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Ci sono oggetti che ti arrivano sulla scrivania e ti lasciano interdetto per il motivo sbagliato. Non perché siano brutti, ma perché sono piccoli. Troppo piccoli. Quando ho tirato fuori dalla scatola questo SSD esterno da 2TB la prima reazione è stata cercare il resto della confezione, convinto di aver perso qualcosa per strada. Quarantadue grammi. Meno di una barretta di cioccolato, e dentro ci stanno due terabyte di roba mia.
Il mercato dell’archiviazione portatile è affollato in modo quasi imbarazzante. Ogni settimana esce un drive che promette numeri assurdi, resistenza militare e prezzi da saldo. Poi lo colleghi e scopri che dopo venti giga di copia continua le velocità crollano, che scotta come una piastra, oppure che con la PlayStation fa i capricci. Il punto vero, quello che a me interessa, non è il picco sul benchmark. È cosa succede al minuto quaranta di trasferimento, quando la cache è finita e la scocca è calda.
Kioxia, per chi non avesse presente il nome, è quella che una volta si chiamava Toshiba Memory. Cioè l’azienda da cui la memoria NAND flash è letteralmente nata, nel 1987. Non è un marchio che fa rumore come altri, non ha campagne aggressive, e infatti nei negozi italiani lo trovi meno di quanto meriterebbe. Ma le memorie le costruisce in casa, in Giappone, e questo nel mondo dello storage conta parecchio.
Due settimane di utilizzo vero, non di laboratorio: PC fisso, notebook, PS5, smartphone, montaggio video. Ammetto che all’inizio ero un po’ scettico sull’idea di un drive da 10 Gbps nel 2026, con i 20 e i 40 Gbps che ormai spuntano ovunque. Poi ho iniziato a usarlo e ho cambiato prospettiva. Ma di questo parlo tra poco. Il prodotto è disponibile su Amazon e sulla pagina ufficiale Kioxia, dove trovate anche il software e la documentazione di supporto.
Unboxing: due cavi e nient’altro
La confezione è una scatoletta di cartone rigido, blu e bianca, con il prodotto fotografato a grandezza quasi reale sul fronte e la scritta Max Sequential Read Speed 1.050 MB/s ben in vista. Niente di scenografico. Si apre tirando la linguetta laterale e dentro c’è un vassoio sagomato che tiene fermo il drive.
Sotto, in una piega di cartone, i due cavi. Uno USB Type-C verso Type-C, l’altro Type-C verso Type-A. E qui va dato atto a Kioxia di una scelta sensata: sono entrambi corti, venti centimetri scarsi, ma sono due, e in una fascia di prezzo dove capita di trovarne uno solo, averli tutti e due in dotazione ti risolve la vita quando ti trovi davanti a un fisso vecchiotto senza porte Type-C. Poi c’è il manualetto multilingua, quello che nessuno legge, e la solita cartolina con il rimando al sito per il software.

Fine. Non c’è custodia, non c’è sacchetto, non c’è nemmeno un pezzo di feltro. Su un oggetto così piccolo e così pensato per stare in borsa, una pochette da due euro l’avrei messa. E soprattutto manca un tappo per la porta USB-C, che resta esposta: nello zaino, tra le briciole e la sabbia, non è il massimo. Vabbè.
La qualità del packaging è comunque coerente con il posizionamento. Cartone riciclabile, zero plastica inutile, apertura pulita senza forbici. Su questo, negli ultimi due anni, praticamente tutti sono migliorati e Kioxia non fa eccezione. La dotazione la definirei sufficiente, non generosa: ci sono le cose che servono per funzionare, non un grammo in più.
Design e costruzione: il sasso di alluminio
Ok, parliamo di come è fatto. La scocca è un blocco di alluminio nero opaco con gli angoli arrotondati in modo aggressivo, quasi a formare un ovale schiacciato. In mano dà una sensazione strana: è freddo, è compatto, ha una densità che non ti aspetti da un oggetto di quarantadue grammi. Non flette, non scricchiola, non ha giochi tra le due metà della scocca.
72 x 40 x 11,8 millimetri. Per capirci, è più corto di una carta di credito e ci sta comodamente nel palmo chiuso. Rispetto al modello che lo precedeva, che pesava 76 grammi e misurava 105 millimetri di lunghezza, qui hanno tolto quasi la metà del peso e un terzo dell’ingombro. Non è una limatura, è un ridisegno completo.

La superficie ha una finitura leggermente satinata che trattiene poco le impronte. Sul dorso c’è il logo KIOXIA serigrafato in bianco, discreto, e sul fianco corto trovi la porta USB Type-C con accanto un LED minuscolo che pulsa durante gli accessi. Un LED fatto bene, tra l’altro: luce tenue, non ti acceca se lavori al buio.
