In questo articolo Indice dei contenuti 2 sezioni
Che l’intelligenza artificiale finisca per togliere posti di lavoro più di quanti ne crei è un’idea che ormai mette d’accordo quasi metà del pianeta, e in Italia anche qualcosa in più. I numeri arrivano da un’analisi del centro studi statunitense Pew Research Center, che ha misurato l’umore di decine di migliaia di persone sul rapporto fra tecnologia e occupazione nei prossimi vent’anni. La media globale di chi teme una perdita netta di lavoro si ferma al 46%, mentre il dato italiano sale al 55%. Sopra tutti gli Stati Uniti, con il 71%, e poi Australia e Corea del Sud appaiate al 76%. La ricerca ha raccolto le opinioni di 50.838 persone in 37 paesi a reddito medio alto, con interviste condotte fra febbraio e giugno. Un campione ampio, che permette di leggere qualcosa di più di una semplice fotografia dell’ansia collettiva.
Più si è ricchi, più si teme l’intelligenza artificiale
Il dato che salta all’occhio è la correlazione fra benessere economico e preoccupazione: i paesi più ricchi mostrano livelli di allarme decisamente superiori. Sembra un paradosso, ma non lo è del tutto, visto che proprio lì l’automazione ha già iniziato a mordere su professioni qualificate e impiegatizie. Detto questo, in molte nazioni la risposta più diffusa resta un’altra ancora, cioè l’incertezza pura e semplice. “In ogni paese, una quota significativa di persone dichiara di non sapere quale impatto avrà l’IA sull’occupazione”, spiega la ricercatrice Laura Silver.
C’è poi una frattura generazionale che merita attenzione. In diversi dei paesi analizzati, il timore di perdere il posto di lavoro a causa dell’intelligenza artificiale è più marcato fra i giovani nella fascia tra i 18 e i 34 anni rispetto agli over 50. Vale sia per economie ad alto reddito come Canada, Francia, Singapore e Svezia, sia per quelle a reddito medio come India, Indonesia e Malesia. Chi ha davanti quarant’anni di carriera, insomma, guarda con più sospetto a una tecnologia che potrebbe riscrivere le regole a metà partita. Fra le donne la preoccupazione risulta mediamente più alta. Non è un caso isolato nemmeno il malumore che si è visto nei campus statunitensi, dove negli scorsi mesi si sono registrate diverse contestazioni degli studenti durante i discorsi di fine anno dedicati all’IA, in alcuni casi con protagonisti esponenti di primo piano del mondo tecnologico.
Disuguaglianze e vita quotidiana, i timori si sommano
Un capitolo a parte riguarda il possibile allargamento del divario fra ricchi e poveri. Qui le percentuali scendono, ma la geografia dei timori resta la stessa: pensa che l’IA aumenterà le disuguaglianze il 28% a livello globale, il 36% in Italia, il 46% negli Stati Uniti. Australia e Corea del Sud, ancora una volta in cima, registrano rispettivamente 52% e 54%. Tradotto, dove la tecnologia è già parte del tessuto economico quotidiano cresce anche la sensazione che i benefici non verranno distribuiti in modo equo.
Sul piano più personale, quello dell’uso crescente dell’intelligenza artificiale nella vita di tutti i giorni, le opinioni si dividono in modo interessante. In media il 37% degli intervistati si dichiara più preoccupato che entusiasta, una quota che in Italia arriva al 49% e negli Stati Uniti tocca il 52%. Ma c’è un blocco altrettanto consistente, il 41% della media globale, che prova preoccupazione ed entusiasmo in misura uguale. Un sentimento ambivalente, sospeso, che racconta bene la fase attuale: la tecnologia è già dentro le case e dentro gli uffici, i suoi effetti concreti sul lavoro però restano un terreno su cui pochi si sentono davvero di scommettere.
Fonte: TecnoAndroid








