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Net neutrality California a rischio per 1,6 miliardi di fondi

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La California si prepara a incassare circa 1,6 miliardi di euro di fondi federali per la banda larga, ma per farlo rischia di svuotare la propria legge sulla net neutrality, una delle poche rimaste in piedi negli Stati Uniti dopo la cancellazione delle regole federali. La condizione posta dall’amministrazione Trump è secca, chi accetta i soldi del programma BEAD deve impegnarsi a non applicare regole di neutralità della rete né forme di controllo sui prezzi nei confronti degli operatori che ricevono i finanziamenti.

Il programma BEAD, acronimo di Broadband Equity, Access, and Deployment, vale complessivamente circa 36 miliardi di euro ed è stato riscritto lo scorso anno dall’attuale amministrazione. Ogni Stato riceve una quota da distribuire agli operatori in cambio della copertura di aree non servite o servite male. La California e l’Illinois sono gli unici due Stati che non hanno ancora chiuso la partita. La Commissione per i servizi pubblici della California, la CPUC, deve votare la delibera che ratifica il piano finale statale.

Un vincolo che vale quattordici anni e vale su tutto il territorio

Il punto più pesante riguarda l’estensione dell’esenzione. La NTIA, l’agenzia federale per le telecomunicazioni, pretende che gli operatori beneficiari siano esentati dalle regole statali ovunque forniscano servizio, non solo nelle zone coperte dai fondi. E la durata non è banale, fino a quattordici anni, perché agli operatori servono quattro anni per costruire le reti e poi scatta un periodo esteso di altri dieci. La motivazione ufficiale è che applicare neutralità della rete e regolazione tariffaria fuori dalle aree BEAD farebbe salire i costi di conformità e metterebbe a rischio la tenuta finanziaria dei beneficiari.

La legge californiana, approvata nel 2018, vieta agli operatori di bloccare o rallentare traffico legale e impedisce di chiedere soldi a siti e servizi online per consegnare o dare priorità ai loro pacchetti. Regge dopo una battaglia legale durata anni, vinta contro il primo tentativo federale di cancellarla. Ora la strada scelta è diversa, non un divieto diretto ma un ricatto economico travestito da clausola contrattuale.

Quasi trenta associazioni che si occupano di accesso alle tecnologie hanno scritto al governatore Gavin Newsom, al procuratore generale Rob Bonta e ai commissari della CPUC chiedendo di non cedere. Paul Goodman, consulente legale del Center for Accessible Technology, parla del voto come dell’inizio della fine, perché dopo aver incassato i soldi vincere in tribunale diventerebbe molto più complicato. La sua proposta è rinviare il voto e fare causa sostenendo che la condizione imposta dalla NTIA sia illegittima.

Net neutrality California: non solo neutralità, a rischio anche telefonia e tariffe sociali

Il divieto riguarda genericamente ogni regola che disciplini tariffe, termini e condizioni del servizio internet, comprese quelle definite da servizio pubblico. Secondo Goodman, AT&T potrebbe usare la clausola per sottrarsi agli obblighi sul vecchio servizio telefonico in rame, prezzi inclusi, e per non servire più chiunque ne faccia richiesta. A rischio anche la condizione imposta a Verizon in sede di fusione, quella che obbliga a offrire una connessione da circa 17 euro al mese alle famiglie a basso reddito in California. Il risparmio generato da quei piani, sostiene Goodman, supererebbe di parecchio i fondi in arrivo.

I numeri della ripartizione parlano chiaro, circa il 69 per cento dei fondi californiani finisce a cinque grandi operatori nazionali, Comcast con circa 345 milioni di euro, AT&T con 285 milioni, Verizon e Frontier con 149 milioni, Kuiper di Amazon con 47 milioni e Starlink di SpaceX con 19 milioni. La professoressa di Stanford Barbara van Schewick segnala un’altra vittima possibile, la legge del 2019 che vieta agli operatori mobili di rallentare le connessioni dei soccorritori durante le emergenze, nata dopo il caso dei vigili del fuoco della contea di Santa Clara rallentati da Verizon durante un incendio.

La CPUC minimizza e definisce il voto un passaggio procedurale che ratifica la proposta inviata al governo federale il 19 dicembre 2025 e approvata dalla NTIA il 17 luglio 2026, precisando che la delibera non tocca gli accordi con i beneficiari né le condizioni pretese dall’agenzia. Dei fondi complessivi, circa 1,2 miliardi di euro serviranno a portare la banda larga in 270.571 località.

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