Il drive dichiara conformità agli standard MIL-STD-810H 516.8 procedura IV per le cadute, che tradotto vuol dire che sopravvive a tonfi da altezza scrivania su superficie dura. Non l’ho lanciato di proposito, sarei un cattivo tester ma anche uno stupido, però mi è scivolato di mano due volte sul parquet e non ha riportato nemmeno un segno. Nessun componente in movimento, nessuna vibrazione, silenzio totale. Sotto questo aspetto un SSD portatile ben costruito è un altro pianeta rispetto a un disco meccanico, e su TecnoAndroid ne abbiamo parlato spesso, per esempio nella prova del WD_Black P10, dove la delicatezza meccanica resta il limite strutturale della categoria.
C’è però un rovescio della medaglia che voglio dire subito, perché mi ha accompagnato per tutte e due le settimane. È talmente piccolo e leggero che ho paura di perderlo. Nel senso letterale: l’ho cercato due volte in fondo allo zaino convinto che fosse caduto, l’ho trovato una volta sotto un foglio A4 sulla scrivania senza accorgermene. Due terabyte di progetti in un oggetto che sparisce sotto un foglio. Non è un difetto di costruzione, è un effetto collaterale del formato, e chi è distratto come me farebbe bene a metterlo sempre nello stesso posto.
Specifiche tecniche
| Specifica | Valore |
|---|---|
| Modello | KIOXIA EXCERIA PLUS G2 Portable SSD 2TB |
| Codice EAN | 4582563859630 |
| Interfaccia | USB 3.2 Gen 2 (10 Gbps), connettore USB Type-C |
| Protocollo | UASP |
| Controller | Phison PS5012-E12C, 4 canali |
| Memoria | BiCS FLASH 3D TLC, 96 layer |
| Lettura sequenziale dichiarata | fino a 1.050 MB/s |
| Scrittura sequenziale dichiarata | fino a 1.000 MB/s |
| Tagli disponibili | 500GB, 1TB, 2TB |
| Dimensioni | 72 x 40 x 11,8 mm |
| Peso | 42 g |
| Materiale scocca | Alluminio |
| Resistenza agli urti | MIL-STD-810H 516.8 procedura IV |
| Sicurezza | Cifratura hardware AES 256 bit, TCG Opal 2.01, password via SSD Utility |
| File system di fabbrica | exFAT |
| Compatibilità | Windows 10/11, macOS, iPadOS, iOS 17, Android 11-14, PS4, PS4 Pro, PS5, Xbox Series X/S |
| Temperatura di esercizio | 0-45 °C |
| Contenuto confezione | SSD, cavo Type-C to C, cavo Type-C to A, manuale |
| Garanzia | 3 anni |
| Riconoscimenti | Good Design Award 2024, Red Dot Product Design 2025 |
Componentistica: cosa gira sotto l’alluminio
Qui la faccenda si fa interessante, perché il modo in cui un drive portatile è costruito internamente spiega quasi tutto quello che poi senti nell’uso. Dentro c’è il controller Phison PS5012-E12C, versione a quattro canali della famiglia E12, abbinato a memoria BiCS FLASH 3D TLC a 96 layer prodotta da Kioxia stessa.
Il PS5012-E12C porta con sé un corredo che sulla carta è da SSD interno più che da chiavetta di lusso: caching SLC, StrongECC, SmartRefresh, SmartFlush, correzione LDPC, protezione end to end del dato, monitoraggio termico e cifratura AES a 256 bit con supporto TCG Pyrite e Opal. Sono tecnologie che non vedi mai, che non compaiono in nessun benchmark, e che però determinano quanti anni campa il drive e quanto è probabile che un giorno ti restituisca un file corrotto.
Il caching SLC merita una riga in più, perché è il trucco su cui si regge quasi tutta la categoria. La memoria TLC scrive tre bit per cella, che è ottimo per la densità e pessimo per la velocità. Allora una porzione della NAND viene fatta lavorare in modalità a un bit per cella, molto più rapida, e i dati in arrivo finiscono lì. Poi, con calma, il controller li riorganizza. Il risultato è che i primi giga volano. La domanda vera è: e quando la cache finisce? Ci torno nella sezione sui test, che è dove ho passato la maggior parte del tempo.

