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Imparare una lingua straniera è una delle attività più complesse che il cervello possa affrontare, e proprio per questo potrebbe rivelarsi uno degli allenamenti mentali più efficaci con il passare degli anni. Memorizzare vocaboli, distinguere suoni mai sentiti prima, riconoscere schemi, ricostruire regole grammaticali e tirare fuori l’espressione giusta al momento giusto: tutto questo accade mentre si ascolta, si interpreta e si prepara una risposta. Un lavoro simultaneo su più fronti che, secondo la ricerca, lascia il segno sulla salute cognitiva.
Chi teme i vuoti di memoria o l’arrivo della demenza spesso si rifugia nei cruciverba o prova a rispolverare uno strumento musicale. Lo studio di una lingua non viene percepito allo stesso modo, eppure mette in moto processi mentali diversi nello stesso istante. Karen Stollznow, ricercatrice di linguistica alla University of Colorado Boulder, alla Griffith University e alla University of New England, studia proprio acquisizione, uso e perdita del linguaggio, temi al centro del suo libro Beyond Words: How We Learn, Use, and Lose Language, dedicato al rapporto tra lingua e mente lungo l’intero arco della vita.
Imparare una lingua, una palestra per la materia grigia
Il cervello resta capace di cambiare sempre, a qualsiasi età. Questa capacità di adattarsi in base alle esperienze si chiama neuroplasticità. Assorbire suoni sconosciuti, vocaboli e strutture grammaticali costringe i neuroni a creare e rinforzare connessioni. E c’è di più: chi studia una lingua deve immagazzinare informazioni, recuperarle, accorgersi quando qualcosa non funziona e correggere il tiro. Uno sforzo mentale prolungato che rende questo tipo di apprendimento una forma di esercizio cognitivo particolarmente ricca.
Le ricerche sul bilinguismo hanno individuato differenze sia nella materia grigia, dove si trovano i neuroni e le loro connessioni, sia nella materia bianca, formata in gran parte dalle fibre nervose che collegano aree diverse del cervello. Diversi studi hanno rilevato una densità maggiore di materia grigia o una migliore integrità della materia bianca nelle persone bilingui rispetto a chi parla una sola lingua. Segno che l’esperienza linguistica si riflette non solo sull’attività cerebrale, ma anche sulla struttura stessa dell’organo.
La riserva cognitiva e il fattore età
Il motivo per cui il tema interessa tanto chi studia l’invecchiamento ha un nome preciso: riserva cognitiva. Si tratta della capacità di mantenere buone funzioni mentali nonostante i cambiamenti legati all’età o eventuali danni al cervello. Gestire due lingue richiede attenzione e controllo costanti, e questa richiesta continua contribuirebbe a rafforzare proprio quella riserva.
Alcune ricerche hanno osservato che le persone bilingui colpite da demenza manifestano i sintomi più tardi rispetto a chi parla una sola lingua. Non significa che il bilinguismo prevenga la malattia o i cambiamenti cerebrali che la accompagnano. Il vantaggio, semmai, sta nella maggiore resistenza davanti a quei cambiamenti.
Resta la domanda più interessante: chi comincia tardi ottiene gli stessi benefici? L’età modifica il modo in cui si impara, ma gli adulti restano perfettamente in grado di acquisire nuove lingue per tutta la vita. Bambini e adulti partono con punti di forza diversi. I primi se la cavano meglio con la pronuncia e certi aspetti grammaticali, i secondi hanno un vocabolario più ampio e strategie di studio più solide. Gli studi condotti su persone anziane mostrano benefici cognitivi, anche se i risultati non sono sempre concordi. Il guadagno sembra arrivare meno dalla fluidità raggiunta e più dal processo in sé, una sfida continua che obbliga a praticare e adattarsi.
Non solo cervello, anche relazioni
C’è poi tutta la parte sociale. Studiare un’altra lingua avvicina a culture diverse, migliora la comunicazione con gli altri e aiuta a mettersi nei panni di chi ha vissuto esperienze differenti. Crea occasioni di conversazione e di amicizia con persone di provenienze linguistiche lontane.
Non esiste una formula stabilita su quante ore servano. Le ricerche hanno usato di tutto, dai corsi intensivi in aula alle sessioni brevi quotidiane con le app, per periodi che vanno da poche settimane a diversi mesi. Più che un numero magico di ore, quello che sembra contare è la costanza in un’attività impegnativa.
L’invecchiamento cambia inevitabilmente il cervello, ma la capacità di apprendere resta intatta. Tenere la mente occupata in attività nuove e difficili può alimentare quella che i ricercatori chiamano resilienza cognitiva, cioè continuare a imparare, adattarsi e funzionare nonostante il passare del tempo.
Fonte: TecnoAndroid








