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CloudFisher, le reti che catturano acqua potabile dalla nebbia

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Catturare l’acqua dalla nebbia con una rete non è fantascienza e il progetto CloudFisher lo dimostra da quasi vent’anni, portando litri potabili in villaggi dove il pozzo più vicino sta a decine di chilometri. L’idea di partenza è quasi banale nella sua semplicità: la nebbia è soltanto una nuvola che sfiora il terreno, fatta di goccioline sospese che misurano tra 1 e 40 micrometri di diametro. Ovunque nel mondo, la nebbia funziona allo stesso modo. E se una superficie la intercetta mentre il vento la spinge, quelle goccioline si uniscono, scivolano verso il basso e diventano acqua vera.

A immaginare tutto questo è stata la Water Foundation, una delle realtà filantropiche più solide della Germania, impegnata da anni nel preservare e distribuire acqua nelle aree del pianeta dove le falde scarseggiano oppure sono contaminate. Il criterio di scelta dei territori è preciso: servono zone aride, montuose o costiere, dove però al mattino la nebbia arriva fitta e il vento soffia con costanza. Due ingredienti che, messi insieme, valgono più di una perforazione.

Come funziona una rete che pesca le nuvole

Il disegno porta la firma del designer industriale tedesco Peter Trautwein e l’aspetto è meno futuristico di quanto ci si aspetterebbe. Somiglia a una recinzione qualsiasi, di quelle che circondano un campo da tennis o un’area cani: telaio metallico di dimensioni variabili, fondamenta poco profonde cementate a terra, e una rete leggera a maglie fini. La differenza sta nei dettagli. Telai e reti sono collegati da elastici estensori capaci di reggere raffiche fino a 120 km/h, la manutenzione richiesta è minima e l’energia elettrica non serve affatto.

La rete è tridimensionale, costruita su due piani paralleli con maglie incrociate. L’aria la attraversa, le goccioline restano intrappolate, si aggregano e per gravità finiscono in una canalina di scolo. Da lì l’acqua viene raccolta in serbatoi portatili oppure, nelle installazioni meglio riuscite, incanalata direttamente in una tubatura che scende verso una cisterna a valle. L’acqua atmosferica è pulita per natura, priva di batteri e contaminanti. Diventa imbevibile solo quando canaline e serbatoi non vengono tenuti puliti con regolarità, motivo per cui le comunità locali sono coinvolte direttamente nella gestione degli impianti.

Dall’Eritrea al Marocco, dove le reti sono già al lavoro

Le prime installazioni risalgono a quasi vent’anni fa in Eritrea, sopra i 2000 metri di quota. L’impianto più grande del mondo, invece, è stato attivato nel 2018 in Marocco, sui monti dell’Anti Atlante, dove ogni metro quadrato di rete raccoglie in media 22 litri d’acqua all’anno. Trentuno unità CloudFisher, per un totale di 1.686 metri quadrati di superficie captante, garantiscono 12 litri al giorno a ciascuno dei 1.300 abitanti dei villaggi vicini. Poi sono arrivate Tanzania, Cile, Bolivia, Australia, Stati Uniti e Spagna. Nelle intenzioni della fondazione, però, l’acqua prodotta resta un’integrazione alle riserve potabili esistenti. A volte basta per un intero villaggio, altre volte copre il fabbisogno di un polo scolastico, altre ancora viene destinata all’irrigazione, all’agricoltura o all’allevamento del bestiame.

Non basta la nebbia, serve la scienza

Installare una rete a caso non porta da nessuna parte. Ogni sito viene sottoposto a valutazione scientifica e a una serie di test preliminari, perché vento e nebbia sono condizioni necessarie ma non sufficienti. L’orientamento è decisivo: le reti vanno collocate sui versanti sopravvento delle montagne, e una deviazione di appena 30 gradi rispetto alla direzione abituale del vento fa perdere il 25% della resa.

C’è poi un altro dato emerso dalle misurazioni: distribuire con criterio più reti di medie dimensioni su un’area ampia rende meglio che ammassare collettori di grandi dimensioni troppo vicini tra loro. Un sistema economico, senza parti mobili e senza consumi, che trasforma un fenomeno meteorologico ordinario in una risorsa concreta per chi vive dove i pozzi non arrivano.

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