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Un romanzo francese finito in classifica e tradotto in venti lingue ha riacceso il sospetto più temuto dal mondo dei libri, quello dei romanzi scritti con l’intelligenza artificiale. Si tratta di «C’était ça ou mourir», esordio di Thélyson Orélien, québécois di origine haitiana, classe 1988, pubblicato da Grasset. La casa editrice lo presentava con parole entusiaste, uno stile ricco e vibrante, intriso di umorismo e poesia, un linguaggio dell’esilio imparato «senza grammatica, senza dizionario, solo con ossa e pelle». Poi è arrivata l’accusa.
Il libro aveva già vinto il premio Fnac ed era stato selezionato da Goncourt, Renaudot, Femina e Médicis, con circa 300 mila euro incassati dall’autore. A sollevare il caso è stato un profilo su X, «Balance ton Claude», che dopo aver passato il testo in Pangram ha sostenuto che interi brani risultassero scritti al 100 per cento da un’intelligenza generativa. Grasset ha protestato, il settore editoriale francese si è diviso tra accuse di razzismo e di concorrenza sleale, e Libération ci ha messo sopra la copertina con una domanda secca, un romanzo dopato con l’AI. Nel frattempo l’agenzia Afp ha usato un altro strumento, inVid Verify, ottenendo un responso opposto, molto probabilmente opera umana.
Gli editori italiani e i test che sbagliano
Il nervosismo si è spostato in fretta anche da questa parte delle Alpi. Alcune case editrici hanno mandato circolari interne con il divieto assoluto di accettare opere scritte con l’AI, senza però spiegare dove passi il confine. Un grande editore internazionale ha addirittura vietato ai dipendenti di parlarne con i giornalisti. Nei contratti compare quasi sempre un disclaimer in cui l’autore giura che il testo è farina del suo sacco, ma al riparo dalle accuse resta solo chi batte i tasti di una Olivetti Lettera 32, come sosteneva di fare Cormac McCarthy. Un editor la mette giù così, questi programmi di verifica ormai vengono usati come test di gravidanza, peccato che i falsi positivi siano parecchi.
Pippo Civati, editore di People, è tra i più allarmati. Il problema, spiega, non riguarda solo la scrittura ma anche la sintesi e la comprensione di un testo, con lettori che rinunciano al romanzo e si fanno fare il riassunto dalla macchina. Il rischio è un circolo vizioso, libri scritti dall’AI e poi letti dall’AI. La stessa casa editrice ha comunque una procedura, raccontata dall’editor Serena D’Angelo, che parte da strumenti come GPTZero, Copyleaks, Originality.ai e Winston AI. L’analisi si basa su prevedibilità lessicale e formule ricorrenti, trattini lunghi, elenchi, triadi di parole, lunghezza delle frasi, tono. Un altro campanello è la vaghezza, frasi corrette ma generiche dal punto di vista del significato. In certi casi si arriva a chiedere la cronologia delle versioni, appunti, bozze, revisioni, come prova del processo creativo. C’è pure chi immagina una sorta di QR code sui libri, tipo etichetta del Pecorino, per certificare origine e filiera.
Il rompicapo di chi controlla i controllori
Leonardo G. Luccone, scrittore e direttore di Oblique, ridimensiona la fiducia nei rilevatori. Basta inserire pagine di Italo Calvino in uno di quei programmi per vedersele classificate come generate dall’AI, e qualcuno ha segnalato perfino la dichiarazione di indipendenza americana. Pangram dichiara un tasso di errore di 1 su 10 mila casi, però le prove empiriche lasciano parecchi dubbi. Il paradosso vero è un altro, a stabilire se un testo è artificiale è un’altra intelligenza artificiale, mentre già si sviluppano patch che insegnano ai modelli a non farsi riconoscere.
Sul piano pratico la prova assoluta manca quasi sempre, e questo vale anche per le tesi di laurea. L’accusa però pesa, come ha scoperto Olga Tokarczuk, premio Nobel polacca massacrata sui social dopo aver ammesso di usare questi strumenti. Per Luccone la scelta è sensata, non per farsi scrivere un libro da zero ma per avere un supporto da editor, consigli sul plot, sulla struttura, sui passaggi confusi, sulle ripetizioni. Quello che manca alla macchina, aggiunge, è la creatività, l’imprevedibilità, l’ironia, l’errore, il groove. I grandi romanzi sono spesso storti, cambiano registro, e a volte l’intuizione decisiva arriva da un editor in carne e ossa, come Ezra Pound che spostò in apertura il verso più celebre di Eliot, o Gordon Lish con i tagli feroci ai racconti di Raymond Carver. L’Economist, che elogia il progresso tecnologico da quasi due secoli, ha scritto che sarebbe scortese diventare luddisti proprio ora, eppure scrittori e lettori dovrebbero andarci cauti nel passare dalla penna all’intelligenza artificiale.
Fonte: TecnoAndroid








