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Il futuro del trasporto umano verso la Stazione Spaziale Internazionale passa sempre più da Boeing Starliner, e non tanto per meriti conquistati sul campo quanto per mancanza di alternative. Le indiscrezioni che circolano negli ambienti dell’agenzia spaziale americana parlano di due ulteriori missioni con equipaggio che la NASA sarebbe pronta ad assegnare a Boeing, nonostante la navicella non abbia ancora ottenuto la certificazione necessaria dopo il fallimento della missione CFT di giugno 2024. Una scelta quasi obbligata, visto che SpaceX ha deciso di chiudere progressivamente il capitolo Crew Dragon. La questione è semplice nei numeri e complicata nelle conseguenze. Le capsule Crew Dragon costruite sono cinque e non ne verranno realizzate altre, cosa che SpaceX aveva già messo in chiaro circa quattro anni fa. L’ultima arrivata, battezzata Grace, ha volato per la missione privata Ax 4 e sarà impiegata per Crew 13, in programma a ottobre 2026. Gwynne Shotwell, presidente e Chief Operating Officer dell’azienda, ha confermato che il ritiro della flotta avverrà entro il 2030.
SpaceX guarda a Starship, la NASA resta senza piano B
Il ragionamento dell’azienda di Elon Musk è tutto proiettato su Starship, il veicolo destinato a portare in orbita i satelliti Starlink e gli astronauti sulla Luna. Tutto il resto diventa un ramo secco da potare. Il problema è che la NASA, a quel punto, si ritrova con un solo interlocutore possibile per raggiungere la ISS con equipaggio americano, ed è proprio quel Boeing che nel 2014 aveva firmato un contratto da circa 4,7 milioni di euro per fornire Starliner come alternativa alla Crew Dragon. Alternativa che, finora, ha collezionato più grattacapi che successi. L’episodio più pesante riguarda il volo che avrebbe potuto costare la vita a Butch Wilmore e Suni Williams, bloccati sulla stazione dopo i problemi ai propulsori RCS, il Reaction Control System. Malfunzionamento peraltro già emerso durante la missione senza equipaggio OFT 2 di maggio 2022 e mai risolto davvero. Jared Isaacman, amministratore della NASA, ha parlato apertamente di gravi negligenze da parte dei dirigenti dell’azienda, senza troppi giri di parole.
Contratto rivisto e il nodo del razzo
A novembre 2025 il contratto originale è stato ritoccato. Al posto delle sei missioni con equipaggio inizialmente previste, il piano prevede ora una prima missione cargo, Starliner 1, slittata dalla finestra di aprile alla fine del 2026, seguita da cinque voli con astronauti a bordo. Secondo quanto trapela, le due missioni aggiuntive porterebbero il totale a sette, con l’agenzia disposta a coprire una parte dei costi per sistemare i propulsori e a fornire supporto tecnico per certificare il lancio della capsula con un vettore diverso. Perché c’è anche questo dettaglio non da poco. Il razzo Atlas V di ULA, quello destinato alle sei missioni già messe a calendario, non viene più prodotto. Servirà quindi un sostituto, e i candidati sul tavolo sono il Vulcan sempre di ULA oppure New Glenn di Blue Origin. Nessuno dei due è mai stato utilizzato per portare persone nello spazio, il che aggiunge un ulteriore livello di verifiche e collaudi a un programma che di ritardi ne ha già accumulati parecchi. Nel frattempo SpaceX non sparisce dalla scena, almeno non subito. L’azienda ha ottenuto un’estensione del contratto per altre tre missioni con equipaggio, che saranno Crew 15, Crew 16 e Crew 17. Una finestra di respiro che dovrebbe consentire alla NASA di arrivare al momento in cui Starliner sarà finalmente operativo, ammesso che le tempistiche vengano rispettate. La navicella di Boeing, insomma, da opzione di riserva si trasforma nel pilastro su cui poggerà l’accesso americano alla Stazione Spaziale Internazionale nella seconda metà del decennio.
Fonte: TecnoAndroid








