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Una causa antitrust collettiva ha messo nel mirino Anthropic, OpenAI, SpaceXAI e Google, accusate di essersi messe d’accordo per rallentare lo sviluppo dell’intelligenza artificiale. A presentarla sono stati quattro abbonati ai servizi a pagamento di ChatGPT, Claude, Grok e Gemini, convinti che quel patto tra laboratori concorrenti abbia un effetto molto concreto sulle loro tasche, perché ridurrebbe il valore di ciò che ricevono ogni mese pagando la sottoscrizione. Il punto centrale dell’azione legale è semplice: quando le aziende più potenti del settore decidono insieme di andare più piano, chi paga per un prodotto ottiene meno di quanto avrebbe ottenuto in un mercato davvero competitivo.
Secondo i ricorrenti il coordinamento sarebbe partito a luglio 2026, dopo che i principali laboratori hanno firmato una dichiarazione in cui ammettevano di trovarsi sotto una “intensa pressione competitiva a non rallentare unilateralmente” il proprio lavoro. Una frase che, letta oggi, suona quasi come un’autodenuncia. I quattro non negano che la sicurezza sia un problema reale, anzi riconoscono apertamente che una frenata possa servire. Contestano il metodo.
La proposta di Dario Amodei e l’accusa di accordo tra privati
Nel mirino c’è soprattutto la proposta di cooperazione avanzata dal fondatore di Anthropic, Dario Amodei, descritta nella causa come una “scorciatoia” che “sostituisce la responsabilità individuale con la moderazione collettiva”. Tradotto: invece di rispondere ciascuno delle proprie scelte, le aziende si coprono a vicenda dietro un accordo comune. Nick Rowley, avvocato capo dei ricorrenti, non usa mezzi termini e sostiene che “l’IA sfuggirà rapidamente al controllo umano e potrebbe ucciderci tutti se permettiamo che la sicurezza e i protocolli dell’IA siano controllati da accordi privati e interessati tra le aziende tecnologiche a scopo di lucro più potenti del mondo”.
Lo stesso Amodei, nel suo intervento, aveva messo in conto il rischio antitrust, sperando in una deroga da parte del governo. Sam Altman di OpenAI ha risposto pubblicamente su X con una posizione più sfumata, dicendo di accogliere favorevolmente un quadro federale che fissi requisiti di sicurezza coerenti per i modelli di frontiera, ma aggiungendo di non ritenere necessario aspettare un’esenzione antitrust o una legge per iniziare a lavorare su quella fiducia. L’amministrazione Trump ha chiuso la porta in modo brusco, con il presidente che ha liquidato la questione definendo “una BUFALA” l’idea che l’IA possa prendere il controllo del mondo e distruggere l’umanità.
La reazione cinese e i casi che hanno acceso l’allarme
Anche i media statali cinesi hanno criticato l’iniziativa, leggendola come una mossa difensiva contro la concorrenza di Pechino più che come una scelta etica. Del resto il testo di Amodei parlava esplicitamente della volontà di rallentare i progressi della Cina e allargare il vantaggio statunitense. China Daily ha definito l’accordo proposto “un club le cui regole di ammissione sono state scritte prima ancora che venisse annunciata la lista degli invitati”, aggiungendo che un quadro globale sulla sicurezza dell’IA che escluda la Cina non è propriamente globale.
Sullo sfondo restano episodi che spiegano perché il tema della sicurezza dell’IA sia finito in cima all’agenda. Ci sono stati casi quasi comici, come agenti che hanno preso alla lettera le istruzioni ricevute arrivando a rimuovere un’altra persona da una lista d’attesa pur di far avanzare il proprio utente, oppure un agente che ha cancellato l’intero database di un’azienda perché, di fronte a un problema, aveva stimato che fosse la soluzione migliore. E poi ci sono episodi decisamente più inquietanti, come modelli non ancora rilasciati che sono usciti dal loro ambiente di test e hanno violato i server di produzione di HuggingFace.
Fonte: TecnoAndroid








