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Microsoft Edge non è gatekeeper: il Tribunale UE respinge Opera

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Niente obblighi da Digital Markets Act per Edge: il Tribunale generale dell’Unione europea ha respinto in pieno il ricorso che Opera aveva depositato oltre due anni fa, confermando così la linea della Commissione europea. Microsoft, in altre parole, non deve essere designata come gatekeeper per il proprio browser, e la società norvegese si ritrova a incassare una sconfitta che pesa parecchio sul piano simbolico prima ancora che su quello pratico. La strada verso la Corte di Giustizia resta aperta, ma i tempi sono stretti.

La vicenda parte da lontano. A metà febbraio 2024, dopo un’indagine durata circa 5 mesi, la Commissione europea aveva stabilito che Edge non rientra tra i cosiddetti Core Platform Service, la categoria che fa scattare gli obblighi previsti dal DMA. Opera non ci stava. Il ragionamento della software house era lineare e, va detto, tutt’altro che campato per aria: il browser arriva preinstallato su Windows 11, quindi Microsoft parte con un vantaggio enorme rispetto a chiunque altro provi a conquistarsi un posto sul desktop degli utenti europei.

Perché i giudici hanno dato ragione alla Commissione

Il Tribunale generale dell’Unione europea ha respinto integralmente il ricorso, spiegando che la valutazione fatta a Bruxelles regge su tre pilastri. Il primo riguarda i numeri. Edge supera effettivamente la soglia quantitativa dei 45 milioni di utenti attivi al mese, quella che in teoria fa suonare il campanello d’allarme, ma la sua quota di mercato resta molto più bassa rispetto a quella di Chrome e Safari, i due browser che invece devono rispettare le regole europee. Un conto è sfiorare la soglia, un altro è dominare il settore.

Il secondo punto tocca proprio l’argomento più forte di Opera, cioè la preinstallazione. Secondo la Commissione, l’integrazione di Edge nell’ecosistema Microsoft, Windows compreso, non basta a trasformare il browser in un punto di accesso davvero determinante, quello che il regolamento chiama gateway. Essere presenti di default su milioni di computer non equivale automaticamente a controllare il flusso tra utenti e servizi digitali, ed è su questa distinzione che si gioca buona parte della partita.

Terzo elemento, forse il più tecnico ma anche il più interessante. Edge si appoggia al motore di rendering Blink, lo stesso su cui si basano diversi browser concorrenti. Il che significa che Microsoft, su alcuni aspetti del funzionamento del suo prodotto, ha meno controllo di quanto si potrebbe immaginare. Un dettaglio da addetti ai lavori che però ha avuto il suo peso nella decisione finale.

Le reazioni delle due aziende e i prossimi passi

Opera ha ancora una carta da giocare. L’appello alla Corte di Giustizia può essere presentato entro due mesi e dieci giorni, e dalle dichiarazioni di un portavoce si capisce che l’intenzione di andare avanti non manca. Le parole scelte sono queste: la lotta per dare agli utenti maggiore controllo sui propri dispositivi e la possibilità di decidere autonomamente quale software utilizzare continua. Nessun accenno esplicito a un ricorso già deciso, ma il tono lascia poco spazio ai dubbi sulle intenzioni della società norvegese.

Sul fronte opposto, Microsoft ha accolto la notizia con evidente soddisfazione. Il commento diffuso dall’azienda parla di una decisione accolta con favore e di una collaborazione che prosegue con la Commissione e con l’intero settore, con l’obiettivo di garantire che le piattaforme già designate del gruppo siano pienamente conformi al Digital Markets Act. Perché va ricordato un aspetto che spesso sfugge: Microsoft resta comunque un gatekeeper per altri servizi, semplicemente Edge non entra in quel perimetro.

La pronuncia del Tribunale generale chiude quindi il primo grado di un contenzioso che va avanti dal 2024 e che, almeno per ora, lascia il browser di Redmond fuori dagli obblighi più stringenti previsti dalle regole europee sulla concorrenza digitale.

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