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Domani sera, mercoledì 12 agosto, il Sole tramonta mentre la Luna se lo sta mangiando. Dall’Italia non vedremo la totalità, quella resta appannaggio di Islanda, Groenlandia, Spagna settentrionale e Baleari, ma vedremo un disco solare ridotto a una falce sottile che scende verso ovest. È la prima eclissi solare totale visibile dall’Europa continentale dal 1999, e in molte zone del Nord Italia la copertura supererà il 90%.
Io la seguirò dal campo di tiro con l’arco dove mi alleno, non dal giardino di casa. Il motivo è banale e ve lo spiego subito, perché è la cosa più importante di tutto questo articolo: alle 20:11, quando a Roma l’oscuramento tocca il massimo, il Sole sarà a tre decimi di grado sopra l’orizzonte. Praticamente appoggiato sui tetti. Se avete un palazzo, un pino o una collina in direzione ovest-nord-ovest, non vedrete assolutamente nulla, per quanto costoso sia il vostro strumento.
Detto questo, se l’orizzonte ce l’avete libero, un telescopio smart è probabilmente il modo più rilassato di portarsi a casa immagini decenti di questa eclissi. Due modelli in particolare hanno senso: uno costa poco più di quattrocento euro e sta in uno zaino, l’altro ne costa quasi milleseicento ed è una macchina di un’altra categoria. Vediamo entrambi, con i parametri operativi reali e non le solite frasi da comunicato stampa.
Cosa succede esattamente il 12 agosto 2026
La fascia di totalità parte dall’Artico russo, attraversa la Groenlandia e l’Islanda, poi scende sulla Spagna settentrionale sfiorando l’estremo nord-est del Portogallo e chiude sulle Baleari. La durata massima è di circa 2 minuti e 18 secondi, e si tocca sull’Atlantico, a una quarantina di chilometri dalla costa occidentale islandese. Sulla terraferma spagnola si resta sotto i due minuti. Il massimo dell’eclissi cade alle 17:47 UTC, quindi le 19:47 ora italiana.
Dall’Italia il fenomeno è parziale ovunque, e questo cambia tutto dal punto di vista fotografico e da quello della sicurezza. Non ci sarà nessun momento in cui il disco solare è completamente coperto, quindi non ci sarà nessun momento in cui è lecito togliere il filtro. Ci torno più avanti perché è il punto su cui non esistono eccezioni.
Le mappe elaborate dall’INAF danno un gradiente netto da sud-est verso nord-ovest. Nel Ponente ligure, nella zona di Ventimiglia, si arriva a sfiorare il 96%. Nella Sardegna nord-occidentale, verso l’Asinara, alcuni calcoli spingono la copertura anche oltre. Torino supera il 93%, Milano il 92%, Firenze si ferma all’83,44%, Ancona al 62,78%, Cagliari a quasi il 67%. Roma oscilla tra il 58% e il 69% a seconda del modello di calcolo, Napoli si ferma intorno al 46%, la Calabria intorno al 18% e nel Salento si scende sotto la soglia in cui il fenomeno resta percepibile a occhio.
Gli orari sono compressi in una manciata di minuti su tutto il territorio. Il primo contatto avviene quasi ovunque tra le 19:25 e le 19:40: Milano e Venezia alle 19:27, Torino e Bologna alle 19:28, Genova alle 19:29, Firenze alle 19:30, Roma alle 19:32. I massimi si distribuiscono tra le 20:11 di Roma e le 20:22 di Genova, passando per le 20:19 di Venezia e le 20:20 di Milano e Firenze. In diverse città il Sole tramonta prima che l’eclissi finisca astronomicamente, quindi la fine del fenomeno per noi coincide con il tramonto.
C’è un dettaglio che rende la serata ancora più interessante: il 12 agosto è anche il picco delle Perseidi. Chi si organizza con calma può montare lo strumento per il tramonto, chiudere la sequenza sull’eclissi e restare fuori a lavorare sul cielo notturno. Vale la pena portarsi dietro una batteria in più.
