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Electrolux ha confermato quello che nelle Marche si temeva da settimane: lo stabilimento di Cerreto D’Esi chiude, e il piano di riorganizzazione italiano resta pesante nonostante il numero degli esuberi sia stato limato solo in parte. Sul tavolo restano 1.450 posti in eccesso distribuiti sui cinque stabilimenti italiani del gruppo, una cifra che pesa come un macigno su un settore, quello degli elettrodomestici, che in Italia ha una storia lunga e un presente parecchio complicato.
La riduzione annunciata dall’azienda non cambia la sostanza del quadro. Meno esuberi rispetto alle ipotesi iniziali, sì, ma la mappa produttiva italiana resta quella disegnata dal piano, con un sito che sparisce e gli altri chiamati a reggere l’urto di una ristrutturazione che tocca migliaia di famiglie. La chiusura di Cerreto D’Esi è il punto più duro, perché non si tratta di un ridimensionamento ma della cancellazione di un presidio industriale.
Cerreto D’Esi resta fuori dal salvataggio
Il territorio dell’entroterra marchigiano aveva sperato in un ripensamento, magari in una riconversione, in qualcosa che permettesse allo stabilimento di continuare a esistere in forma diversa. Non è andata così. La decisione su Cerreto D’Esi è stata confermata, e il ritocco al numero complessivo di esuberi non ha prodotto alcuna deroga per il sito marchigiano. Un dettaglio che dice molto su come Electrolux abbia impostato la trattativa: margini di manovra sui numeri, nessuno sulla geografia degli impianti.
Per la zona di Ancona l’effetto è doppio. Da un lato la perdita diretta dei posti di lavoro dello stabilimento, dall’altro l’indotto, cioè quella rete di fornitori, piccole officine, aziende di componentistica e servizi che intorno a un impianto del genere hanno costruito la propria attività. Quando chiude una fabbrica di quelle dimensioni, i conti non si fermano mai al perimetro dei cancelli.
I 1.450 esuberi e i cinque stabilimenti italiani
Il dato dei 1.450 posti a rischio è quello che tiene banco nel confronto tra azienda, sindacati e istituzioni. Riguarda l’intera presenza produttiva del gruppo in Italia, quindi tutti e cinque gli stabilimenti, ognuno con le proprie specificità e i propri equilibri interni. La riorganizzazione, nelle intenzioni dell’azienda, dovrebbe rimettere in ordine costi e capacità produttiva, ma il prezzo sociale è evidente e finora nessuna delle parti in causa ha nascosto quanto sia alto.
Il tema degli esuberi non è nuovo per il settore. Negli ultimi anni la produzione di elettrodomestici in Europa ha subito una pressione costante, tra concorrenza internazionale, costi energetici e domanda che non tira come un tempo. Quello che cambia, in questo caso, è la dimensione dell’intervento e il fatto che coinvolga in un colpo solo l’intera struttura italiana del gruppo.
Cosa succede ora al piano industriale
Il confronto proseguirà sui numeri e sugli strumenti di accompagnamento, perché una cifra come quella messa nero su bianco difficilmente può essere assorbita senza misure straordinarie. La chiusura di Cerreto D’Esi resta però il punto fermo del piano industriale, quello su cui l’azienda non ha mostrato disponibilità a tornare indietro nemmeno di fronte alla revisione parziale degli esuberi complessivi.








