La musica generata dall’intelligenza artificiale è finita nel mirino di Deezer, che ha deciso di ripulire il proprio catalogo dai brani creati con l’AI e usati per gonfiare gli ascolti in modo fraudolento. La decisione, annunciata martedì, arriva dopo una scoperta piuttosto sorprendente: più della metà delle canzoni caricate sulla piattaforma francese è prodotta da algoritmi, non da persone in carne e ossa. Non solo. Lo stesso servizio ha fatto sapere che rimuoverà anche le tracce ferme da sei mesi o più, quelle che nessuno ascolta e che occupano spazio senza motivo.
I numeri raccontano bene la dimensione del fenomeno. Deezer riceve quasi 90.000 tracce completamente generate dall’AI ogni singolo giorno, dopo averne individuate oltre 13,4 milioni sulla piattaforma nel corso dell’anno scorso. Già a giugno del 2025 l’azienda aveva iniziato a etichettare gli album contenenti musica artificiale, escludendola dai suggerimenti algoritmici e da quelli curati dalla redazione. Un lavoro certosino, che ora si fa più aggressivo.
Gli ascolti fraudolenti e il giro di soldi dietro le quinte
C’è un dato che aiuta a capire dove sta il vero problema. Le canzoni interamente prodotte dall’AI rappresentano appena l’1 fino al 3 per cento degli ascolti totali su Deezer, eppure l’85 per cento di quegli ascolti l’anno scorso era fraudolento. E la piattaforma ha ribadito che non paga royalty quando ritiene che i numeri siano stati manipolati.
Il meccanismo è tanto semplice quanto redditizio. Chi vuole truffare i servizi di streaming, che si tratti di Deezer, Spotify, Apple Music, Amazon Music o Tidal, usa strumenti come Suno, Udio e Aiva per sfornare migliaia di brani in pochissimo tempo. Bastano poche righe di testo per impostare genere, atmosfera, strumenti e testo. Poi si caricano in blocco e si mettono in moto bot e vere e proprie fattorie di ascolti che generano milioni di riproduzioni finte. Più ascolti si accumulano, più soldi arrivano. Un uomo del North Carolina si è dichiarato colpevole proprio per uno schema del genere, con cui aveva intascato oltre 7 milioni di euro in royalty.
Il volume di roba prodotta è impressionante. Gli oltre due milioni di utenti di Suno generano circa 7 milioni di canzoni ogni due settimane, più dell’intero catalogo di Spotify. Uno studio recente ha stimato che entro il 2028 gli artisti potrebbero perdere quasi il 25 per cento dei loro ricavi, qualcosa come oltre 3,6 miliardi di euro, proprio a causa degli ascolti falsi. Un dirigente di Apple Music, Oliver Schusser, ha raccontato di aver individuato due miliardi di ascolti fraudolenti nel 2025, bloccando pagamenti per circa 15 milioni di euro.
L’onere ricade ancora sugli ascoltatori
Negli ultimi mesi anche altri hanno provato a correre ai ripari. Verso la fine di aprile Spotify ha introdotto badge di verifica sui profili degli artisti, così da distinguere chi è reale da chi non lo è. Il mese scorso Tidal ha annunciato che etichetterà i brani totalmente artificiali e rimuoverà quelli ingannevoli. Il punto, però, è che etichette e badge da soli non bastano. Le grandi piattaforme dovranno restare vigili, ma finora non hanno agito con particolare durezza contro la musica AI. Così la responsabilità di evitare la deriva della musica spazzatura ricade in buona parte sugli utenti. Chi carica brani generati o assistiti dall’AI dovrebbe essere trasparente con chi ascolta.
Fino a quando non arriverà una legge a regolamentare la faccenda, i consumatori dovranno arrangiarsi da soli, affidandosi a etichette, badge e passaparola per capire cosa è artificiale e cosa no. Il CEO di Deezer, Alexis Lanternier, ha spiegato che l’azienda vuole tutelare i diritti di artisti e autori e tenere il focus sulla musica che i fan amano davvero. E ha lanciato un invito neanche troppo velato agli altri servizi: se il settore riuscisse ad allinearsi e a costruire standard condivisi, ha detto, si potrebbe dar vita a un ecosistema musicale sano e sostenibile, dove a vincere è la buona musica.


