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Nel Kimberley occidentale, oggi terra rossa, polvere e distese che sembrano infinite, 250 milioni di anni fa si affacciava una baia poco profonda brulicante di vita. Dove ora il paesaggio è arido e spazzato dal vento, si muovevano predatori marini dalla forma insolita, anfibi che ricordavano alla lontana rane e salamandre ma che avevano scelto il mare come territorio di caccia. Il pianeta stava ancora rialzandosi dalla più devastante estinzione di massa della sua storia, quella che alla fine del Permiano spazzò via la maggior parte delle specie viventi, ben prima dell’epoca dei dinosauri. Eppure, lungo quelle coste, la vita aveva già trovato il modo di reinventarsi.
Anfibi marini antichi rivelano reti ecologiche globali
A riportare alla luce questo frammento di mondo perduto è stato un gruppo di ricercatori dello Swedish Museum of Natural History, che ha rimesso mano a fossili scoperti negli anni Settanta nella stazione di allevamento di Noonkanbah, vicino alla cittadina di Derby. Per decenni quei resti erano stati catalogati sotto un unico nome, Erythrobatrachus noonkanbahensis, considerato una sorta di specialità locale australiana. Le casse d’archivio sembravano aver già raccontato tutto quello che c’era da sapere.
Poi è arrivata la tecnologia a cambiare prospettiva. Nel 2024, grazie a scansioni tridimensionali ad alta risoluzione, i paleontologi hanno osservato dettagli anatomici che in passato erano sfuggiti. Le ossa non appartenevano tutte allo stesso animale. Tra quei reperti si nascondeva almeno un altro protagonista: Aphaneramma, un anfibio dal muso allungato, perfetto per scattare in avanti e catturare piccoli pesci nelle acque basse della baia.
La differenza non è solo una questione di forma del cranio. Se Erythrobatrachus sembra essere stato confinato all’Australia, Aphaneramma racconta una storia molto più ampia. Fossili attribuiti a questo genere sono stati ritrovati in luoghi lontanissimi tra loro: nell’Artico, in Russia, in Pakistan e perfino in Madagascar. Una distribuzione che oggi appare quasi incredibile, ma che acquista senso se si pensa che all’epoca i continenti erano saldati insieme nel supercontinente Pangea. Le coste erano collegate in modo continuo, creando corridoi naturali lungo i quali queste creature potevano espandersi.
Tecnologia 3D scopre specie marine mai viste prima
Lo studio, pubblicato il 22 febbraio sul Journal of Vertebrate Paleontology, suggerisce che già agli inizi dell’era mesozoica questi anfibi marini avessero colonizzato ambienti molto distanti tra loro, occupando ruoli di vertice nelle catene alimentari costiere. Non erano semplici sopravvissuti in un mondo ferito, ma predatori ben adattati, capaci di sfruttare nicchie ecologiche lasciate vuote dall’estinzione.
La storia che emerge non è solo quella di due specie distinte, ma di un ecosistema dinamico e sorprendentemente complesso. In un periodo spesso raccontato come una lunga fase di recupero dopo una catastrofe globale, queste ossa australiane mostrano invece un quadro diverso: mari bassi animati da forme di vita già diversificate, distribuite su scala quasi planetaria. E tutto questo era rimasto silenziosamente custodito in alcune casse polverose per oltre mezzo secolo, in attesa che qualcuno decidesse di guardare un po’ più a fondo.