La NAND BiCS FLASH con struttura a celle impilate verticalmente è la tecnologia di casa. Rispetto alla vecchia flash planare usa un isolante al nitruro di silicio più sottile e meno soggetto a degrado, il che significa densità maggiore, consumi inferiori e meno calore prodotto a parità di lavoro. Sui 96 layer si può dire che non sia più la generazione di punta, ed è vero. Su un drive limitato a 10 Gbps dall’interfaccia, però, la NAND non è mai il collo di bottiglia: lo è la porta USB. Quindi la scelta ha un senso preciso, ed è una scelta di costo, non di pigrizia.
La scocca in alluminio, oltre a fare da corazza, è il dissipatore. Non ci sono ventole, non ci sono pad termici visibili dall’esterno, il calore viene passato al metallo e da lì all’aria. Semplice, e come vedremo funziona meglio di quanto immaginassi.
SSD Utility, il software che non avevo installato
Confessione: per i primi giorni non l’ho nemmeno scaricato. Collego, formatto, uso. Poi mi sono detto che una recensione seria non può ignorare metà del prodotto, e ho installato SSD Utility, il gestionale che Kioxia distribuisce gratuitamente dal proprio sito.
L’interfaccia è divisa in sezioni sulla sinistra e ha quell’estetica sobria, un po’ industriale, tipica dei software giapponesi: nessuna animazione, nessun gradiente, tutto leggibile. La dashboard mostra capacità, spazio occupato, temperatura attuale, versione del firmware e soprattutto l’indicatore Health, che riporta il famoso percentage life left. Ed è un dettaglio che vale la pena conoscere, perché la garanzia di tre anni di Kioxia decade al raggiungimento dello zero su quell’indicatore, quindi vale il periodo o la vita residua, quale dei due arriva prima.
La funzione che mi ha convinto di più è la protezione con password. Si imposta in un paio di passaggi, il drive viene bloccato via TCG Opal 2.01 con cifratura hardware AES 256 bit, e da quel momento senza credenziale il contenuto è illeggibile. Non è software che gira sopra, è il controller che fa il lavoro, quindi nessun impatto prestazionale percepibile. Funziona molto bene, e per chi si porta in giro dati di clienti fa la differenza tra un drive perso e un incidente da segnalare.
Un avvertimento che il produttore stesso mette nero su bianco: quando attivi la password, verifica che sia realmente impostata prima di fidarti. C’è un documento apposito nella sezione supporto che spiega come controllarlo, e non è una formalità burocratica, è il tipo di verifica che si fa una volta e ti evita brutte sorprese. Il resto del software offre aggiornamento firmware e ottimizzazione. Niente fronzoli, nessuna funzione di backup integrata: se cerchi un drive con software di sincronizzazione automatica devi guardare altrove, e per esempio ne parlavo nella prova del Synology BeeDrive, dove tutta la logica del prodotto ruota attorno al software.
Prestazioni: i numeri e cosa significano
Il dato dichiarato è 1.050 MB/s in lettura e 1.000 MB/s in scrittura, misurati da Kioxia con CrystalDiskMark, coda 8 e un thread. Come sempre, quel valore è il migliore ottenuto in un ambiente controllato e non è una promessa contrattuale.
Nella pratica, collegato alla porta USB 3.2 Gen 2 del mio fisso con il cavo Type-C in dotazione, le letture sequenziali si sono attestate tra i 970 e i 1.020 MB/s e le scritture tra i 960 e i 1.000, con oscillazioni legate al tipo di file e alla dimensione del blocco. Sono valori coerenti con quelli che ho visto riportare anche altrove, quindi non c’è la classica unità fortunata: il prodotto rende così, punto. Su un’interfaccia da 10 Gbps siamo praticamente al soffitto teorico, perché al netto dell’overhead del protocollo oltre i 1.050 non ci si va.
Sui trasferimenti di file piccoli e sulle operazioni casuali il quadro cambia, ed è giusto dirlo. Le prestazioni random in 4K non sono da primato, restano nella media della categoria. Chi pensa di usare un drive del genere come disco di sistema o per far girare macchine virtuali resterà tiepido. Chi invece ci sposta cartelle di foto, librerie video, backup e archivi di progetto, cioè il novanta per cento degli utilizzi reali di un portatile, non se ne accorgerà mai.
C’è poi una cosa che ho verificato di persona e che confermo senza esitazioni: la differenza tra i due cavi in dotazione è enorme. Con il Type-C to Type-A collegato a una porta USB di vecchia generazione la velocità si dimezza, si scende attorno ai 450 MB/s. Non è colpa del drive, è la porta che non regge, ma il risultato pratico è che se colleghi il cavo sbagliato al connettore sbagliato ti porti a casa meno della metà delle prestazioni per cui hai pagato. Mi spiego meglio più avanti, perché è il punto su cui vedo più confusione in giro.

