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Barili radioattivi nell’Atlantico: la missione svela cosa accade

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Sul fondo dell’Atlantico ci sono oltre 200.000 barili radioattivi, e non è una leggenda da documentario sensazionalista: sono stati calati lì davvero, tra gli anni cinquanta e gli anni novanta, con la convinzione che la profondità dell’oceano avrebbe fatto il lavoro sporco al posto nostro. Oggi una missione scientifica è scesa a guardarli da vicino e la notizia meno rassicurante è che alcuni di quei contenitori stanno cedendo.

L’idea di partenza, vista con gli occhi di oggi, ha qualcosa di surreale. Buttare le scorie nucleari in acque profonde equivaleva a spostare la polvere sotto il tappeto, con la differenza che qui non si parlava di polvere ma di rifiuti radioattivi confezionati in fusti metallici. Il ragionamento era semplice fino all’ingenuità: tanta acqua sopra, tanto tempo davanti, e il problema si sarebbe diluito da solo. Un calcolo che non teneva conto di una variabile piuttosto ovvia, ovvero che il metallo, sotto pressione e in acqua salata, non dura per sempre.

La missione che è andata a controllare sul fondo

A fare chiarezza ci ha pensato NODSSUM, la campagna scientifica coordinata dal CNRS, che ha esplorato le zone dell’Atlantico nord orientale dove quei rifiuti furono scaricati. Non parliamo di acque poco profonde: le operazioni hanno raggiunto punti oltre i 4.700 metri, un ambiente ostile dove ogni immersione richiede mezzi robotici e una logistica tutt’altro che banale.

Quello che le immagini hanno restituito è la fotografia di un archivio dimenticato che si sta sfaldando. Molti fusti risultano fortemente deteriorati, corrosi, deformati. Alcuni hanno già rilasciato parte del contenuto direttamente sul fondale. Non è un dettaglio marginale, perché significa che la barriera fisica pensata per contenere i materiali ha smesso di funzionare in più di un caso, esattamente come i critici di quella pratica avevano ipotizzato decenni fa.

Perché non siamo davanti a una catastrofe

Qui serve però una precisazione importante, di quelle che spesso vengono sacrificate in nome del titolo a effetto. I radionuclidi riconducibili a quei rifiuti sono stati effettivamente individuati, e in quantità superiori ai valori che normalmente si attenderebbero in quell’area dell’oceano. Ma le concentrazioni misurate restano basse. Tradotto: c’è una traccia rilevabile, non un’emergenza radioattiva in corso.

La distinzione conta, e conta molto, perché tra il rassicurare a vuoto e il gridare al disastro esiste uno spazio intermedio che è quello dove abita la realtà dei fatti. I 200.000 fusti non contengono, per fortuna, il materiale più pericoloso in assoluto tra quelli prodotti dall’industria nucleare, e questo aiuta a spiegare perché il degrado dei contenitori non si sia tradotto in un innalzamento drammatico dei livelli di radioattività.

Resta il fatto che una scelta compiuta in un’epoca in cui l’oceano profondo era considerato una discarica infinita continua a produrre effetti oggi, e che quegli effetti richiedono di essere monitorati invece che archiviati. Le indagini condotte su questi barili radioattivi servono proprio a questo: capire quanto materiale è già uscito, con quale velocità procede la corrosione, quali specie e quali sedimenti sono coinvolti.

Il quadro emerso dalle profondità atlantiche descrive quindi contenitori compromessi in un ambiente dove il recupero è tecnicamente proibitivo, con radionuclidi presenti in tracce misurabili e concentrazioni che, alle profondità raggiunte dalla campagna, rimangono su valori contenuti.

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