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Chi cercava una conversazione vera su certe app di incontri si è ritrovato a chattare con Claude, senza saperlo e senza che nessuno glielo dicesse. La segnalazione arriva direttamente da Anthropic, l’azienda che sviluppa il modello, e riguarda una rete di oltre 20 applicazioni di dating gestite in larga parte da agenti di intelligenza artificiale. Il volume fa impressione: 2,36 milioni di messaggi prodotti in sole due settimane.
Il caso emerge dallo stesso report che in questi giorni ha fatto discutere per altri motivi, quello in cui Anthropic racconta di aver bloccato anche i tentativi delle milizie yemenite di sfruttare l’intelligenza artificiale per progettare nuove armi. Accanto a scenari del genere, la truffa delle app di dating sembra quasi un dettaglio minore, e invece è probabilmente la storia che tocca più da vicino la vita quotidiana di persone comuni. Perché qui non si parla di utenti che scelgono deliberatamente di intrattenere un rapporto con un chatbot, fenomeno di cui si discute da tempo. Si parla di persone convinte di stare parlando con esseri umani.
I numeri della rete di finti profili
L’osservazione si è concentrata su due settimane di aprile 2026. In quella finestra Anthropic ha individuato più di 4.700 finte persone AI, identità costruite a tavolino che hanno intrattenuto conversazioni con almeno 25.000 utenti unici. Da qui i oltre 2 milioni di messaggi complessivi, un ritmo che nessun gruppo di operatori umani potrebbe sostenere.
Il rapporto tra automazione e lavoro reale racconta tutto: circa tre a uno. Per ogni lavoratore in carne e ossa reclutato come gig worker esistevano tre profili interamente pilotati da Claude. E nelle applicazioni finite sotto esame il 75% dei profili che scorrevano nel feed degli utenti era generato da intelligenza artificiale, senza che venisse mai dichiarato in alcun modo. Tre volti su quattro, in pratica, non esistevano.
Un meccanismo ben oliato
La parte più interessante, e insieme la più inquietante, riguarda l’organizzazione interna. Non un uso improvvisato dell’AI, ma una divisione dei compiti studiata nei dettagli tra macchine e persone reali. Tutta la messaggistica testuale era affidata a Claude, attivo 24 ore su 24, senza pause e senza cali di attenzione. I pochi lavoratori umani entravano in scena soltanto quando il bot non bastava più.
Quando serviva, cioè, per quelle due o tre cose che un modello linguistico al momento non riesce a simulare in modo davvero convincente: le videochiamate dal vivo, per esempio, o i followback sui social media, quel genere di conferma che dà credibilità a un profilo agli occhi di chi sta dall’altra parte. Tutto il resto, dal primo messaggio al corteggiamento prolungato, era gestito dall’algoritmo.
Gli agenti erano inoltre istruiti attraverso prompt specifici con una regola fissa: mai rivelare di essere entità automatizzate. Qualsiasi richiesta capace di far emergere l’inganno, dalla proposta di una chiamata a domande troppo dirette, veniva deviata verso gli operatori umani. Un filtro pensato esattamente per tenere in piedi l’illusione il più a lungo possibile.