Test sul campo: due settimane, sei dispositivi
Il primo test serio l’ho fatto il secondo giorno, ed era quello che mi interessava di più: scrittura sostenuta. Ho preso una cartella di girato e materiale di archivio da diverse centinaia di gigabyte e l’ho copiata in un colpo solo dal disco interno al portatile, senza pause, guardando il grafico di Windows come si guarda una partita ai rigori.
La sorpresa è arrivata al minuto dieci, quando normalmente cominci a vedere il crollo. Non è arrivato. La velocità è rimasta piatta, ancorata sopra i 900 MB/s, e ci è rimasta fino alla fine del trasferimento. Ho ripetuto la prova con file di taglia diversa e il comportamento non è cambiato. Prove simili condotte su copie da 400 GB confermano lo stesso quadro: la cache SLC non collassa e non si assiste a quella caduta verticale a 150 o 200 MB/s che affligge tanti portatili economici. È il singolo dato che più mi ha fatto rivalutare questo drive.
Sul fronte termico ho voluto vederci chiaro e ho usato la termocamera dello smartphone durante e dopo i trasferimenti lunghi. La scocca si scalda, ovvio, ma resta nel territorio del tiepido. Mai una temperatura fastidiosa al tatto, mai un segnale di throttling nei grafici di trasferimento. L’alluminio fa il suo mestiere e lo fa bene, complice anche una NAND che di suo scalda poco. Le immagini termiche le trovate nella galleria: parlano più di qualsiasi descrizione.
Poi c’è la PS5, e qui mi aspettavo problemi che non sono arrivati. Collegato alla porta posteriore, riconosciuto in pochi secondi, formattato dalla console senza intoppi. I tempi di caricamento sono molto veloci, sia in fase di avvio dei titoli compatibili sia nel trasferimento avanti e indietro dei giochi tra memoria interna ed esterna, che è poi l’uso principale che se ne fa. Zero disconnessioni durante le sessioni lunghe, zero avvisi di errore, zero riavvii sospetti. Su Xbox non ho potuto provare, non ne ho una a disposizione in questo periodo, quindi su quel fronte devo fermarmi alle dichiarazioni del produttore.
Il capitolo montaggio video è stato quello più significativo dal punto di vista professionale. Ho lavorato direttamente dal drive sia con Premiere Pro sia con DaVinci Resolve, tenendo i file sorgente sull’unità esterna e la timeline aperta per ore. Scrubbing fluido, anteprime che si generano senza incertezze, nessun frame perso in riproduzione. Non è il drive con cui gestisci un progetto multicamera in 8K raw, sia chiaro, ma per il montaggio di contenuti in Full HD e 4K regge tranquillamente il ritmo di lavoro.
Ho fatto girare anche l’uso mobile, collegandolo a smartphone e tablet con USB-C. Riconoscimento immediato, lettura e scrittura senza adattatori strani, e la possibilità di scaricare al volo una scheda piena senza accendere il computer. Il file system l’ho testato in entrambe le configurazioni, sia in exFAT, che è quello di fabbrica e che ti fa vivere sereno su qualsiasi sistema, sia in NTFS per l’uso specifico su Windows.
C’è poi l’uso più noioso e più importante di tutti, quello di cui nessuno parla mai nei video: il backup. Ho usato il drive come destinazione per copie di sicurezza di cartelle di lavoro e archivi fotografici, lanciando i trasferimenti la sera e lasciandolo lavorare mentre facevo altro. Nessun blocco, nessuna copia interrotta a metà, nessun file da rifare il giorno dopo. Su due terabyte di capacità ci si organizza bene una rotazione di backup ragionata, e la stabilità in scrittura fa sì che i tempi stimati siano finalmente credibili.
Riassumendo la parte scomoda, quella dei problemi: non ne ho avuti. Nessuna disconnessione improvvisa, nessun mancato riconoscimento al risveglio dalla sospensione, nessun rumore, nessun errore di trasferimento in due settimane di uso quotidiano. Su un accessorio esterno, dove le grane sono spesso lato compatibilità e non lato prestazioni, questo per me pesa quanto un benchmark.
Approfondimenti
Il nodo del cavo, ovvero come dimezzarsi le prestazioni da soli
Torniamo al discorso dei cavi, perché è il punto in cui la maggior parte delle persone si autosabota. In confezione ce ne sono due e non sono intercambiabili in termini di risultato. Il Type-C to Type-C collegato a una porta USB 3.2 Gen 2 ti dà i 10 Gbps pieni. Il Type-C to Type-A collegato a una porta USB-A di vecchia generazione ti taglia la banda a metà, e il risultato è che ti ritrovi attorno ai 450 MB/s chiedendoti dove sia finita la velocità promessa.
