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NAVEE EXO S Pro recensione: 50 km con l’esoscheletro che riduce la fatica – Recensione

In questo articolo Indice dei contenuti 21 sezioni

La domanda vera è semplice: un esoscheletro da indossare può ridurre davvero la fatica, oppure resta uno di quegli oggetti spettacolari nei video e molto meno convincenti quando si lascia l’asfalto? Dopo tre settimane, quattro uscite principali e più di 50 chilometri percorsi, una risposta ce l’ho. Sì, funziona. Ma non funziona nello stesso modo dappertutto e, soprattutto, non bisogna confondere un supporto motorio con una scorciatoia capace di annullare lo sforzo.

Ho portato il NAVEE EXO S Pro nei boschi intorno al Lago Albano, su tratti di montagna, sentieri con sassi, radici, gradoni e fango. Poi l’ho usato in contesti molto più normali: lunghe passeggiate al mare e uscite con i miei due cani. Una parte delle prove è stata svolta anche da Emanuele, così da verificare se le mie sensazioni fossero legate soltanto alla mia corporatura o al mio modo di camminare. Non lo erano. La spinta in salita si percepisce chiaramente e, quando ritmo e assistenza si incontrano, il carico sui quadricipiti diminuisce in maniera concreta.

E qui viene il punto meno scontato. Non sembra di avere due motori che trascinano le gambe. Almeno, non sempre. Nei momenti migliori il supporto entra nel gesto e dopo qualche minuto si smette quasi di separare la propria falcata dalla spinta elettrica. In discesa, invece, quell’illusione si rompe: l’intervento può diventare meccanico, arrivare con uno stacco percepibile e persino infastidire. Io, in diversi tratti, ho preferito ridurlo o spegnerlo.

Il prezzo di 1.099 euro impedisce di trattarlo come un semplice gadget. D’altra parte, con 960 W di picco, 32 Nm, batteria removibile e un peso dichiarato di appena 1,8 kg, non è neppure un giocattolo. È un prodotto giovane, con qualche scelta ancora acerba, ma nelle condizioni giuste offre un aiuto reale. E dopo oltre 50 chilometri non è più un’impressione da primo contatto. Vi illustrerò minuto per minuto i miei test e potrete vedere il video in qualsiasi momento :)

Videorecensione

Unboxing

Aprire la confezione non richiede quella lunga cerimonia che spesso accompagna i prodotti tecnologici più costosi. Dentro ho trovato l’esoscheletro, la batteria e la custodia. Fine. Una dotazione essenziale, coerente con un apparecchio che deve essere montato sul corpo e non assemblato pezzo per pezzo sul tavolo.

La custodia è l’accessorio che, dopo tre settimane, ho apprezzato più di quanto avessi previsto. Il telaio si ripiega, ma restano comunque bracci rigidi, articolazioni e fasce che non vorrei gettare senza protezione nel bagagliaio, soprattutto insieme a scarpe sporche, guinzagli e attrezzatura da escursione. Qui ogni parte trova il suo posto e il dispositivo si trasporta senza la sensazione di avere con sé un prototipo delicato.

La prima impressione prendendolo in mano è strana: visivamente ci si aspetta più peso. Fibra di carbonio, lega di alluminio, motori laterali, cinghie e batteria fanno pensare a una struttura massiccia; invece il corpo resta compatto e relativamente facile da maneggiare. Non minuscolo. Compatto. Una differenza che conta, perché le dimensioni da chiuso sono di 460 x 290 x 140 millimetri e per portarlo serve comunque uno spazio dedicato.

Avrei gradito una seconda batteria nel pacchetto, considerata la vocazione outdoor e la possibilità di sostituirla rapidamente. Però sarebbe stato poco realistico aspettarsela nel pacchetto standard. Quello che arriva consente di partire subito, mentre la custodia evita di dover trovare una soluzione di fortuna già dalla prima uscita. Al minuto 0:41 del video si vede bene la fase che conta davvero più dell’apertura della scatola: indossarlo. L’attacco frontale magnetico e le clip rapide sotto le ginocchia rendono l’operazione sorprendentemente veloce.

Design e costruzione

Indossato, l’EXO S Pro assomiglia più a un’attrezzatura tecnica da montagna che a un ausilio ortopedico. È una distinzione estetica, certo, ma non secondaria. Un prodotto da portare in pubblico, magari sul lungomare o lungo un sentiero frequentato, deve riuscire a non trasformare ogni uscita in una spiegazione continua. Gli sguardi arrivano lo stesso. Però la fibra di carbonio a vista, le parti metalliche ben integrate e la disposizione laterale dei motori gli danno un’aria sportiva, quasi da equipaggiamento specialistico.

