Vai al contenuto
Offerte

Droni autonomi cinesi a guardia del Mar Cinese Meridionale

In questo articolo Indice dei contenuti 2 sezioni

I droni autonomi potrebbero diventare la spina dorsale della difesa delle isole nel Mar Cinese Meridionale, almeno stando a quanto immaginato da un gruppo di ricercatori cinesi che ha messo nero su bianco un modello di sorveglianza completamente diverso da quello attuale. Niente più equipaggi che si alternano ai turni di guardia su scogli sperduti, ma reti di macchine che volano, navigano e si immergono, coordinate tra loro. Un’idea che sulla carta risolve un problema noto a chiunque abbia a che fare con avamposti marittimi isolati, cioè la fatica enorme di tenere sotto controllo tutto quello che accade sopra e sotto la superficie.

Difendere una piccola isola in mezzo al mare, del resto, non è mai stata una faccenda semplice. Servono radar, servono navi, servono pattuglie continue e soprattutto serve personale, tanto personale, disposto a restare in posti dove la logistica è complicata e il clima non aiuta. Ogni chilometro quadrato di acqua attorno a una scogliera è una potenziale zona cieca, e i sensori installati a terra hanno limiti fisici che nessuna tecnologia terrestre riesce davvero ad aggirare.

Chi ha firmato lo studio e cosa propone

La ricerca arriva da ambienti tutt’altro che marginali. Sono coinvolti studiosi legati alla China Coast Guard Academy e alla Dalian Maritime University, due istituzioni che con il mare e con la sorveglianza costiera hanno una lunga consuetudine. Il lavoro è stato pubblicato sulla rivista cinese Command Control & Simulation, e descrive un sistema in cui droni aerei, imbarcazioni senza equipaggio e veicoli subacquei operano insieme per proteggere isole e scogliere contese.

La divisione dei compiti è abbastanza intuitiva. I droni volanti si occuperebbero di osservare ampie porzioni di territorio dall’alto, coprendo distanze che nessuna pattuglia via mare riuscirebbe a battere nello stesso tempo. Le unità di superficie, cioè le imbarcazioni senza equipaggio, pattuglierebbero le acque circostanti muovendosi in modo autonomo. E poi ci sono i mezzi subacquei, che rappresentano forse la parte più interessante del progetto, perché andrebbero a coprire proprio quelle zone che radar e sensori a terra faticano a raggiungere.

Il punto non è il singolo mezzo, ma la rete

Qui sta il vero cambio di prospettiva. Non conta tanto quanto sia sofisticato il singolo drone, quanto piuttosto la capacità di far dialogare tra loro decine di apparecchi diversi, ciascuno con il proprio compito e il proprio campo d’azione. Una rete distribuita di macchine autonome, in sostanza, dove l’informazione raccolta da un velivolo può essere immediatamente incrociata con quella di un veicolo che sta operando venti metri sotto il pelo dell’acqua.

È un approccio che ribalta la logica tradizionale delle postazioni marittime. Invece di concentrare uomini e strumenti in un punto fisso, si distribuisce la capacità di osservazione su un’area molto più ampia, con mezzi che non hanno bisogno di riposo e che possono restare operativi in condizioni difficili. Le isole contese del Mar Cinese Meridionale, con la loro geografia frammentata fatta di atolli, scogli e barriere, sembrano lo scenario perfetto per testare un’architettura del genere.

Lo studio si muove ancora sul piano della progettazione e della simulazione, ma indica con chiarezza la direzione verso cui Pechino sta guardando quando si parla di controllo delle proprie postazioni marittime avanzate.

Condividi:
38 Condivisioni