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Come individuare i pianeti “abitabili”
Sul principio dei diversi requisiti biologici si fondano i due modelli creati. Uno è dedicato alla descrizione dell’organismo, l’altro all’ambiente. L’interazione fra i due permette di stimare, con un certo grado di incertezza, se un determinato esopianeta o satellite possa realmente ospitare quell’organismo. La forza di tale metodo risiede anche nella sua capacità di gestire l’incertezza, componente inevitabile nelle esplorazioni spaziali.
Le informazioni sugli esopianeti, come quelle relative a temperatura, composizione atmosferica o presenza d’acqua, derivano spesso da osservazioni indirette, parziali o incomplete. Il nuovo modello tiene conto di tali lacune. Invece di produrre risposte assolute, fornisce stime percentuali che indicano la compatibilità tra habitat e forma di vita analizzata.
Tale approccio nasce all’interno del progetto Alien Earths, un’iniziativa della NASA supportata da NExSS. Progetto che ha coinvolto oltre cento studiosi tra astrobiologi, ecologi, chimici e biologi. Il team ha compiuto un’approfondita revisione scientifica di organismi terrestri che vivono in condizioni estreme, dai batteri che prosperano in ambienti vulcanici agli insetti delle alte quote, per delineare i limiti biologici entro cui la vita può esistere. Tali parametri vengono poi confrontati con quelli di pianeti osservati da telescopi come Kepler, JWST e il futuro Habitable Worlds Observatory.
Il team intende includere centinaia di nuovi profili biologici, soprattutto estremofili, ampliando così la portata dello strumento. Inoltre, il software sviluppato è open-source e accessibile all’intera comunità scientifica. Chiunque può contribuire ampliandone la banca dati con nuovi organismi.










