Vai al contenuto
Offerte

SMR in Italia: primo reattore nucleare atteso entro il 2035

In questo articolo Indice dei contenuti 2 sezioni

Il ritorno del nucleare in Italia è tornato al centro del dibattito energetico dopo oltre trent’anni di assenza della fissione dal mix elettrico nazionale, e questa volta il discorso ruota attorno a una tecnologia diversa da quella che il Paese aveva conosciuto nel secolo scorso. Non grandi impianti pensati uno per uno, ma macchine più piccole, standardizzate, costruite con l’idea di poterle replicare. Nulla di deciso, va detto subito, però la direzione verso cui guardano governo e industria si è fatta più leggibile.

La sigla che ricorre con maggiore insistenza è SMR, Small Modular Reactor. Tradotto in parole semplici, si tratta di reattori di taglia ridotta progettati secondo un modello unico che viene poi ripetuto, invece di trattare ogni centrale come un’opera su misura. Il ragionamento dietro questa scelta è di tipo industriale prima ancora che energetico, perché la standardizzazione dovrebbe ridurre tempi di cantiere, complessità progettuale e costi complessivi. Almeno sulla carta, precisazione doverosa visto che la tecnologia è ancora in fase di sviluppo in gran parte del mondo.

Il progetto Nuward e la filiera italiana

Il nome su cui si concentrano le attenzioni è Nuward, società che fa capo al gruppo francese EDF. Non è un progetto che l’Italia guarda da spettatrice, perché attorno a questa iniziativa si è costruita una presenza industriale nazionale piuttosto solida. Edison sostiene il programma sul fronte italiano, affiancata da una filiera che comprende nomi pesanti dell’ingegneria e delle grandi costruzioni come Saipem e Webuild. Aziende che con le infrastrutture complesse hanno una certa dimestichezza, e che in un eventuale ritorno all’atomo avrebbero un ruolo tutt’altro che marginale.

La logica modulare cambia parecchio anche il modo di pensare la localizzazione degli impianti. Un reattore di piccola taglia occupa meno spazio, richiede opere civili di dimensioni più contenute e teoricamente può essere collocato in contesti dove una centrale tradizionale non sarebbe immaginabile. È proprio questo il punto di forza che i sostenitori degli SMR mettono in evidenza quando si parla di ripensare la produzione elettrica a basse emissioni.

La data del 2035 e il nodo delle regole

L’orizzonte temporale di cui si discute è il 2035, anno entro il quale un primo reattore di questo tipo potrebbe entrare in funzione sul territorio nazionale. Una prospettiva che però resta appesa a una condizione tutt’altro che secondaria, ovvero un cambiamento del quadro normativo che oggi non consente la produzione di energia elettrica da fissione in Italia. Senza quel passaggio, qualsiasi discussione tecnica rimane teorica. Vale la pena ricordare quanto sia lungo il periodo di distacco. Per più di trent’anni la fissione è rimasta fuori dal sistema energetico italiano, una scelta che ha inciso sulle competenze, sulla filiera industriale e sulla percezione pubblica della tecnologia. Ripartire significa quindi ricostruire un pezzo di infrastruttura anche culturale e regolatoria, non soltanto fisica.

L’approccio, in ogni caso, sarà molto diverso da quello adottato con le centrali costruite nel Novecento. I reattori SMR nascono con una filosofia industriale opposta a quella dei grandi impianti su misura, puntando sulla replicabilità in serie come leva per contenere i rischi economici tipici dei progetti nucleari tradizionali, quelli che negli anni hanno accumulato ritardi e costi crescenti in mezzo mondo. Per ora, quindi, nessuna certezza su tempi e autorizzazioni. Il candidato tecnologico però ha un nome e un volto industriale definito, e la partita si giocherà tra la maturazione del progetto Nuward e le decisioni che dovranno essere prese sul piano delle regole.

Fonte: TecnoAndroid

Condividi:
185 Condivisioni