Al minuto 0:18 del video mostro i materiali principali: fibra di carbonio e alluminio. Il carbonio tiene sotto controllo il peso dei bracci che scendono lungo le cosce, mentre la struttura metallica trasmette una buona sensazione di rigidità. Durante i passaggi tra radici e gradoni non ho avvertito flessioni preoccupanti o giochi evidenti. Il fango, poi, non gli ha fatto cambiare carattere. Va pulito con attenzione, ovviamente, ma la certificazione IP54 dà quel minimo di tranquillità necessario quando il terreno non collabora o arriva qualche schizzo.

Il sistema di vestizione è una delle scelte migliori. La chiusura magnetica frontale consente di agganciare la zona del bacino senza combattere con fibbie nascoste. Sotto il ginocchio ci sono clip rapide e cinghie facili da stringere. Dopo le prime regolazioni l’operazione diventa naturale e richiede poco tempo. Si può mettere anche sul bordo di un parcheggio prima di entrare nel bosco, senza appoggiare mezzo contenuto della custodia a terra.

E le tasche? Restano libere. I motori sono collocati lateralmente e non invadono lo spazio in cui normalmente finiscono smartphone, portafoglio o chiavi. Durante le passeggiate con i cani questa caratteristica si è rivelata molto più utile di quanto sembri sulla scheda tecnica, perché tra guinzagli e telefono le mani sono già occupate abbastanza.

NAVEE EXO S Pro

Il limite strutturale più evidente è l’assenza di una vera regolazione dell’altezza dei bracci. Le cinghie si adattano e la cintura consente di trovare la misura sul bacino, ma la distanza verticale verso il supporto sopra il ginocchio resta sostanzialmente fissa. Io sono alto circa 1,70 metri e qualche problema di posizionamento l’ho incontrato. Anche Emanuele, che ha condiviso il test, ha dovuto prestare attenzione alla regolazione affinché la fascia lavorasse nel punto giusto.

Il produttore indica una compatibilità orientativa con persone alte tra 160 e 190 centimetri. Sulla carta io sono quasi al centro dell’intervallo, eppure il margine di adattamento verticale mi è mancato. Non significa che sia scomodo per chiunque sia alto 1,70 metri. Significa, più concretamente, che proporzioni di busto e femore contano quanto l’altezza complessiva. Il corpo umano non è una tabella. Ecco, questo è uno dei punti che valuterei con una prova dal vivo prima dell’acquisto.

Dopo parecchi chilometri compare anche un leggero sfregamento nella zona delle fasce. Nulla che mi abbia costretto a interrompere un’uscita, ma c’è. Stringendo poco, il supporto perde precisione; stringendo troppo, la pressione e lo struscio aumentano. Serve trovare il proprio equilibrio, e non sempre lo si trova al primo tentativo.

Specifiche tecniche

I valori seguenti uniscono la scheda ufficiale ai dati verificabili sul modello europeo. La riduzione dello sforzo del 35 per cento, l’autonomia massima e la risposta nell’ordine dei millisecondi restano dichiarazioni di laboratorio: durante la prova ho potuto giudicare l’effetto percepito, non misurare quelle percentuali con strumentazione medica.

Specifica Valore
Categoria Esoscheletro motorizzato consumer per camminata e attività outdoor
Potenza di picco 960 W
Coppia massima 32 Nm
Livelli di assistenza 6, selezionabili dai comandi fisici o dall’app
Scenari intelligenti dichiarati 10
Modalità operative Comfort, Sport e regolazioni avanzate
Riduzione dello sforzo dichiarata Fino al 35 per cento in test controllati
Batteria Removibile, capacità di 5.000 mAh
Autonomia dichiarata Fino a 25 km o 40.000 passi assistiti
Ricarica Circa 1,5 ore con alimentazione da 65 W
Ricarica inversa Fino a 20 W
Peso dichiarato 1,8 kg
Materiali Fibra di carbonio e lega di alluminio
Protezione IP54 contro polvere e spruzzi
Temperature operative Da meno 10 a 45 gradi
Dimensioni da chiuso 460 x 290 x 140 mm
Altezza utente indicativa Da 160 a 190 cm
Assistenza durante il trasporto di carichi Fino a 25 kg dichiarati
Prezzo di listino 1.099 euro

Sistema di funzionamento

Il principio è più facile da capire indossandolo che osservandolo. I motori si trovano ai lati del bacino e applicano la coppia ai bracci che seguono le cosce. Non sollevano il corpo e non comandano il ginocchio. Intervengono nel momento in cui la gamba avanza, aggiungendo forza al gesto che l’utente sta già compiendo. Per questo non cammina al posto vostro e non va considerato un dispositivo medico.

Al minuto 1:13 del video entrano in scena i numeri più appariscenti, cioè 960 W e 32 Nm. Presi da soli dicono poco, perché nessuno usa un esoscheletro come si usa un motore elettrico a potenza costante. Conta la modulazione. Conta il momento. Una spinta forte arrivata mezzo passo tardi è peggiore di una spinta moderata ben sincronizzata, soprattutto su un fondo irregolare.

