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Dall’archivio dell’osservatorio spaziale Chandra della NASA sono saltati fuori 84 oggetti che nessuno era ancora riuscito a incasellare, e che potrebbero avere a che fare con uno dei problemi più ostinati dell’astrofisica moderna. Un gruppo di ricercatori li ha raccolti sotto un’etichetta nuova di zecca, quella delle sorgenti di raggi X ipersoft, in inglese hypersoft X-ray sources. Sorgenti che emettono raggi X a energie insolitamente basse, così basse da distinguersi dal resto del catalogo, e che secondo le stime producono anche quantità enormi di radiazione ultravioletta energetica.
Il punto di partenza è una domanda che gli astronomi si portano dietro da parecchio tempo. Cosa succede esattamente prima che esploda una supernova di tipo Ia? Sembra una curiosità da specialisti, invece è tutt’altro. Queste esplosioni sono uno degli strumenti più affidabili per misurare le distanze nel cosmo e hanno avuto un ruolo decisivo nella scoperta dell’espansione accelerata dell’Universo. Insomma, buona parte di quello che oggi si dà per assodato sulla struttura del cosmo poggia anche su di loro.
Il buco nero nella conoscenza delle supernove Ia
Il paradosso è che, pur essendo così importanti, le supernove di tipo Ia vengono studiate quasi sempre a cose fatte. Si osserva il lampo, si analizza la luce che se ne va spegnendo, si ricostruisce a ritroso. Quello che manca è il prima, cioè il sistema stellare che genera l’esplosione. Su questo la comunità scientifica non ha ancora una risposta definitiva, e la mancanza di candidati osservati direttamente prima del botto rappresenta una lacuna piuttosto imbarazzante.
Ed è qui che le nuove sorgenti individuate da Chandra diventano interessanti. Non perché ci sia una prova che siano progenitori di supernove, questo va detto con chiarezza, ma perché la loro natura resta incerta e apre più di una possibilità. L’ipotesi principale avanzata dai ricercatori è che si tratti di sistemi binari, coppie di corpi celesti in cui uno strappa materia all’altro. Il protagonista che sottrae materia potrebbe essere un buco nero, una stella di neutroni oppure una nana bianca, che è proprio il tipo di oggetto chiamato in causa quando si parla delle supernove di tipo Ia.
Dove si trovano e perché la loro posizione conta
Gli 84 oggetti non sono concentrati in un angolo solo del cielo. Sono stati individuati in sei galassie diverse, tra cui Andromeda e M101, e questo già di per sé dice qualcosa sulla loro diffusione. Ma c’è un dettaglio che rende il quadro ancora più curioso, ovvero la distribuzione all’interno di queste galassie. Alcune sorgenti si trovano vicino a regioni dove nascono nuove stelle, altre invece popolano zone abitate da stelle molto più vecchie.
Due ambienti agli antipodi, in sostanza. E il fatto che le sorgenti ipersoft compaiano in entrambi complica la ricostruzione, perché suggerisce che la categoria possa raccogliere oggetti con storie differenti, oppure che il meccanismo che li produce funzioni indipendentemente dall’età delle stelle circostanti. Nessuna delle due letture al momento può essere scartata.
Quello che rende plausibile un collegamento con i grandi enigmi aperti è la combinazione tra raggi X a bassa energia e forte emissione ultravioletta. Una firma particolare, che non corrisponde alle classi già note e che per essere spiegata richiede uno scenario diverso da quelli standard. La caccia, adesso, è a capire cosa alimenti davvero questi 84 oggetti nascosti per anni dentro i dati raccolti dall’osservatorio spaziale della NASA e mai messi a fuoco fino a ora.








