, ma anche i sistemi più sofisticati devono per forza atterrare per cambiare o ricaricare le batterie. E ogni pausa, in operazioni delicate come sorveglianza o monitoraggio, pesa. Immaginare un drone che resta in aria senza dover mai scendere a terra per rifornirsi cambia parecchie carte in tavola.

Come funziona la ricarica a distanza tramite raggio laser

La logica dietro questo esperimento è più furba di quanto sembri. Non si punta a costruire una batteria più capiente né a stipare più energia dentro al mezzo. L’idea è un’altra, cioè fornire energia continua mentre il velivolo resta in volo e operativo. In pratica il laser, sparato da terra, alimenta direttamente il drone durante la missione, senza interruzioni.

Questo tipo di ricarica in volo serve soprattutto a un obiettivo concreto, tenere sempre attivi i collegamenti radio e i sensori di bordo. Sono proprio questi gli elementi che consumano e che, in caso di stop forzato, lasciano un buco nelle operazioni. Con l’alimentazione via laser il flusso di dati non si interrompe, la ricognizione prosegue, il monitoraggio non salta un colpo.

Negli ultimi anni la ricerca ha spinto molto in questa direzione, con l’obiettivo dichiarato di eliminare la necessità di atterrare. La sperimentazione portata avanti dall’Air Force sembra andare nella giusta direzione, con risultati che vengono descritti come positivi. Il concetto è semplice da capire ma tutt’altro che banale da realizzare, perché puntare un raggio laser abbastanza potente e preciso su un oggetto in movimento a distanza richiede un livello di controllo notevole.

Quello che emerge da questa fase di test è un cambio di prospettiva interessante. Non più droni che devono per forza fare i conti con il tempo che scorre e la carica che cala, ma mezzi che possono restare in aria finché serve, sostenuti da una fonte esterna. Un approccio che, se dovesse consolidarsi, riscriverebbe parecchie regole nel mondo dei velivoli senza pilota, sia in ambito militare sia, prima o poi, in quello civile.

Per ora si parla di sperimentazione, di prove sul campo condotte con il sostegno del Dipartimento della Difesa. Ma il fatto che un drone sia stato alimentato direttamente durante il volo grazie a un fascio laser proveniente dal suolo è già di per sé un traguardo che merita attenzione.

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