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Chi paga un abbonamento a Claude compra, in sostanza, una certa quantità di potenza di calcolo nel cloud, e il problema è che qualcuno può finire per consumarla al posto suo. Non è una questione teorica: alcuni utenti dell’assistente di intelligenza artificiale si sono accorti che le risorse acquistate sparivano senza che nessuna operazione fosse stata avviata da loro. Un furto silenzioso, che non riguarda password o dati personali ma direttamente i token disponibili sul piano sottoscritto.
Il meccanismo è meno intuitivo di una truffa classica, e forse proprio per questo passa inosservato più a lungo. Nessun messaggio sospetto, nessun addebito strano sulla carta di credito. Semplicemente, la percentuale di utilizzo mensile sale da sola. Chi non tiene d’occhio quel contatore rischia di ritrovarsi a corto di risorse a metà del ciclo, convinto di aver esagerato con le richieste.
Il caso di Grant De Swardt e il conto che sale da solo
L’esempio più chiaro arriva dal consulente britannico Grant De Swardt, che aveva sottoscritto un piano Claude Max 20x, quindi tutt’altro che economico. Il suo account continuava a bruciare risorse anche dopo aver spento tutto: attività in corso, automazioni programmate e persino Claude Code, lo strumento pensato per lo sviluppo. Situazione da manuale, insomma, in cui l’utilizzo dovrebbe restare fermo.
Non è andata così. In un intervallo tenuto sotto osservazione, il consumo è passato dal 45% al 55% senza alcuna operazione avviata dal titolare dell’account. Dieci punti percentuali evaporati nel nulla, o meglio, finiti da qualche altra parte. È il tipo di anomalia che difficilmente si spiega con un bug di visualizzazione, e che invece racconta bene cosa significhi oggi violare un profilo legato a un servizio di intelligenza artificiale.
Perché i token fanno gola più dei dati personali
La logica dietro questo genere di attacchi è piuttosto lineare. L’accesso a un modello linguistico avanzato costa, e costa in proporzione a quanto lo si usa. Un account compromesso con un abbonamento generoso diventa quindi una risorsa da sfruttare, un rubinetto aperto da cui attingere finché il legittimo proprietario non se ne accorge. Il malware non ha bisogno di portare via nulla di “prezioso” nel senso tradizionale del termine: gli basta usare la capacità di calcolo già pagata da qualcun altro.
È un cambio di prospettiva interessante per chi si occupa di sicurezza informatica. Per anni il valore di un account rubato si misurava in dati sensibili, contatti, credenziali riutilizzabili altrove. Adesso, con i servizi di intelligenza artificiale venduti a consumo, il valore sta anche nella semplice possibilità di far girare richieste gratis. Un modello di business parassitario, se si vuole usare un’espressione poco elegante ma efficace.
La difficoltà, per chi paga l’abbonamento, sta nell’accorgersene in tempo. Un consumo che cresce mentre nessuno sta lavorando è il segnale più evidente, ma richiede l’abitudine di controllare periodicamente lo stato del proprio piano. Chi usa Claude in modo intensivo e discontinuo, alternando giornate di lavoro pesante a periodi di inattività, fa più fatica a distinguere un picco fisiologico da uno sospetto.
Il caso del consulente britannico ha avuto il merito di rendere visibile un fenomeno che rischiava di restare confinato nelle discussioni tra utenti, archiviato come impressione soggettiva o errore di calcolo. La verifica fatta a strumenti spenti, con i numeri annotati prima e dopo, sposta la questione su un piano diverso e mostra che la percentuale di utilizzo di un account Claude Max 20x può muoversi anche quando il suo proprietario non tocca la tastiera.