La cosa curiosa è che il connettore in sé non è il colpevole. Esistono porte USB-A capaci di reggere i 10 Gbps, e in quel caso la penalità sparisce. Il problema è che la stragrande maggioranza delle USB-A che trovi sui computer in circolazione si ferma a 5 Gbps, cioè teorici 625 MB/s che nella realtà diventano quei 450 scarsi che ho misurato.
Detto questo, il cavo Type-A non è inutile, tutt’altro. È la garanzia di poter collegare il drive ovunque, anche a un fisso aziendale del 2016 o a un televisore. Serve solo essere consapevoli che è un ripiego, non l’opzione principale. Il mio consiglio operativo: usa sempre il Type-C su una porta certificata Gen 2, e se il computer non ne ha, considera che stai comprando un drive di cui sfrutterai metà.
Va aggiunta anche una nota sulla modalità UASP, che deve essere attiva sull’host per raggiungere i valori dichiarati. Su Windows 10 e 11 aggiornati e su macOS recenti è abilitata di default e non c’è nulla da fare. Su sistemi datati o su configurazioni particolari può non esserlo, e in quel caso le prestazioni scendono senza che nessun messaggio ti avvisi del perché.
Scrittura sostenuta, il vero banco di prova
Ricordate il discorso sulla cache SLC? Ecco, qui torna utile. Il modo in cui un portatile gestisce le scritture lunghe è la differenza tra un prodotto onesto e uno costruito per fare bella figura nei primi trenta secondi di un video su YouTube.
Nel mio test la velocità di scrittura è rimasta stabile per l’intera durata di trasferimenti molto pesanti, senza quel crollo a gradino che ti aspetti dopo qualche decina di giga. Prove indipendenti su copie in blocco da 400 GB raccontano la stessa storia, con la velocità di scrittura mantenuta alta a differenza di molti altri portatili che rallentano una volta esaurita la cache. Il merito va diviso tra la gestione del controller Phison e il fatto che, su un’interfaccia da 10 Gbps, la NAND ha margine di respiro: non deve correre al massimo per saturare la porta, quindi lavora in una zona di comfort.
Questo cambia il profilo d’uso consigliato in modo sostanziale. Se copi in una volta sola l’intera scheda di una giornata di riprese, o se fai il backup completo di un notebook, sai che il tempo stimato all’inizio sarà più o meno quello reale alla fine. Non è poco. Ho visto drive dichiarati più veloci di questo impiegare il doppio del tempo su una copia da 300 GB proprio per il crollo post cache.
Una precisazione doverosa: non ho potuto verificare il comportamento su cicli di scrittura ripetuti nell’arco di mesi, e per capire davvero come invecchia una memoria servirebbe un test lungo che due settimane non permettono. Su questo mi fido dei dati di endurance dichiarati e dell’indicatore di salute integrato nel software, che almeno ti dà un riferimento nel tempo.
Temperature e dissipazione
Il tema calore su questi formati mi preoccupa sempre, perché quando comprimi elettronica veloce dentro un guscio di dieci millimetri qualcosa devi pur farne, di quei watt. La soluzione qui è tutta passiva e affidata all’alluminio della scocca, che è a contatto con l’elettronica e funziona da radiatore.
Con la termocamera ho seguito l’andamento durante una copia lunga. La temperatura sale in modo progressivo, si stabilizza, e non arriva mai a livelli che ti fanno ritirare la mano. Tiepido, appunto. La cosa interessante è che la stabilizzazione avviene abbastanza presto e poi resta lì: è il segno che il sistema di dissipazione raggiunge un equilibrio con l’aria circostante invece di accumulare calore fino al blocco.
Perché conta? Perché il throttling termico è la causa numero uno dei crolli di velocità sui portatili compatti. Un drive che si surriscalda riduce le prestazioni per proteggersi, e tu vedi solo il grafico che scende senza capire il motivo. Qui non è successo, ed è coerente con quello che hanno rilevato anche altre prove: sotto carichi davvero pesanti l’unità si limita a intiepidirsi, il che è un buon segnale anche per la longevità delle celle.
Attenzione a un dettaglio pratico, però: il drive va lasciato libero di respirare. Se lo infili sotto un portatile, dentro una custodia imbottita o sotto una pila di fogli mentre ci copi sopra mezzo terabyte, il metallo non ha aria a cui cedere calore e il discorso cambia. È il tipo di accortezza che vale per tutti gli SSD portatili in metallo, e infatti la ripetevo anche parlando dell’enclosure TerraMaster D1, dove la dissipazione è affidata alla stessa logica.
