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Buco dell’ozono: 25 milioni di km quadrati, 80 volte l’Italia

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Il buco dell’ozono sopra l’Antartide è tornato a crescere e lo ha fatto in fretta, tanto che il 12 settembre ha toccato una superficie di circa 25 milioni di chilometri quadrati, ovvero 80 volte l’Italia. Sono 5 milioni di chilometri quadrati in più rispetto alla media stagionale, un salto che ha subito attirato l’attenzione di chi monitora l’atmosfera. Nessun allarme rosso, però, perché gli esperti invitano a leggere il dato per quello che è, cioè una fotografia di breve periodo.

L’accelerazione è arrivata insieme a un improvviso calo della temperatura minima nella stratosfera, a circa 20 chilometri di quota sopra il Polo Sud. Il segnale, a dirla tutta, si vedeva già verso la fine di agosto, quando l’area interessata aveva raggiunto i 15 milioni di chilometri quadrati, quindi più dell’intera Antartide, con qualche giorno di anticipo rispetto alla media degli ultimi cinquant’anni. Il primato negativo resta quello del settembre 2000, con 29,9 milioni di chilometri quadrati. Secondo le previsioni del Copernicus Atmosphere Monitoring Service l’estensione potrebbe ancora aumentare.

Come nasce ogni anno il buco sopra il Polo Sud

Serve una premessa tecnica, ma semplice. L’ozono è un gas instabile fatto di tre atomi di ossigeno, si trova oltre i 15 chilometri di altezza nella stratosfera e funziona come uno scudo contro le radiazioni ultraviolette del sole. Si parla di buco quando i valori della colonna di ozono in una determinata zona scendono sotto i 220 Dobson, che è l’unità di misura convenzionale usata dai ricercatori.

Ogni anno, verso fine agosto, sopra il Polo Sud si forma spontaneamente un’area impoverita di ozono durante la primavera australe. Il meccanismo dipende soprattutto dalle bassissime temperature stratosferiche polari, che innescano reazioni chimiche tra le nubi che si formano sull’Antartide. A quel punto entrano in gioco cloro e bromo immessi nell’atmosfera dalle attività umane, che distruggono le molecole di ozono all’interno del vortice polare. I numeri rendono l’idea meglio di qualsiasi spiegazione, visto che un solo atomo di cloro può distruggere oltre 100.000 molecole di ozono prima di essere rimosso dall’atmosfera, mentre il bromo è circa 60 volte più efficace del cloro nel processo di degradazione.

Il Protocollo di Montreal e i quarant’anni di lavoro

La faccenda è nota da parecchio tempo. Nel 1987 una cinquantina di paesi decise di muoversi insieme per invertire i danni allo strato di ozono, firmando il Protocollo di Montreal per tenere sotto controllo le sostanze ODS, sigla che sta per Ozone Depleting Substances, tra cui i clorofluorocarburi, i principali responsabili dell’assottigliamento. Il trattato è stato poi ratificato da tutti i paesi del mondo e gli emendamenti successivi hanno portato a cancellare il 99% della produzione e del consumo di queste sostanze chimiche.

Un risultato notevole, che però non ha ancora chiuso la partita. Il recupero dello strato di ozono non è completo e ogni stagione porta con sé oscillazioni anche importanti, legate soprattutto all’andamento delle temperature stratosferiche.

Perché una stagione non cambia il quadro

Qui sta il punto che gli esperti tengono a chiarire. Il dato di settembre non racconta un ritorno indietro. Anzi, nei mesi scorsi le rilevazioni erano state piuttosto incoraggianti. Sul breve periodo la dimensione del buco dell’ozono può ballare parecchio da un anno all’altro, mentre guardando la serie storica i dati Copernicus mostrano una tendenza alla riduzione dell’area interessata e un lento ma costante recupero dello strato protettivo.

Merito dello sforzo globale portato avanti da quarant’anni per tagliare le sostanze inquinanti, un percorso lento per definizione, perché quelle molecole restano in circolo a lungo. Una singola stagione, per quanto brusca nei numeri, non basta a invertire una tendenza costruita nel corso di decenni.

Fonte: TecnoAndroid

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