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Pianificare la scalata di una montagna oltre i 4.300 metri chiedendo consigli a Gemini non è mai stata una buona idea, e tre escursionisti lo hanno scoperto nel modo più duro possibile. Volevano affrontare il monte Shasta, quinta vetta più alta della California, e invece di ascoltare chi conosce quei pendii metro per metro si sono affidati a una conversazione con l’intelligenza artificiale. Il finale, per fortuna, è meno drammatico di quanto potesse essere: una squadra di ranger e volontari li ha recuperati prima che la situazione degenerasse davvero.
La cronologia dell’uscita racconta tutto quello che c’è da sapere. Partenza dal campo base, situato attorno ai 2.500 metri, alle tre del mattino. Un orario sensato, tra l’altro, perché in alta montagna si parte presto per avere margine. E infatti l’indicazione ricevuta era chiara: se entro mezzogiorno la cima non è sotto i piedi, si torna indietro. Punto. Il motivo è banale ma vitale, ovvero evitare di trovarsi in discesa con il buio addosso e con il meteo che, a quelle quote, cambia idea in fretta.
Il limite delle dodici ignorato per sette ore
Quel monito è rimasto lettera morta. I tre hanno continuato a salire fino alle sette di sera, ben oltre il termine concordato, ritrovandosi poi nella condizione peggiore: nessuna possibilità di rientrare, luce che spariva, necessità di cercare un rifugio di fortuna dove passare la notte. Chi ha un minimo di dimestichezza con la montagna sa che la discesa è la parte insidiosa, quella dove le gambe non rispondono più come in salita e dove gli errori si moltiplicano.
Non vedendoli rientrare, sono scattate le ricerche. Il recupero è arrivato in tempo e le conseguenze si sono limitate a un infortunio al ginocchio, il che, considerando lo scenario, è quasi un dettaglio. Resta però il fatto che una squadra di soccorritori è stata impiegata per rimediare a una pianificazione affidata a un chatbot invece che a chi frequenta quei sentieri per lavoro. Il punto non è che Gemini sia inutile. Serve per riassumere testi, cercare informazioni, organizzare idee, e in molti contesti fa un buon lavoro. Ma un modello linguistico non ha idea di come sia la neve sul monte Shasta quel preciso giorno, non conosce lo stato dei canaloni, non sa quanto tempo serve davvero a tre persone con quella preparazione fisica per coprire un dislivello di quasi duemila metri. Quelle valutazioni le fanno le guide, i ranger, i bollettini locali.
Lo smartphone non basta e le autorità lo ribadiscono
Nel comunicato diffuso dopo l’operazione, le autorità locali hanno insistito su un altro aspetto che spesso viene sottovalutato dagli escursionisti meno esperti: avventurarsi in ambienti simili portando con sé soltanto lo smartphone come unico sistema di comunicazione è una scelta rischiosa. La copertura di rete in quelle zone è scarsa per forza di cose, e basta poco per ritrovarsi completamente isolati, senza modo di chiamare aiuto proprio nel momento in cui servirebbe.
Esistono strumenti pensati esattamente per queste circostanze, come le funzionalità di Emergency SOS via satellite, che permettono di inviare una richiesta di soccorso anche dove il segnale telefonico non arriva. Non sono gadget di lusso, sono attrezzatura, allo stesso titolo dei ramponi e della piccozza.
Per i tre protagonisti si tratta di una lezione difficile da dimenticare, e per tutti gli altri di un promemoria abbastanza esplicito su quanto convenga fidarsi ciecamente dell’AI quando in gioco c’è qualcosa di più della scelta del ristorante. Il monte Shasta, nel frattempo, resta lì con i suoi oltre 4.300 metri, indifferente a qualsiasi risposta generata da un algoritmo.