Il problema non è il telescopio, è l’orizzonte ovest
A Firenze il massimo arriva con il Sole a 0,2 gradi di altezza e il tramonto tre minuti dopo. A Roma siamo a 0,3 gradi. Tradotto: state fotografando un oggetto che è alla stessa altezza apparente di un tetto lontano un chilometro. Qualunque ostacolo in direzione ovest-nord-ovest vi cancella l’evento.
Nel mio caso il giardino di casa è inutilizzabile, perché il perimetro è chiuso da alberi e dai muri dei vicini. Il campo dove tiro con l’arco invece è aperto, in leggera pendenza e con una visuale pulita in quella direzione, e questo lo rende un posto molto migliore di qualsiasi terrazzo condominiale. Il consiglio pratico è di andare sul posto stasera stessa, verso le 19:15, e guardare fisicamente il tramonto. Se il Sole scende senza sparire dietro qualcosa, il posto è buono. Se sparisce, cambiate posto oggi, perché domani alle 19:00 non avrete tempo di improvvisare.
Aggiungo un fattore che molte guide sottovalutano: a quelle altezze l’atmosfera diventa uno strato spesso e la foschia estiva sull’orizzonte mangia contrasto e dettaglio. Una posizione elevata, una costa esposta a ponente o un crinale valgono più di qualsiasi upgrade ottico. Se potete scegliere tra un balcone in città e una collina a venti minuti di macchina, prendete la macchina.
La regola di sicurezza che non ha eccezioni
Dall’Italia il filtro solare resta montato per tutta la durata del fenomeno. Non al massimo, non negli ultimi minuti prima del tramonto, non per due secondi per curiosità. Una porzione di fotosfera rimane sempre scoperta, e la fotosfera brucia sia la retina sia il sensore.
Per gli occhi servono occhialini certificati ISO 12312-2. Occhiali da sole, lastre radiografiche, pellicola impressionata, vetri affumicati e maschere da saldatore sotto il grado 14 non sono protezioni, sono modi lenti di farsi male. Per l’ottica serve un filtro solare specifico da anteporre all’obiettivo, non un ND fotografico: un ND da dieci stop lascia passare infrarosso e ultravioletto in quantità sufficiente a friggere un sensore CMOS in pochi minuti, e non è progettato per quel tipo di flusso.
Entrambi gli strumenti di cui parliamo hanno una soluzione ufficiale, ed è l’unica da usare. Nel primo caso il filtro è nella scatola, nel secondo è un accessorio a parte che va comprato prima. Se non ce l’avete e domani non arriva, l’alternativa sensata è guardare l’eclissi con gli occhialini certificati e fotografare il paesaggio, non puntare il telescopio verso il Sole sperando che vada bene.
Perché uno strumento automatico ha senso proprio su un’eclissi
Un’eclissi parziale al tramonto è un soggetto scomodo. Il Sole si muove, cala di luminosità in modo non lineare, si arrossa mentre attraversa strati d’aria sempre più densi, e voi avete circa cinquanta minuti utili prima che sparisca. Con un setup tradizionale passate quel tempo a correggere l’inseguimento e a rifare la messa a fuoco.
I telescopi intelligenti spostano tutto quel lavoro sul software. Centrate il disco solare una volta, premete il tasto di tracking e lo strumento lo tiene al centro del fotogramma da solo, mettendo a fuoco in automatico. Da lì scegliete se scattare foto singole, raffiche, video o un time-lapse, e potete guardare l’eclissi con gli occhialini mentre la macchina lavora. Per un evento che dura una manciata di minuti e non si ripete, questa differenza pesa parecchio.
C’è anche un aspetto meno tecnico. Con un oculare classico l’eclissi la vede una persona alla volta. Con un’immagine live sullo schermo del telefono la vedono tutti insieme, e se avete famiglia o amici intorno cambia proprio il tipo di serata.
DWARFLAB DWARF mini: 840 grammi e il filtro già nella scatola

Il modello di DWARFLAB pesa 840 grammi, entra in uno zaino senza discussioni e costa 429 euro sullo store ufficiale. Nella confezione, oltre al telescopio, ci sono il filtro solare, il cavo USB-C e il panno di pulizia. Questo è il dettaglio che lo rende interessante proprio adesso: non dovete ordinare nient’altro per riprendere il Sole in sicurezza.