PS5, tempi di caricamento e uso in salotto
Sulla console il drive si è comportato meglio delle aspettative. La PS5 lo ha visto subito, la formattazione dedicata è durata pochi secondi e da lì in poi è diventato semplicemente uno spazio in più dove parcheggiare la libreria.
I tempi di caricamento sono molto veloci, sia nell’avvio dei titoli sia nelle operazioni di spostamento avanti e indietro tra memoria interna ed esterna, che poi è la vera funzione utile di un’unità del genere in salotto: liberi spazio sull’SSD interno senza riscaricare cinquanta giga da internet ogni volta che ti torna voglia di rigiocare qualcosa. Con le librerie digitali che sono diventate enormi, questa cosa da sola giustifica l’acquisto.
Va detto con chiarezza, per onestà verso chi legge, come funziona la piattaforma: sui titoli PS5 nativi l’unità esterna serve come archivio, non come disco di esecuzione, mentre i titoli PS4 girano direttamente da lì. È un limite della console, non del prodotto, e vale per qualsiasi drive USB. Ma è il tipo di dettaglio che se non lo sai ti fa arrabbiare con l’accessorio sbagliato.
Nelle sessioni lunghe, con il drive attaccato per ore e la console che ci lavora sopra, non ho avuto nessun tipo di disconnessione o di errore. Nessun avviso di rimozione non sicura, nessuna interruzione. E il formato minuscolo, dietro la console, sparisce del tutto: non c’è alimentatore, non c’è ingombro, c’è solo un cavetto.
Montaggio video: lavorare direttamente dal drive
Questo era il test che mi stava più a cuore, perché è il mio uso quotidiano. Ho tenuto i file di progetto sul portatile e ho lavorato con la timeline aperta, prima su Premiere Pro e poi su DaVinci Resolve, alternando le due suite su progetti diversi.
Il comportamento è stato solido in entrambi i casi. Lo scrubbing sulla timeline risponde senza scatti, la generazione delle anteprime procede regolare, l’import di clip pesanti non ha creato colli di bottiglia. In un pomeriggio di lavoro continuativo non ho mai avuto la sensazione di aspettare il disco, che è esattamente quello che chiedi a uno storage: farsi dimenticare.
I limiti ci sono e sono quelli dell’interfaccia. Con flussi multipli ad altissimo bitrate, o con progetti in raw a risoluzioni estreme, i 10 Gbps diventano stretti e si sente. Ma parliamo di scenari professionali specifici, per i quali normalmente si lavora su un disco interno o su una connessione più veloce, spostando poi il materiale finito. Per il flusso di lavoro di un creator, di uno youtuber, di un fotografo che monta i suoi contenuti, questo drive è più che adeguato.
Un vantaggio pratico che ho apprezzato molto: la possibilità di staccare tutto e portarmi via il progetto in tasca, letteralmente, per riprenderlo su un’altra macchina. Il formato exFAT di fabbrica rende la cosa immediata tra Windows e macOS, e in mobilità è un lusso che pesa quarantadue grammi.
Smartphone, tablet e uso in mobilità
C’è un utilizzo che fino a tre o quattro anni fa era una scomodità e che oggi è diventato naturale: collegare un’unità di archiviazione al telefono. Con l’arrivo della porta USB Type-C anche sugli iPhone e con Android che gestisce lo storage esterno senza fare storie, un drive come questo diventa il complemento ovvio di chi gira contenuti col telefono.
L’ho provato in questo scenario più volte, sia con Android sia su tablet. Colleghi il cavo Type-C, aspetti un paio di secondi, il file manager di sistema mostra il volume e da lì sposti quello che ti serve. Nessun adattatore, nessun alimentatore esterno, nessuna app da installare. La formattazione exFAT di fabbrica aiuta parecchio, perché è il denominatore comune che tutti i sistemi leggono e scrivono senza discussioni.
Il vantaggio pratico si capisce solo quando ti capita. Sei fuori, hai riempito la memoria del telefono con i video della giornata, non hai il computer con te e non hai voglia di aspettare un caricamento su cloud con la connessione dati che va e viene. Svuoti sul drive, liberi spazio, continui a girare. Il tutto in un formato che sta nella tasca interna della giacca.
Un aspetto da tenere presente riguarda l’alimentazione. Un SSD portatile assorbe corrente dal dispositivo a cui è collegato, e su un telefono questo si traduce in consumo di batteria durante i trasferimenti lunghi. Non è un problema del drive, che tra l’altro consuma poco proprio grazie alla natura della sua memoria, ma è bene saperlo se stai per spostare cento giga con il telefono al venti per cento di carica. Su alcuni dispositivi più datati o con gestione dell’USB restrittiva può capitare che l’unità non venga alimentata a sufficienza, e in quel caso serve un hub alimentato: uno scenario che avevo già raccontato provando l’hub SHARGE Disk Pro 2, dove tutta la logica ruota attorno alla distribuzione della corrente.
