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Le diagnosi di ADHD e autismo sono cresciute parecchio negli ultimi anni, e uno studio danese di dimensioni enormi prova a spiegare almeno in parte il perché. Il punto emerso dall’analisi è tanto semplice quanto controintuitivo: i ragazzini che oggi ricevono una diagnosi somigliano alla popolazione generale molto più di quanto accadeva dieci anni fa. Tradotto, chi entra oggi nel perimetro della diagnosi non ha sempre lo stesso profilo di chi ci entrava un decennio fa.
La ricerca è stata guidata dall’Istituto di Salute Globale di Barcellona, centro sostenuto dalla Fondazione “la Caixa”, insieme all’Università di Aarhus, ed è stata pubblicata su JAMA Psychiatry. Numeri alla mano si parla di oltre 2,1 milioni tra bambini e adolescenti danesi, un campione che poche indagini possono permettersi.
Cosa hanno confrontato i ricercatori
Il gruppo di lavoro ha messo a confronto più di 71.000 giovani con una diagnosi di ADHD, cioè il disturbo da deficit di attenzione e iperattività, o di disturbo dello spettro autistico, arrivata tra il 2012 e il 2022, con oltre 713.000 coetanei che non avevano ricevuto nessuna delle due diagnosi. L’obiettivo non era capire quante diagnosi vengono fatte, dato ormai noto, ma osservare se le caratteristiche di chi le riceve fossero cambiate nel tempo.
La risposta è affermativa. I giovani con diagnosi restano comunque più esposti a molti dei fattori storicamente associati a queste condizioni, però la distanza rispetto agli altri si è assottigliata anno dopo anno. L’esempio più chiaro riguarda il basso peso alla nascita. All’inizio del periodo osservato, i bambini nati sottopeso avevano una probabilità superiore del 54% di ricevere in seguito una diagnosi di ADHD o autismo rispetto a chi era nato con un peso nella norma. Alla fine del periodo, quel divario era sceso al 17%. Cali simili sono stati registrati anche per la nascita prematura e per diversi indicatori di svantaggio socioeconomico.
“Il messaggio chiave non è che questi fattori di rischio non contino più”, spiega Magnus Elias Tarp, dottorando all’Università di Aarhus e primo autore dello studio. “Quello che abbiamo trovato è che le persone diagnosticate negli ultimi anni somigliano alla popolazione generale più di quanto facessero quelle che ricevevano le stesse diagnosi dieci anni fa”.
Perché le diagnosi aumentano davvero
Gran parte della letteratura scientifica si è concentrata sul motivo per cui i tassi di diagnosi salgono, oppure su quali elementi aumentino la probabilità di sviluppare queste condizioni. Qui l’approccio è rovesciato: ci si chiede se sia cambiata la popolazione che riceve le diagnosi. E secondo gli autori diversi fattori possono aver contribuito. La consapevolezza attorno ad ADHD e autismo è cresciuta, i sistemi sanitari e scolastici individuano i casi in modo più efficace, l’accesso alle valutazioni diagnostiche si è allargato, e può essersi spostata la soglia oltre la quale certe caratteristiche del neurosviluppo vengono considerate clinicamente invalidanti.
Lo studio non è in grado di quantificare il peso di ciascuno di questi elementi. Però i risultati suggeriscono una cautela precisa: l’aumento delle diagnosi non va letto in automatico come la prova che queste condizioni siano diventate più frequenti nella stessa misura.
“I nostri risultati aiutano a capire meglio perché le diagnosi di ADHD e autismo siano aumentate in modo così marcato negli ultimi anni”, osserva Oleguer Plana Ripoll, ricercatore presso l’Istituto di Salute Globale di Barcellona e l’Università di Aarhus, autore senior del lavoro. “Non dimostrano che queste condizioni vengano sovradiagnosticate o che siano diventate meno gravi. Indicano piuttosto che la popolazione che riceve queste diagnosi è cambiata nel tempo, e di questo bisogna tenere conto quando si interpretano le tendenze attuali”. Servirebbero ricerche in altri Paesi, aggiunge, per capire se lo stesso schema si ripete altrove.
Le ricadute sulla programmazione dei servizi
Secondo i ricercatori l’impatto di questi dati va oltre il dibattito accademico. Cambia il modo in cui interpretare le variazioni di prevalenza, e può pesare sulla pianificazione dei servizi sanitari, educativi e sociali destinati a chi convive con queste diagnosi. C’è poi un risvolto meno ovvio. Anche le notizie su esiti migliori tra le persone con ADHD o autismo vanno lette con attenzione, perché parte di quei miglioramenti apparenti potrebbe dipendere proprio dal mutato profilo di chi oggi riceve la diagnosi, e non da una prognosi realmente migliorata delle condizioni in sé.
Fonte: TecnoAndroid