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L’ottica è un teleobiettivo da 30 mm di apertura con sei elementi apocromatici, equivalente a circa 1.016 mm su pieno formato. Il sensore è un Sony IMX662 da 1/2,8 pollici con pixel da 2,9 micron e scatto RAW da 2 megapixel. C’è una seconda camera grandangolare che serve a puntare rapidamente e che di notte se la cava bene con Via Lattea e star trail. Il tubo ruota di 225 gradi e la testa di 360 senza fine corsa, con controllo via app o joystick.
Sul cielo profondo il piccolo DWARFLAB ha una modalità equatoriale che consente pose fino a 90 secondi, e integra tre filtri commutabili via software: dark frame automatico, filtro astronomico 430-690 nm e dual narrowband tarato su H-alfa e O III per lavorare sotto inquinamento luminoso. Non è uno strumento da confrontare con un rifrattore serio, ma sul Sole la differenza la fa il diametro apparente del disco, e con quella focale equivalente il disco riempie il fotogramma in modo soddisfacente.
Il filtro si aggancia magneticamente davanti al teleobiettivo. Sembra un dettaglio da poco, e invece è esattamente ciò che serve quando avete cinquanta minuti di evento e le mani che tremano: niente ghiere da avvitare al buio, si appoggia e tiene.
Vaonis Vespera II: 50 mm di apertura e la modalità eclissi in app

Il modello francese gioca un altro campionato, sia come ottica sia come prezzo. Parliamo di un rifrattore da 50 mm di apertura e 250 mm di focale, f/5, con lente apocromatica quadrupletta e correttore di campo, sensore Sony IMX585 da 8,3 megapixel in formato 1/1,2 pollici. Il campo nativo è di 2,5 x 1,4 gradi con una risoluzione di 2,39 arcosecondi per pixel, e la modalità mosaico CovalENS arriva a 24 megapixel. Pesa 5 chili, ha quattro ore di autonomia, 25 GB di memoria interna e salva i frame singoli in FITS a 16 bit.
Il prezzo è di 1.590 euro per il solo strumento e 1.690 euro con il treppiede standard. Su Amazon Italia si trova la versione senza treppiede, venduta e spedita da Amazon.
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Qui però c’è una premessa che va fatta con onestà: il filtro solare non è incluso. Costa 179 euro sullo store ufficiale, si sostituisce all’anello portafiltri sul braccio ottico e ha una scheda elettronica che permette allo strumento di riconoscerlo. Senza quel filtro montato, la stazione si rifiuta di puntare il Sole, e fa bene.
Il sistema di sicurezza è aggressivo per progetto. Durante un’osservazione solare, se togliete il filtro, il rilevamento scatta immediatamente e il braccio ottico rientra in posizione protetta interrompendo la sessione. Da qui nasce la funzione che a giugno Vaonis ha rimesso in campo con l’aggiornamento dell’app Singularity e il firmware 3.3, distribuito a partire dal 16 giugno: la modalità eclissi, disponibile per la gamma Vespera e per Stellina, che disattiva quel blocco e permette di rimuovere il filtro durante la totalità senza che lo strumento si metta al riparo. La stessa modalità sblocca l’esposizione manuale, così da scegliere se privilegiare la cromosfera, la corona interna o quella esterna.
Ripeto il concetto perché in questi giorni sta girando parecchia confusione: quella funzione serve a chi domani sarà in Spagna, in Islanda o sulle Baleari. Dall’Italia il filtro non si toglie in nessun momento, e la modalità eclissi la si usa al massimo per la gestione manuale dei parametri, non per scoprire l’ottica.
