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Intelligenza artificiale, i manager italiani ultimi: solo il 12%

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L’intelligenza artificiale in azienda viaggia più veloce delle competenze di chi dovrebbe governarla, e in Italia questo scarto assume dimensioni che nessun altro Paese analizzato registra. Lo dice un’indagine di The Adecco Group intitolata “The human premium: Leadership beyond the algorithm”, condotta tra dicembre 2025 e gennaio 2026 su 2.000 dirigenti C-suite in tredici Paesi, nove europei e quattro extraeuropei, complessivamente a capo di oltre 8,6 milioni di lavoratori. Il numero che pesa più di tutti è un misero 12%: tanti sono i manager italiani che si dicono davvero fiduciosi nel proprio processo di sviluppo delle competenze di adattabilità e apprendimento continuo. Ultimo posto assoluto nel campione.

L’entusiasmo, va detto, non manca. Le imprese italiane guardano alla tecnologia con lo stesso interesse delle concorrenti straniere, solo che ci arrivano con meno strumenti in tasca. Sull’Ai agentica, quella capace di portare a termine i compiti assegnati in autonomia, appena il 25% dei leader italiani prevede di integrarla nei flussi di lavoro entro dodici mesi, a fronte di una media globale del 45%.

Un divario che non riguarda solo l’Italia

Il problema, per onestà, non si ferma ai confini nazionali. In nessun settore, a livello internazionale, la fiducia nella capacità della propria organizzazione di costruire le competenze necessarie supera il 25%. Nemmeno nel comparto tecnologico, dove il 50% dei dirigenti si aspetta l’arrivo degli agenti intelligenti entro l’anno ma solo il 20% si sente sicuro della preparazione interna. Lo stesso schema torna in manifattura e logistica, sanità e farmaceutica, energia e grande distribuzione. La corsa all’adozione parte sempre prima della corsa alla formazione, e il ritardo si accumula.

Nel quadro italiano però le crepe sono più larghe. Solo il 24% dei leader dichiara di avere una strategia per spiegare con chiarezza ai dipendenti quali opportunità porti l’intelligenza artificiale, contro il 36% globale. E solo il 29% ritiene che i propri collaboratori capiscano in che modo il loro lavoro contribuisca al successo dell’impresa, rispetto al 44% registrato altrove. Cambia anche il modo di guardare alla tecnologia. Per i vertici italiani la priorità è difensiva, quasi contabile: automatizzare le attività HR di routine per guadagnare efficienza, indicata dal 24% delle risposte. Nel resto del campione la lettura prevalente è ribaltata, perché il 36% vede nell’Ai soprattutto una leva per permettere alle persone di gestire in autonomia la propria crescita e il proprio apprendimento.

I lavoratori sono più pronti dei capi

C’è un dato che smonta la narrazione più comoda, quella dei dipendenti spaventati e refrattari. Dal “Workforce Trends Report” dello stesso gruppo emerge che il 79% dei lavoratori italiani si dichiara disposto ad adattarsi all’impatto dell’intelligenza artificiale. Su scala globale, il 70% si sente già pronto a collaborare con agenti intelligenti, mentre solo il 39% dei leader crede che i propri dipendenti sarebbero effettivamente a loro agio nel farlo. Il vuoto, insomma, non separa le persone dalla tecnologia ma la fretta dei vertici dalla loro capacità di spiegare perché tutto questo abbia senso.

Lo studio individua anche un gruppo ristretto di organizzazioni che sembra aver imboccato la strada giusta, quelle che investono in tecnologia tenendo contemporaneamente le persone al centro e misurando in modo sistematico la fiducia interna. Qui il 76% dichiara di avere una forza lavoro altamente adattabile, contro il 42% delle altre. E il 49% adotta un approccio maturo alla misurazione della fiducia, contro il 18%. Buone notizie a metà, però, perché la quota di aziende che rientra in questa categoria d’élite è calata di quattro punti percentuali nell’ultimo anno.

«Quando un’organizzazione spinge sull’adozione dell’intelligenza artificiale senza procedere di pari passo con i propri dipendenti, non sta realmente accelerando: sta aggiungendo complessità senza controllo», ha commentato Angelo Lo Vecchio, Country President di The Adecco Group Italia, richiamando quel 12% come «il valore più basso tra tutti i Paesi analizzati». Non resistenza al cambiamento, secondo il manager, ma «un deficit di chiarezza e coraggio strategico». La governance dell’Ai in azienda, aggiunge, dovrebbe misurare la fiducia interna con la stessa disciplina applicata ai risultati finanziari.

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