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Quattro ex dipendenti di magazzino hanno trascinato Amazon davanti a un tribunale federale di New York, accusando il colosso dell’ecommerce di aver negato alle lavoratrici incinte anche le richieste più elementari, dalle pause per andare in bagno alla possibilità di lavorare sedute. La causa è una class action e punta a rappresentare le dipendenti Amazon in tutti gli Stati Uniti, non solo quelle assunte nello Stato di New York.
Le firmatarie sono Willamina Barclay, Kristina Green, Jennifer Hatch e Dazaria Parks. Tutte e quattro sono rimaste incinte mentre lavoravano nei centri logistici, tutte e quattro hanno chiesto quelli che il documento definisce adattamenti di base, riconosciuti dalla legge come necessari perfino nelle gravidanze senza complicazioni. Pause in bagno, quindici minuti extra di stacco, una sedia. Secondo il ricorso, depositato presso la Corte distrettuale per il distretto orientale di New York, tutte e quattro sono state licenziate illegittimamente tra aprile 2025 e luglio 2026.
Il meccanismo delle assenze e la legge del 2022
Il punto centrale della vicenda riguarda il sistema di gestione delle assenze. Quando le lavoratrici prendevano pause mediche necessarie, andavano dal medico o finivano al pronto soccorso, Amazon scalava le ore dal loro monte di permessi non retribuiti. Esaurito quel piccolo margine, arrivava la minaccia di licenziamento. Il ricorso parla apertamente di politica punitiva sulle presenze, applicata proprio a chi aveva chiesto un accomodamento ragionevole.
A dare peso alla causa c’è il Pregnant Workers Fairness Act, la legge federale del 2022 che obbliga i datori di lavoro a garantire adattamenti ragionevoli alle dipendenti interessate da gravidanza, parto, allattamento e condizioni mediche collegate, a meno che questo non comporti un onere eccessivo per l’attività. Nel 2024 la EEOC, l’agenzia federale che vigila sull’applicazione della norma, aveva chiarito che per certe richieste non è ragionevole pretendere documentazione medica di supporto. Avere acqua a portata di mano, fare qualche pausa in più in bagno, mangiare o bere, restare seduti mentre si lavora. Sono modifiche talmente comuni, ha spiegato l’agenzia, che nessuno dovrebbe doverle giustificare con un certificato. Il ricorso sostiene invece che Amazon chiedesse carte mediche per qualsiasi richiesta, anche la più banale, sapendo che nelle prime settimane di gravidanza ottenerle può richiedere settimane. La posizione di Hatch è stata già valutata dall’agenzia. Dopo la denuncia per discriminazione, a febbraio 2026 la EEOC ha riscontrato una causa ragionevole per ritenere che Amazon avesse discriminato una classe nazionale di addette ai magazzini sulla base della gravidanza, in alcuni casi costringendole ad andare in congedo. Il 26 agosto l’agenzia ha rilasciato a Hatch la notifica del diritto di agire in giudizio, documento ottenuto anche da Barclay.
La replica dell’azienda e i casi singoli
Amazon ha risposto sostenendo che il ricorso contiene inesattezze e omette dettagli importanti, e nega di violare la legge federale. L’azienda afferma di sostenere ogni anno decine di migliaia di dipendenti con adattamenti legati alla gravidanza e che nell’ultimo anno oltre il 99,9% delle richieste è stato approvato, comprese pause aggiuntive, mansioni modificate e ruoli da svolgere seduti. Rivendica inoltre fino a 20 settimane di congedo interamente retribuito per i genitori che partoriscono, con quattro settimane prima del parto e un programma di rientro graduale.
I racconti contenuti nella class action vanno in direzione opposta. Barclay, spostata dal ruolo di picker a quello di packer, ha continuato a stare in piedi a lungo, accovacciarsi ripetutamente e sollevare scatoloni pesanti. Ha ottenuto quattro pause extra da quindici minuti, ma non il permesso di sedersi quando ne aveva bisogno né una sedia, con conseguenze sulla schiena. È stata licenziata quattro giorni dopo essersi assentata per un episodio di vomito grave, nonostante avesse consegnato il certificato medico in giornata.
La gravidanza di Hatch era classificata ad alto rischio per l’età. Soffre di asma e i problemi respiratori peggioravano con le lunghe permanenze in piedi. Aveva chiesto un limite di sollevamento a trenta libbre, una pausa seduta di quindici minuti ogni quattro ore e turni non superiori alle otto ore. Nessuna richiesta è stata approvata, mentre i responsabili di sito le ordinavano di sollevare scatole pesanti. Le quattro donne, assistite dall’organizzazione non profit A Better Balance, chiedono la reintegrazione, gli arretrati, il risarcimento dei benefit persi e i danni punitivi. Lo Stato del New Jersey aveva già citato in giudizio Amazon nell’ottobre 2025 per discriminazione diffusa verso lavoratrici incinte e dipendenti con disabilità. Nel secondo trimestre del 2026 l’azienda ha dichiarato vendite nette per circa 185 miliardi di euro e un utile netto di circa 58 miliardi di euro.