Le due schede tecniche a confronto
| Caratteristica | DWARFLAB DWARF mini | Vaonis Vespera II |
|---|---|---|
| Apertura | 30 mm (teleobiettivo) | 50 mm |
| Focale | circa 1.016 mm equivalenti su FF | 250 mm, f/5 |
| Schema ottico | 6 lenti apocromatiche | quadrupletta apocromatica con correttore di campo |
| Sensore | Sony IMX662, 1/2,8″, pixel 2,9 µm | Sony IMX585, 1/1,2″, pixel 2,9 µm |
| Risoluzione | 2 MP RAW | 8,3 MP nativi, fino a 24 MP in mosaico |
| Campo inquadrato | ampio grazie alla seconda camera wide | 2,5° x 1,4° nativo, fino a 4,33° x 2,43° |
| Filtro solare | incluso, aggancio magnetico | opzionale, 179 euro, riconoscimento elettronico |
| Modalità eclissi dedicata | gestione manuale in Solar Mode | sì, in Singularity dal firmware 3.3 |
| Memoria e formati | RAW esportabili verso Siril e PixInsight | 25 GB interni, FITS 16 bit e TIFF pre-stacked |
| Autonomia | batteria integrata, ricarica USB-C | 4 ore |
| Peso | 840 g | 5 kg |
| Prezzo | 429 euro | 1.590 euro, 1.690 con treppiede |
Procedura operativa con il DWARF mini, passo per passo
La prima regola è che di giorno la calibrazione non si fa e non serve. L’algoritmo di inseguimento solare assume che lo strumento sia in bolla, quindi la superficie di appoggio deve essere davvero livellata. Se avete fatto una panoramica o una calibrazione poco prima, riavviate il dispositivo prima di iniziare a tracciare, perché i motori devono essere in una posizione nota.
Il filtro va montato prima di puntare qualsiasi cosa verso ovest, non dopo. Poi si accende, si collega l’app, si entra in modalità solare e si usa la vista a doppia camera con il joystick per portare il Sole nel campo del teleobiettivo. Il tasto di tracking fa il resto: autofocus, centratura e inseguimento.
Sui parametri, DWARFLAB consiglia otturatore automatico e guadagno a zero. Su un’eclissi che tramonta questa scelta ha un senso preciso, perché la luminosità cala di parecchio negli ultimi minuti e un’esposizione fissa vi porterebbe un finale sottoesposto. Il bilanciamento del bianco su automatico va bene, ma se volete un disco più caldo e aranciato potete spostarlo manualmente verso temperature più alte e ottenere un risultato più coerente con quello che vedete a occhio.
Per il metodo di ripresa, in zona di parzialità il time-lapse è la scelta più sensata: con il filtro sempre montato bastano intervalli tra 30 e 60 secondi, e una sequenza di circa due ore resta sotto i 15 GB. Chi vuole anche qualche fotogramma pulito da elaborare può alternare la modalità foto, che lavora in stacking e produce RAW, ricordando di non impostare sequenze lunghissime perché l’esposizione resta fissata a quella di inizio sessione. Venti frame a scatto sono una buona misura.
Ultima accortezza sul tempo: montate e mettetevi in tracking mezz’ora prima dell’inizio, quindi verso le 19:00. Nei dieci minuti finali conviene uscire dal tracking, ricentrare e ritracciare, perché senza calibrazione notturna la precisione del puntamento tende a degradare col passare del tempo. Quando l’app va in background l’acquisizione continua, quindi potete guardare l’evento senza restare incollati allo schermo.
Procedura operativa con Vespera II
Aggiornate app e firmware prima di uscire di casa, non sul posto. L’aggiornamento è progressivo e in passato ha richiesto giorni per raggiungere tutti, quindi se aprite Singularity domani pomeriggio e la modalità eclissi non c’è, non è il momento di scoprirlo.
Il filtro solare sostituisce l’anello portafiltri sul braccio ottico e va inserito fino allo scatto, tenendo l’obiettivo al riparo dalla luce diretta durante l’operazione. Da app, nella schermata del centro spaziale, trovate la modalità solare accanto a quella dedicata all’eclissi, con una procedura guidata che verifica il corretto posizionamento prima di iniziare.
Durante l’osservazione live vengono salvati file JPEG alla risoluzione nativa del sensore. Attivando il salvataggio automatico delle immagini live lo strumento archivia un fotogramma ogni due secondi circa, materiale più che sufficiente per montare un time-lapse dell’intera fase parziale con qualsiasi software di terze parti. La registrazione video automatica per il solare non è ancora prevista, quindi il time-lapse costruito a posteriori resta la strada giusta.