Sicurezza dei dati e cifratura
La protezione con password è la funzione più sottovalutata dell’intero pacchetto, e secondo me è quella che dovrebbe convincere i professionisti più di qualsiasi numero sul benchmark. Il meccanismo si appoggia allo standard TCG Opal 2.01 con cifratura hardware AES a 256 bit gestita dal controller.
La differenza rispetto a una cartella protetta o a un contenitore criptato via software è sostanziale. Qui la cifratura avviene a livello di dispositivo, senza carico sulla CPU del computer e senza penalizzazioni misurabili sulla velocità. Se il drive finisce nelle mani sbagliate, senza credenziale non c’è nulla da recuperare, e non serve sperare che il ladro non sappia usare un software di ripristino.
L’ho attivata e disattivata più volte per capire quanto fosse macchinosa la procedura e devo dire che funziona molto bene: pochi passaggi, nessun comportamento ambiguo, sblocco rapido al collegamento. La raccomandazione del produttore di verificare che la protezione sia effettivamente attiva prima di affidarci dati sensibili resta valida e va presa sul serio, perché una password che credi impostata e non lo è vale meno di zero.
Chi porta in giro materiale di clienti, documentazione riservata o semplicemente non ha voglia di spiegare a qualcuno come mai i suoi file sono finiti in giro, ha qui uno strumento serio incluso nel prezzo. E per una volta non è una funzione a pagamento nascosta dietro un abbonamento.
File system, capacità reale e compatibilità
Dalla fabbrica il drive arriva formattato in exFAT, che è la scelta più sensata per un prodotto universale: lo leggono Windows, macOS, Android, le console e praticamente qualsiasi cosa abbia una porta USB. Se l’uso è misto, lascialo così e non pensarci più.
Io l’ho provato anche in NTFS, che su Windows offre gestione dei permessi, journaling e un comportamento più solido sui file di grandi dimensioni, al prezzo di perdere la scrittura nativa su macOS. La riformattazione è questione di trenta secondi e non c’è nessuna magia particolare da conoscere. Su Linux, dove si passa spesso a ext4, il drive viene riconosciuto senza problemi da tutte le distribuzioni principali, anche se il supporto non compare tra quelli dichiarati ufficialmente.
Sulla capacità reale, la solita storia che vale per qualunque unità di archiviazione: i 2TB dichiarati diventano circa 1,86 TiB visualizzati dal sistema operativo, perché il produttore conta in base dieci e il computer in base due. Non è una fregatura, è aritmetica, ma ogni volta c’è chi ci resta male.
Una cosa che ho notato lavorando su Linux e che merita una nota tecnica: sopra USB il comando di TRIM non risulta esposto in tutte le configurazioni, il che è un comportamento comune ai drive che passano attraverso un ponte di conversione del protocollo. Nell’uso normale non cambia nulla di percepibile, ma chi pianifica scritture pesanti e continuative su sistemi Linux farebbe bene a saperlo.
Funzionalità e dotazione software
Il pacchetto funzionale è essenziale e questo, a seconda di come la si guarda, è un pregio o una mancanza. Da un lato hai SSD Utility con salute del drive, temperatura, aggiornamento firmware, ottimizzazione e gestione della password. Dall’altro non c’è nulla che assomigli a un software di backup automatico, a una sincronizzazione cartelle o a servizi cloud abbinati.
Personalmente preferisco così. I software di backup proprietari che accompagnano certi drive sono spesso versioni limitate che spingono verso un abbonamento, e finiscono per diventare l’ennesimo processo che parte all’avvio di Windows. Se ti serve il backup automatico usi lo strumento che preferisci e amen. Ma capisco che chi cerca la soluzione chiavi in mano possa trovare l’offerta scarna.
La compatibilità dichiarata è invece molto ampia e nel mio uso si è rivelata accurata: Windows 10 e 11, macOS dalle versioni recenti, iPadOS, iOS 17 su iPhone con porta USB-C, Android dalla 11 alla 14, PS4 in tutte le sue varianti, PS5 e Xbox Series X e S. Vale la pena ricordare che i sistemi supportati dal drive e quelli supportati da SSD Utility non coincidono: il software gira su computer, non su console o telefoni.
