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Auto cinesi, mancano le navi: export verso i 10 milioni

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Le auto cinesi sono diventate così numerose che il vero collo di bottiglia non è più la fabbrica, ma il modo di spedirle fuori dai confini. Un problema che qualche anno fa nessuno avrebbe messo sul tavolo: oggi in Cina si producono veicoli a un ritmo tale che mancano le navi per caricarli. Domanda interna in frenata, guerra dei prezzi feroce e oltre cento marchi che si contendono lo stesso cliente hanno spinto i costruttori a guardare fuori con un’aggressività mai vista. E i numeri raccontano tutto: dalle poco meno di 600mila automobili e furgoni esportati nel 2019 si potrebbe arrivare a circa 10 milioni di veicoli spediti all’estero nel 2026.

Non è soltanto questione di volumi. Le esportazioni cinesi, soprattutto quelle di elettriche e ibride, hanno raggiunto un livello di competitività che tocca sia la tecnologia sia il prezzo, e stanno erodendo posizioni che sembravano intoccabili per i gruppi occidentali, giapponesi e coreani. Nei primi sei mesi del 2026 le immatricolazioni di SAIC nell’Unione europea sono cresciute del 19%, quelle di BYD sono più che raddoppiate. Nello stesso periodo Stellantis ha messo a segno un più 6%, Volkswagen si è fermata al 2,6% e Renault ha lasciato sul terreno il 4,2%. La Cina, insomma, non è più solo la grande officina del mondo.

Quando mancano le navi: il nodo logistico

Il paradosso è quasi comico, se non fosse costosissimo. Le navi specializzate per il trasporto dei veicoli, le cosiddette ro-ro, vengono prenotate con anni di anticipo e i costi di noleggio sono saliti del 65% nel corso dell’anno. La flotta globale di queste unità è aumentata di circa il 40% negli ultimi anni, ma non basta a smaltire la mole generata dalle fabbriche cinesi. Così alcuni costruttori hanno cominciato a caricare le vetture nei normali container, infilandone due, tre e in certi casi anche quattro alla volta.

Una soluzione più cara e più complicata rispetto alle navi dedicate, però permette di aggirare almeno in parte il tappo. Si stima che fino a 4 milioni di veicoli cinesi all’anno possano viaggiare tramite container o altri sistemi alternativi alle porta auto. Sul fronte dei costi la spirale è evidente: a giugno la tariffa media annuale per noleggiare una grande car carrier ha toccato circa 60mila euro al giorno, contro i circa 36mila euro di fine 2025. E la pressione ha spinto i produttori a farsi armatori: BYD ha varato la sua prima nave nel 2024 e oggi conta una flotta di otto unità.

Un mercato interno che frena e nuovi terreni di conquista

Dietro la corsa all’export c’è una spinta che arriva da casa. Nel primo semestre del 2026 le vendite di auto in Cina sono calate di oltre il 20% su base annua, un dato che rende il mercato estero non più un’opportunità ma una necessità. Vendere fuori funziona come valvola di sfogo per un sistema industriale che si è dimensionato su una domanda che adesso non c’è più, almeno non nelle proporzioni attese.

Europa, America Latina, Australia e diversi mercati asiatici sono diventati i terreni di caccia preferiti di BYD, SAIC e degli altri marchi. Gli Stati Uniti rimangono in larga parte fuori dal gioco, tenuti a distanza dai dazi elevati e dalle restrizioni motivate con la sicurezza nazionale. Altrove, invece, la partita è aperta e si sta giocando adesso.

Il punto vero riguarda cosa accadrà all’automotive mondiale se questi ritmi produttivi non rallentano. Se la capacità industriale cinese riuscirà a tradursi in una rete globale più efficiente, il vantaggio non si limiterà al prezzo delle vetture: toccherà batterie, tecnologia, catene di fornitura e ormai anche il trasporto marittimo. Per i costruttori tradizionali il rischio è che la rivoluzione dell’auto cinese non sia soltanto elettrica, ma stia nella capacità di produrre, vendere e distribuire automobili su scala planetaria più in fretta di chiunque altro.

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