Se invece siete tra i fortunati dentro la fascia di totalità, la sequenza è diversa e va provata prima. Circa un minuto prima del secondo contatto possono comparire le bande d’ombra sul terreno, ed è il segnale che si avvicina il momento. Una ventina di secondi prima si scende con l’esposizione intorno a 1/1000 di secondo per l’anello di diamante e i grani di Baily, si rimuove il filtro tenendo fermo lo strumento con l’altra mano, e quando compare la corona si sale a circa 1/100 di secondo. Al terzo contatto si fa il percorso inverso, filtro rimontato e occhialini indossati prima che riappaia il bordo brillante.
Un consiglio che arriva da chi ha già inseguito le eclissi e che condivido: durante i due minuti scarsi di totalità, guardate. La sequenza di comandi si può automatizzare in buona parte, l’esperienza no, e nessuna foto vale il ricordo di essere stati lì a fissare uno schermo.
Gli errori che rovinano la serata
- Presentarsi in un posto mai controllato prima e scoprire alle 19:40 che il Sole è dietro un capannone.
- Montare il filtro dopo aver già puntato l’ottica verso il Sole.
- Usare un ND fotografico al posto del filtro solare dedicato.
- Arrivare con la batteria al 40% e senza power bank, con il telefono che deve reggere app, schermo acceso e connessione Wi-Fi per un’ora.
- Impostare un’esposizione fissa a inizio sessione e non toccarla più mentre la luce cala di continuo.
- Fare la calibrazione o una panoramica poco prima di tracciare il Sole senza riavviare lo strumento.
- Dimenticare la bolla: su una superficie non livellata l’inseguimento solare perde il bersaglio in pochi minuti.
Se volete comprare adesso, tenete conto delle consegne
Va detto con chiarezza, perché è la domanda che riceverò più spesso nelle prossime ore: comprare oggi un telescopio smart per fotografare l’eclissi di domani non funziona. Nel momento in cui scrivo, la disponibilità su Amazon Italia per il modello Vaonis indicava consegne ben oltre metà agosto, e lo store ufficiale DWARFLAB spedisce dalla Polonia con tempi di due-sei giorni lavorativi.
Questo però non rende l’acquisto inutile, per due motivi. Il primo è che l’anno si chiude con altri appuntamenti: il 28 agosto arriva un’eclissi lunare parziale con magnitudine umbrale prossima a 0,93, quindi una Luna coperta quasi del tutto, e per quella non servono filtri di alcun tipo. Il secondo è che il Sole resta un soggetto interessante tutto l’anno, le macchie solari cambiano nel giro di giorni e seguirle con una sequenza di scatti settimanali è uno dei modi più semplici per prendere confidenza con questi strumenti.
Sul rapporto tra i due, la mia posizione è pragmatica. A 429 euro con filtro incluso, il modello di DWARFLAB è la scelta che consiglierei a chi parte da zero, a chi viaggia, a chi vuole uno strumento da buttare nello zaino insieme al resto. La qualità ottica di un 30 mm ha limiti evidenti sul cielo profondo, ma sul Sole e sulla Luna restituisce risultati che due anni fa richiedevano un setup da diverse migliaia di euro.
La proposta di Vaonis ha senso per chi l’astrofotografia la fa già o vuole farla sul serio, e considera l’eclissi una delle molte sessioni possibili. I 50 mm di apertura, i frame in FITS a 16 bit, il mosaico automatico e la garanzia di tre anni collocano lo strumento in una fascia diversa, con un costo totale che, sommando il filtro solare, supera i 1.700 euro. Non è un acquisto d’impulso, ed è giusto che non lo sia.
Se non avete un telescopio, cosa funziona davvero
Metà dei lettori che arriveranno su questa pagina non ha nessuno dei due strumenti e non farà in tempo a comprarli. Vale comunque la pena provarci, a patto di sapere cosa aspettarsi.
