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Il cavo Ethernet nascosto dentro il muro può dichiarare tranquillamente 1 Gbps e, allo stesso tempo, essere il vero punto debole della rete di casa. Sembra un controsenso, eppure funziona proprio così: la lucina verde sullo switch non certifica nulla se non che due dispositivi si sono messi d’accordo su una velocità teorica. Poi ci sono la fisica, il rame vero o presunto, le interferenze. E i problemi arrivano lì, dove nessuno guarda.
Quando la connessione inizia a fare le bizze, il cavo è l’ultimo indiziato. Dice gigabit sulla guaina, quindi il discorso sembra chiuso. Solo che i collegamenti digitali non sono bianco o nero, e un cavo può completare l’handshake con lo switch pur avendo l’integrità fisica compromessa in modo pesante. Niente disconnessioni eclatanti, magari, ma partite online con picchi di latenza assurdi, videochiamate che si bloccano senza motivo, streaming che singhiozza. Dietro ci sono spesso crosstalk, attenuazione del segnale oppure conduttori in alluminio ramato che fanno danni.
La spia da 1 Gbps accesa non significa che tutto vada bene
Nel momento in cui si collega un cavo, la scheda di rete e la porta dello switch si scambiano un impulso a bassa frequenza per stabilire la velocità massima comune. Questo scambio verifica la continuità elettrica di base sulle coppie, punto. Non misura il tasso di errore alle alte frequenze, non controlla l’adattamento di impedenza, non dice niente sulla perdita di pacchetti. Se i controlli di continuità passano, la porta accende il suo bel led a 1.0 Gbps e l’utente pensa di essere a posto.
C’è poi tutta la faccenda delle ritrasmissioni. Stabilito il collegamento, i dati viaggiano sulle quattro coppie intrecciate ad alta frequenza. Se interferenze fisiche o resistenza eccessiva corrompono i bit, il dispositivo ricevente rileva un errore di controllo a ridondanza ciclica e scarta il frame. A quel punto il protocollo TCP obbliga il mittente a rispedire il pacchetto perduto. Il link resta formalmente a 1 Gbps, ma il throughput reale crolla perché metà della banda se ne va a rimandare dati rovinati.
Perché un cavo si degrada
Le cause sono di fabbricazione o ambientali, spesso entrambe insieme. La prima trappola è il rame ramato su alluminio, il famigerato copper clad aluminum. I cavi economici venduti online risparmiano usando filo di alluminio rivestito da uno strato microscopico di rame invece del rame pieno. Risultato: resistenza elettrica più alta, attenuazione severa sulle lunghe distanze, surriscaldamento sotto carico Power over Ethernet. E fragilità, perché quel filo si spezza facilmente quando viene tirato dentro una canalina stretta o attorno a uno spigolo.
Poi ci sono le coppie svolte. Ethernet si basa sulla segnalazione differenziale su coppie strettamente intrecciate, ed è proprio l’intreccio ad annullare le interferenze elettromagnetiche. Se la qualità costruttiva è scarsa, oppure se chi installa sfila troppa guaina vicino al connettore RJ45, le coppie si aprono. Da lì nasce il crosstalk, con i segnali che sbordano da una coppia all’altra e corrompono i pacchetti mentre attraversano il mezzo fisico. Infine l’ambiente: far correre cavi non schermati parallelamente a linee elettriche ad alta tensione, condotti dei climatizzatori o reattori di lampade fluorescenti dentro i muri genera un rumore elettrico che seppellisce i deboli segnali dati.
Come capirlo e come rimediare
Lo speed test del browser misura il collo di bottiglia verso internet, quindi con un contratto da 300 Mbps un cavo malandato che viaggia a 250 Mbps con perdita di pacchetti passa inosservato durante la normale navigazione. Meglio usare uno strumento locale come iperf3 tra due macchine cablate: un collegamento gigabit sano si assesta stabilmente vicino ai 940 Mbps. Se il trasferimento interno arranca a 120 Mbps nonostante il led da 1 Gbps, il problema sta nel cavo o nella terminazione. Utile anche controllare le statistiche dell’interfaccia di rete alla ricerca di ritrasmissioni TCP elevate, indizio quasi definitivo.
Per sistemare le cose conviene fare un inventario onesto di patch cord e cablaggi a muro, buttare le confezioni multiple senza marchio comprate a due euro e passare a cavi Cat6 o Cat6a a conduttore rigido di produttori affidabili, verificando di cosa sono fatti davvero. Molti guasti, però, non stanno nel cavo ma nelle attestazioni fatte male sulle placche a muro, quindi vanno ispezionati keystone e punch down mantenendo l’intreccio delle coppie fino ai morsetti IDC, senza lasciare tratti di filo svolti. E quando si passano cavi nuovi tra muri e intercapedini, tenerli fisicamente lontani da linee elettriche, trasformatori e reattori elimina alla radice il crosstalk indotto dalle interferenze.
Fonte: TecnoAndroid








