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La Cina punta a quadruplicare la propria capacità di calcolo per l’intelligenza artificiale entro il 2030, e lo fa con un piano quinquennale che non lascia molto spazio all’interpretazione. Gli Stati Uniti restano davanti su parecchi fronti, questo è vero, ma Pechino ha dimostrato di saper reggere il confronto e in alcuni casi di poter passare avanti. Dopo aver spinto sull’integrazione dei modelli di IA nella produzione industriale e sulla leadership mondiale nell’open source, il governo cinese ha messo nero su bianco un nuovo obiettivo: moltiplicare per 4,5 la potenza di calcolo disponibile oggi nel Paese.
I numeri di partenza aiutano a capire la portata della cosa. A fine giugno la capacità di computazione per l’IA in Cina era di 2.185 eflops, ovvero exaoperazioni in virgola mobile al secondo. Un salto del 177% rispetto al dato di dodici mesi prima, ottenuto anche grazie alla costruzione di 52 data center dotati ciascuno di più di 10.000 schede acceleratrici. Un ritmo notevole, che però non basta a coprire la domanda in arrivo.
Un investimento da 488 miliardi di euro
Il Ministero dell’Industria e della Tecnologia dell’Informazione ha pubblicato lunedì scorso il documento che fissa il traguardo: 9.800 exaflops entro il 2030. Per arrivarci servono soldi, tanti, e infatti il governo ha messo sul piatto 3,8 bilioni di yuan, circa 488 miliardi di euro. Non è una cifra simbolica, è la conferma che l’infrastruttura per l’intelligenza artificiale viene trattata come una priorità strategica al pari di strade, ferrovie e reti elettriche.
Il motivo di tanta fretta sta nella domanda, che cresce a una velocità difficile da seguire. Una metrica lo racconta meglio di altre, il consumo giornaliero di token. All’inizio del 2024 si viaggiava sui 100 miliardi al giorno, a marzo il conteggio era già arrivato a 140.000 miliardi. Numeri che spiegano perché costruire 52 centri dati in un anno, per quanto impressionante, rischi di rivelarsi insufficiente nel giro di poco tempo.
Cluster giganti, chip nazionali e il nodo energia
Sul come, il piano è abbastanza dettagliato. Si punta su cluster di due dimensioni, quelli definiti piccoli con 10.000 GPU e quelli molto più grandi, capaci di raggiungere o superare le 100.000 unità. A questi si aggiungono strutture pensate espressamente per i carichi di inferenza, cioè per far girare i modelli già addestrati, che è poi la parte che pesa di più quando milioni di utenti usano un assistente ogni giorno. E poi c’è la parte politica della faccenda, perché tutto il progetto viaggia insieme all’obiettivo dell’autosufficienza tecnologica: nelle installazioni verranno privilegiati i chip nazionali.
L’impianto generale riprende il progetto del 2022 chiamato “Dati dell’Est, Computazione dell’Ovest”, che prevede di spostare i data center verso le regioni occidentali del Paese, meno popolate e dove terreno ed energia costano meno. Una logica semplice, dove i consumi sono il vero collo di bottiglia conviene andare a cercare l’elettricità a buon mercato.
Non solo calcolo, il capitolo reti
Il piano quinquennale non si ferma ai server. Dentro ci sono anche le reti di comunicazione, a partire da una maggiore integrazione del 5G nel sistema di navigazione BeiDou e dall’ampliamento della copertura 5G-Advanced. Poi c’è il capitolo che guarda più avanti, quello sul 6G, con i preparativi per la futura commercializzazione già avviati. A maggio la Cina ha approvato la banda dei 6 GHz per le prime sperimentazioni, mentre l’organismo 3GPP sta lavorando al primo standard globale, che secondo le previsioni dovrebbe essere finalizzato entro il 2029.