Lo smartphone da solo, puntato verso il Sole, produce una macchia bianca senza forma e nel giro di qualche decina di secondi rischia di lasciare un segno permanente sul sensore, soprattutto con i teleobiettivi periscopici dei modelli di fascia alta. Il trucco che funziona è appoggiare un occhialino certificato davanti alla fotocamera, tenendolo aderente, e scattare in modalità manuale bloccando esposizione e messa a fuoco. Il risultato è un disco arancione piccolo ma riconoscibile, e con lo zoom ottico dei modelli recenti si intuisce chiaramente la falce. Non è astrofotografia, è una cartolina, ma è una cartolina che vi siete fatti da soli.
Con una reflex o una mirrorless il discorso cambia, purché davanti all’obiettivo ci sia un filtro solare vero. Un 200 mm su formato APS-C dà un disco ancora piccolo nel fotogramma, un 400 mm inizia a riempirlo. Da lì in avanti la ricetta è nota: ISO bassi, diaframma intorno a f/8, tempi rapidi, scatto remoto o autoscatto per non trasmettere vibrazioni al treppiede. Le raccomandazioni sulla protezione valgono identiche, e il mirino ottico va evitato in ogni caso.
C’è poi la strada che nessuno considera e che a mio avviso domani darà le immagini più belle in assoluto: il paesaggio. Un Sole a falce che tramonta dietro un profilo di colline, o dietro un edificio riconoscibile, raccontato con un grandangolo e senza pretese di ingrandimento, è una fotografia che comunica l’evento molto meglio di un disco isolato su fondo nero. E per quella, oltre agli occhialini per guardare, non serve nient’altro che essere nel posto giusto al momento giusto.
Cosa farne dei file il giorno dopo
Qui la differenza tra i due strumenti si vede più che sul campo. Il modello di DWARFLAB elabora direttamente nell’app, con una funzione di ritocco che corregge le stelle, abbatte il rumore e restituisce un’immagine condivisibile in pochi secondi. Sull’eclissi quel modulo serve a poco, perché il soggetto è un disco luminoso e non un campo stellare, ma i RAW da 2 megapixel si esportano e si portano su Photoshop, Siril o PixInsight come qualsiasi altro file.
La stazione francese salva i frame singoli in FITS a 16 bit e il pre-stack in TIFF a 16 bit, che è materiale con cui si può lavorare seriamente. Su un soggetto ad alto contrasto come il Sole filtrato, la parte più delicata non è lo stacking ma la gestione del bordo: la turbolenza atmosferica alle basse altezze fa ondeggiare il profilo del disco, e su una sequenza lunga alcuni fotogrammi saranno inevitabilmente molli. Selezionarli a mano e scartare il peggio dà risultati migliori di qualsiasi filtro automatico.
Per il time-lapse la logica è semplice: raccogliete i JPEG in una cartella, ordinateli per nome, importateli come sequenza e lavorate a 12 o 15 fotogrammi al secondo. Con un intervallo di 30 secondi su cinquanta minuti di evento vi ritrovate un centinaio di scatti, quindi una clip da otto secondi scarsi. Se volete qualcosa di più lungo scendete a 15 secondi di intervallo, tenendo presente che raddoppiate anche lo spazio occupato.
Un’ultima nota sul colore. Man mano che il Sole scende, la sua luce attraversa più atmosfera e vira verso l’arancio e poi verso il rosso. La tentazione è di correggere tutto in post per avere un disco uniforme dall’inizio alla fine. Non fatelo: quella deriva cromatica è il racconto del tramonto, e una sequenza che parte gialla e finisce rosso mattone dice molto più di una perfettamente neutra.
Il piano per domani sera
Sopralluogo oggi, con il tramonto reale davanti agli occhi. Batterie in carica stasera, sia dello strumento sia del telefono, più un power bank con un cavo USB-C lungo. Sul posto verso le 18:45, treppiede in bolla, filtro montato prima di ogni altra cosa, tracking attivo entro le 19:00, ricentratura verso le 19:20. Poi occhialini certificati, un posto dove sedersi e cinquanta minuti in cui l’unica cosa da fare è guardare la falce che si assottiglia mentre la luce intorno si fa strana.
Le previsioni meteo decideranno il resto, come sempre. Ma la differenza tra chi domani porta a casa qualcosa e chi resta a guardare le foto degli altri sui social si gioca quasi tutta stasera, tra un sopralluogo e una batteria in carica.











