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Clint Eastwood e il gangsta rap: un giudizio senza appello

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Difficile trovare un giudizio più netto di quello che Clint Eastwood ha riservato al gangsta rap, un genere che il regista e attore statunitense ha liquidato senza mezzi termini in un’intervista concessa a Psychology Today negli anni Novanta. Parole che tornano a circolare oggi, mentre Eastwood nel 2026 ha compiuto 96 anni e resta una delle figure più longeve del cinema americano. La frase, secca, non lasciava spazio a interpretazioni: nessun valore, nessuna attenuante.

La cosa curiosa è che quel giudizio arriva da un uomo che con la musica ha avuto un rapporto tutt’altro che superficiale. Anzi, forse pochi registi hanno intrecciato il proprio percorso artistico con le note quanto ha fatto lui.

Una vita passata dentro la musica, tra jazz e country

Il legame di Eastwood con il suono non si è mai limitato alle colonne sonore commissionate a terzi. Nel 1963, dopo la popolarità conquistata con la serie western che lo aveva lanciato, pubblicò un album country intitolato Rawhide’s Clint Eastwood Sings Cowboy Favorites. Non un esperimento isolato, visto che negli anni ha firmato personalmente le musiche di alcuni suoi film, tra cui Mystic River e Million Dollar Baby.

Sul grande schermo il tema è tornato più volte. Il film del 15 novembre 1983 diretto e interpretato da lui stesso, due ore e due minuti accanto a Verna Bloom e Kyle Eastwood, raccontava proprio il mondo della musica country. E poi c’è Bird, il biopic dedicato a Charlie Parker, uno dei ritratti più appassionati mai realizzati su un musicista jazz, che dice parecchio su dove batteva davvero il cuore del regista.

Eppure, i gusti hanno confini precisi. Quando l’intervistatore di Psychology Today gli chiese cosa pensasse del gangsta rap e di artisti come Ice-T, la risposta arrivò senza giri di parole: “Non le vedo assolutamente alcun valore. L’unica cosa che fa questa musica è fare appello ai peggiori aspetti dell’umanità”.

Il nodo della violenza e la domanda scomoda

Il contesto di quelle dichiarazioni era incandescente. Erano gli anni in cui i testi di gruppi come N.W.A e Body Count, la band guidata da Ice-T, finivano al centro di polemiche continue. I settori conservatori accusavano il genere di glorificare la violenza e di alimentare l’ostilità verso la polizia. Gli artisti, dall’altra parte, rivendicavano le proprie canzoni come forma di protesta e come specchio di esperienze legate al razzismo e agli abusi delle forze dell’ordine.

L’intervista, però, mise Clint Eastwood davanti a una domanda parecchio scomoda. Se la violenza raccontata nei suoi film, a partire dal ciclo dedicato a Harry Callahan, potesse essere considerata più legittima di quella evocata dai brani rap. Il cineasta rispose di sì, e ribadì il proprio rifiuto verso l’idea di presentare le forze dell’ordine come responsabili dei mali della società.

Ma il dialogo non si fermò lì. Incalzato dall’intervistatore, Eastwood ammise che le esperienze personali possono determinare in modo decisivo la percezione che ciascuno ha della polizia. E riconobbe di aver avuto lui stesso qualche incontro sgradevole con gli agenti, prima di diventare famoso. Una concessione minima, forse, ma sufficiente a incrinare la rigidità della posizione iniziale.

Resta il ritratto di un artista che ha fatto della musica una parte centrale del proprio linguaggio, dal jazz al country, e che allo stesso tempo ha tracciato una linea invalicabile davanti a un genere nato nelle periferie americane. Un genere che, a suo dire, non aveva nulla da offrire. Le sue parole di allora continuano a essere citate come una delle prese di posizione più dure mai arrivate da Hollywood sul rap della East e West Coast di quegli anni.

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