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Hanwha Tigon 8×8: laser da 50 kW contro gli sciami di droni

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Un laser da 50 kW montato su un blindato non è più fantascienza da salone della difesa, ma la risposta concreta a un problema che i conflitti degli ultimi anni hanno reso impossibile da ignorare. Fermare grandi sciami di droni o missili da crociera, oggi, può costare molto più dell’attacco stesso. E quando la difesa costa dieci o cento volte l’offesa, qualcosa nel conto non torna.

Il nodo è tutto lì, in una matematica che chiunque riesce a seguire senza bisogno di essere un analista militare. Ogni missile intercettore può arrivare a costare centinaia di migliaia o addirittura milioni di euro. Molti droni impiegati sul campo, invece, valgono appena poche migliaia. Basta moltiplicare per qualche decina di velivoli lanciati insieme per capire perché gli stati maggiori abbiano iniziato a guardare altrove.

Perché il conto economico ha cambiato le priorità

La discrepanza non nasce da un errore di progettazione, ma da un disallineamento storico. Le tecnologie difensive che oggi vengono impiegate contro i droni non erano state sviluppate per quello scopo. Sono nate per intercettare bersagli grandi, veloci, costosi, cioè missili e aerei, ed è normale che il prezzo per singolo colpo rifletta quel tipo di minaccia. Il problema è che la minaccia è cambiata, si è moltiplicata e si è fatta molto più economica, mentre gli strumenti per fermarla sono rimasti gli stessi.

Da qui l’interesse crescente verso le armi laser, che ribaltano completamente la logica del costo per intercettazione. Un raggio non si esaurisce come una scorta di munizioni e non richiede una catena logistica paragonabile a quella di un missile. Il vero salto, però, non riguarda solo la potenza del fascio, ma la possibilità di portarlo dove serve. Un sistema fisso protegge un punto. Un sistema mobile protegge una colonna in movimento, un convoglio, una posizione avanzata che cambia ogni giorno.

Hanwha e il laser sul Tigon 8×8

Su questo terreno si muove anche Hanwha, che sta sviluppando un sistema da 50 kW montato su un veicolo Tigon 8×8. L’idea è chiara e piuttosto diretta, cioè trasformare la piattaforma blindata in una postazione antidrone capace di individuare, inseguire e colpire bersagli in movimento, senza dipendere da un’installazione fissa da difendere a sua volta.

Non è la prima volta che si parla di soluzioni di questo tipo, ed è un segnale interessante di per sé. La corsa verso i laser trasportabili non è più un esperimento isolato di un singolo produttore, ma una direzione condivisa da più attori dell’industria della difesa, che stanno tutti provando a risolvere lo stesso identico problema partendo da angolazioni diverse.

La scelta di un mezzo a otto ruote motrici come base non è casuale. Serve spazio per l’apparato, serve energia, serve la capacità di seguire il resto della forza su terreni che non sono strade asfaltate. Un blindato con laser integrato punta esattamente a questo, cioè a stare dentro la manovra invece di aspettare l’attacco da fermo.

I droni in movimento restano il bersaglio principale di questo tipo di sistema, quelli piccoli e numerosi che rendono poco sostenibile qualsiasi risposta basata su intercettori tradizionali. Ed è proprio su quel segmento che si giocherà la partita dei prossimi anni, perché la differenza tra spendere milioni e spendere l’equivalente di qualche minuto di energia elettrica è il tipo di argomento che convince anche i bilanci più rigidi.

Hanwha, con il suo sistema da 50 kW sul Tigon 8×8, si inserisce in questa traiettoria con un prodotto pensato per la mobilità più che per la protezione statica di un’infrastruttura.

Fonte: TecnoAndroid

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