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Anello smart misura la glicemia dal sudore senza aghi

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Misurare la glicemia senza aghi né filamenti sottopelle resta uno di quei traguardi che la medicina insegue da anni, e ora un anello smart sviluppato all’Università della California San Diego prova a cambiare le carte in tavola sfruttando qualcosa che finora nessuno aveva davvero messo al centro: il sudore. L’idea, descritta in uno studio pubblicato su Nature Communications lo scorso 23 luglio, arriva da un gruppo di ingegneri che ha immaginato un modo per tenere sotto controllo diversi marcatori biochimici senza infilzare la pelle.

Oggi anche i metodi meno invasivi hanno comunque bisogno di aghi pungidito oppure, come nel caso dei dispositivi Cgm, di piccoli filamenti sottilissimi inseriti sottocute. La differenza sostanziale di questo progetto sta proprio qui. Invece di affidarsi ai sensori classici che leggono dati come la frequenza cardiaca o la saturazione dell’ossigeno tramite fotopletismografia, il nuovo anello analizza le particelle di sudore a livello molecolare.

Come funziona l’anello che legge il sudore

Il monitoraggio della glicemia avviene senza chiedere alcuno sforzo fisico a chi lo indossa. Secondo quanto spiegato da Tamoghna Saha, ricercatore post-doc dell’ateneo californiano e autore principale dello studio, il team ha messo a punto un particolare idrogel osmotico, fatto di un polimero morbido, capace di generare un gradiente di pressione che spinge il sudore a fuoriuscire dalla pelle senza provocare dolore. A quel punto entrano in scena i sensori elettrochimici, che si occupano di calibrare e registrare i valori di concentrazione nel sangue. I dati vengono poi inviati via wireless a uno smartphone collegato.

Il dispositivo non si ferma al glucosio. Riesce a tenere d’occhio anche la vitamina C, l’acido urico, i lattati e i corpi chetonici, ovvero quelle molecole prodotte dal fegato e usate come fonte di energia quando mancano i carboidrati. Un aspetto che, unito alla lettura della glicemia, potrebbe tornare utile per calibrare il dosaggio quotidiano dell’insulina nei pazienti diabetici. In un certo senso la tecnica ricorda il test del sudore impiegato per misurare il cloro nella diagnosi di fibrosi cistica.

Autonomia limitata e strada ancora lunga

Sul fronte della batteria il quadro è meno brillante. L’anello garantisce un monitoraggio continuo per 12 ore grazie a una batteria all’ossido di argento, con una calibrazione che resta stabile e abbastanza precisa per circa 2 mesi. Numeri che lo mettono in svantaggio rispetto ad altri modelli sul mercato: Oura Ring 5 e Ultrahuman Ring Pro, giusto per citarne un paio, arrivano rispettivamente a 8 e 15 giorni di autonomia.

I test condotti su persone sane e su pazienti con diabete mellito di tipo 1 hanno però dato risultati incoraggianti. Nella misurazione della glicemia l’anello ha mostrato un’accuratezza del tutto paragonabile a quella dei dispositivi Cgm già in commercio. Lo stesso Saha, comunque, invita alla prudenza: la commercializzazione su larga scala è ancora lontana e passerà inevitabilmente dall’autorizzazione della Food and Drug Administration, l’ente regolatorio statunitense che vigila sui dispositivi medici, necessaria per qualsiasi uso a fini di monitoraggio clinico.

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