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Non si vede e non si tocca, eppure l’intelligenza artificiale ha bisogno di cose molto concrete per funzionare: terra, elettricità e acqua. Risorse e spazi sempre più ampi, indispensabili non solo per farla esistere ma anche per sostenerne la crescita. Così, dove fino a pochi anni fa si stendevano prati e boschi, oggi sorgono enormi data center, edifici che ospitano server, impianti di raffreddamento e apparecchiature dedicate. È il volto fisico della rivoluzione digitale, quello che comincia a creare frizioni con i territori e con le autorità. L’ultimo caso arriva dalla Finlandia, dove sono stati fermati i lavori in due siti destinati a strutture di Google, a Muhos e Kajaani.
A bloccare i cantieri è stata l’agenzia di vigilanza ambientale, che ha contestato all’azienda di aver cominciato gli interventi sul terreno senza aver portato a termine le valutazioni di impatto ambientale richieste dalla legge. Google ha ammesso lo sbaglio. «Non siamo stati all’altezza dei nostri elevati standard», ha dichiarato il portavoce Sondre Ronander, garantendo che la società si atterrà alle indicazioni delle autorità finlandesi.
Una corsa che cambia il paesaggio
La vicenda nordica però dice qualcosa che va ben oltre il singolo progetto. La gara a costruire data center sta trasformando il paesaggio, e gli Stati Uniti ne sono l’esempio più evidente. Secondo i dati di Cleanview, nel 2025 sono stati completati 180 nuovi edifici destinati all’AI, il 170% in più rispetto al 2021. I progetti hanno coinvolto 22 Stati e quasi 50 strutture sono nate soltanto in Virginia. Non è finita qui, perché nel 2026 se ne sono aggiunte altre 88.
Dietro questi numeri c’è un’esigenza molto pratica, cioè produrre sempre più potenza di calcolo. Secondo Epoch A.I., dal 2022 la capacità mondiale dedicata all’intelligenza artificiale è raddoppiata in media ogni sette mesi. Un ritmo impressionante, che però ha un costo salato. Calcolare richiede elettricità e genera calore, per questo alcuni nuovi impianti nascono già con sistemi autonomi di produzione energetica, mentre per tenere a bada la temperatura dei server servono quantità crescenti di aria o di acqua.
Anche il lato economico ha proporzioni enormi. Stijn van Nieuwerburgh, economista della Columbia Business School, stima che gli investimenti annuali nelle infrastrutture legate all’AI potrebbero superare il 3% del Pil statunitense tra il 2025 e il 2032.
Proteste locali e freni della politica
Il punto è che la promessa di nuovi posti di lavoro, capitali in arrivo e maggiori entrate fiscali non sempre basta a convincere le comunità locali. Negli Stati Uniti crescono infatti le proteste legate al consumo di acqua, al rumore, alle emissioni e al peso sulla rete elettrica. Il caso della contea di Loudoun, in Virginia, è emblematico. Si tratta di una delle zone americane con la più alta concentrazione di centri dati e le imposte sulle apparecchiature potrebbero portare nelle casse locali oltre 900 milioni di euro. Eppure un sondaggio realizzato in collaborazione con l’Università di Siena ha rilevato che più del 60% degli intervistati è contrario allo sviluppo di strutture destinate all’intelligenza artificiale, nonostante i guadagni.
La questione si sposta inevitabilmente anche sul terreno della politica. Diversi Stati stanno valutando sospensioni per i nuovi impianti e a New York è stato fissato un tetto annuale alle autorizzazioni. Nel frattempo il settore deve fare i conti con la carenza di apparecchiature e con i ritardi nei cantieri. Ostacoli che comunque non frenano la domanda di nuovi data center e che anzi la rendono ancora più competitiva.
Fonte: TecnoAndroid