Sul fronte benchmark ufficiali non c’è molto da aggiungere rispetto a quanto già detto: gli strumenti standard del settore restituiscono valori vicini al dichiarato in sequenziale e nella media in random, con la differenza che questo drive non si affloscia quando il test si allunga. Preferisco valutare uno storage così, con prove di durata, piuttosto che con la fotografia di trenta secondi. Un approccio che avevo usato anche nella prova dell’SSD portatile PNY RP60, dove la quotidianità raccontava cose che il benchmark non diceva.
Pregi e difetti
Cosa mi è piaciuto:
- Scrittura sostenuta stabile anche su trasferimenti di centinaia di gigabyte, senza il crollo tipico a cache esaurita
- Dimensioni e peso da record per un 2TB: 42 grammi che spariscono in tasca
- Costruzione in alluminio davvero solida, conforme agli standard MIL-STD sulle cadute, con dissipazione passiva efficace
- Protezione con password AES 256 bit gestita dal controller, semplice da attivare e senza penalità di velocità
- Comportamento impeccabile su PS5 e in montaggio video, senza una singola disconnessione in due settimane
Cosa no:
- Manca il tappo sulla porta USB-C, e su un oggetto nato per stare in borsa è una dimenticanza che pesa
- Nessuna custodia inclusa, nemmeno una pochette in tessuto
- Prestazioni sui file piccoli e in accesso casuale nella media, niente di memorabile
- Cavi in dotazione molto corti, e col Type-A su porte vecchie la velocità si dimezza
- È talmente minuscolo che perderlo è un rischio concreto, e con 2TB di dati dentro non è una battuta
Prezzo e posizionamento
Qui va fatta una premessa che non riguarda Kioxia ma tutto il comparto: il mercato delle memorie in questo periodo è impazzito, i listini di RAM e SSD si muovono di settimana in settimana e qualsiasi cifra scritta oggi rischia di essere sbagliata domani. Il taglio da 1TB si trova generalmente attorno ai cento euro, mentre la versione da 2TB oscilla parecchio a seconda del venditore e della disponibilità, con differenze anche importanti tra un negozio e l’altro.
Il consiglio pratico è quindi banale ma utile: verifica il prezzo del momento prima di decidere, perché la stessa unità può costare sensibilmente meno a distanza di due settimane. Sotto una certa soglia il rapporto tra quello che offre e quello che chiede diventa molto convincente, sopra quella soglia conviene aspettare.
Rispetto alle opzioni più economiche della categoria, quello che paghi qui è la stabilità in scrittura, la NAND prodotta internamente e la cifratura hardware con gestione password, tre cose che sui prodotti da bancarella semplicemente non ci sono. Salendo di fascia, invece, quello che non ottieni sono le interfacce da 20 o 40 Gbps: se il tuo computer ha porte capaci di sfruttarle e il tuo lavoro le richiede, il salto ha senso. Se, come nella maggior parte dei casi, hai davanti porte USB 3.2 Gen 2, questo drive lavora esattamente al massimo di quello che il tuo hardware può dargli.
La garanzia di tre anni completa il quadro, con la solita clausola sulla vita residua da tenere presente. Il prodotto è disponibile su Amazon e sulla pagina ufficiale Kioxia, dove trovate anche il software e la documentazione di supporto.
Conclusioni
Due settimane dopo, la sensazione che mi resta è quella di un prodotto onesto che non urla. Non ha numeri da copertina, non ha luci RGB, non ha un’app piena di funzioni che nessuno userà. Ha una scocca ben fatta, una memoria costruita in casa da chi la flash l’ha inventata, e un comportamento che non cede quando il lavoro si fa lungo.
Lo consiglio a chi sposta tanti dati e vuole farlo senza pensarci: fotografi che svuotano schede a fine giornata, videomaker che montano in mobilità, chiunque abbia bisogno di un archivio veloce da portarsi dietro tra casa, ufficio e viaggio. E lo consiglio ai giocatori PS5 con la libreria che scoppia, perché in salotto svolge il suo compito senza far storie.
Lo sconsiglio a chi lavora con flussi video estremi e ha porte da 20 o 40 Gbps già pronte sul proprio computer, perché lì i 10 Gbps diventano un tetto che si sente. E lo sconsiglio a chi perde le cose: parlo sul serio, questo affare è piccolo in un modo che ti costringe a cambiare abitudini.
Lo scenario perfetto? Zaino, treno, portatile sulle ginocchia, una cartella di riprese da mettere al sicuro prima di arrivare. Lo colleghi, parte, e mentre tu guardi fuori dal finestrino lui macina senza scaldarsi e senza rallentare. È esattamente quello che gli chiedevo, e alla fine della fiera è quello che ha fatto.