I sensori leggono movimento, ritmo e cambiamenti dell’andatura. Il sistema cerca poi di associare ciò che sta accadendo a uno degli scenari riconosciuti e regola la coppia. L’etichetta assistenza adattiva con intelligenza artificiale può suonare più grande del necessario, lo ammetto. Qui non c’è un assistente che ragiona o prende decisioni complesse. C’è un algoritmo che interpreta dati corporei e varia l’intervento dei motori. Marketing a parte, la funzione concreta esiste.

Camminando in piano al livello più basso, l’assistenza è appena accennata. Sembra più un alleggerimento del gesto che una vera spinta. Alzando progressivamente il livello, il contributo sui quadricipiti diventa chiaro. E quando la pendenza aumenta, i livelli superiori hanno finalmente un senso: il motore non elimina il lavoro, ma rende meno costoso ogni passo.

Sul lato destro ci sono i tasti più e meno. Un tocco modifica il livello senza costringere a prendere il telefono, una scelta fondamentale quando si hanno mani sporche, bastoncini o guinzagli. Sul lato sinistro c’è il comando di accensione e un altoparlante di servizio che restituisce indicazioni vocali. Preferisco chiamarle così, perché nella pratica l’elemento importante è il feedback immediato: si capisce cosa è successo senza dover guardare continuamente lo smartphone.

Il sistema resta però dipendente dalla qualità del contatto con il corpo. Se la fascia sopra il ginocchio scivola o non è posizionata bene, la forza viene trasmessa in un punto meno naturale e la sensazione peggiora. Da qui l’apparente contraddizione: il telaio è leggero e semplice da indossare, ma richiede una regolazione accurata. Due minuti spesi bene all’inizio evitano un’ora a correggere la cinghia ogni dieci passi.

Applicazione e regolazioni

L’applicazione disponibile per Android ed iOS. non serve soltanto ad accendere una funzione e dimenticarla. È il posto in cui si capisce davvero quanto margine di personalizzazione ci sia dietro i due tasti fisici. Nella schermata principale sono disponibili sei livelli di assistenza, gli stessi richiamabili direttamente dal dispositivo. La regolazione numerica è immediata e ha senso: su un tratto pianeggiante si può restare bassi, mentre prima di una salita più seria bastano pochi tocchi per preparare una risposta più energica.

Al minuto 3:51 del video mostro la distinzione tra modalità Comfort e modalità Sport. La prima cerca un intervento meno invadente, utile quando la priorità è camminare con naturalezza. Sport apre la porta alle regolazioni avanzate e consente di modellare tre aspetti che cambiano davvero il comportamento: velocità di risposta dell’assistenza, bilanciamento della coppia tra lato destro e sinistro, direzione della spinta.

Quest’ultima voce merita una spiegazione. Non cambia magicamente la direzione in cui si cammina; modifica il modo in cui l’impulso viene percepito lungo il gesto, con una componente più orientata verso l’alto oppure verso il basso. Serve sperimentare. Io stesso, la prima volta, ho mosso il controllo senza sapere fino in fondo quanto avrei percepito la differenza. Poi, su una pendenza vera, la variazione diventa comprensibile.

Il bilanciamento destra e sinistra è una funzione intelligente, purché usata con cautela. Può compensare una sensazione soggettiva di asimmetria o adattarsi a un passo non perfettamente uniforme, ma non è uno strumento terapeutico e non dovrebbe essere usato per correggere da soli problemi fisici. Se si cammina normalmente, il centro resta il punto di partenza più sensato.

C’è poi il riconoscimento automatico delle attività. L’app può lasciare che sia il sistema a identificare lo scenario, oppure permette di disattivare l’adattamento e selezionare manualmente ciò che si sta facendo. Nel mio test il passaggio dalla camminata alla corsa è stato riconosciuto correttamente. Al minuto 3:29 si nota il cambio: a potenza tre, quasi discreta mentre camminavo in piano, l’assistenza è diventata più presente appena ho iniziato a correre.

Una precisazione necessaria riguarda la bicicletta. La documentazione ufficiale aggiornata include oggi il ciclismo tra i dieci scenari. Nella versione dell’app e del firmware che ho provato, quella funzione non era disponibile. Può darsi che sia arrivata in seguito o che la distribuzione sia avvenuta per fasi. Non posso giudicarla, quindi non lo farò. Giudico il software che avevo davanti durante le tre settimane di prova, non quello promesso o aggiornato dopo.

L’app è quindi utile, ma non indispensabile a ogni minuto dell’uscita. Una volta scelta la configurazione, i tasti fisici bastano per le variazioni più frequenti. Ed è giusto così: un prodotto pensato per il bosco non può pretendere che si cammini con lo schermo sempre acceso.

Prestazioni e autonomia

La batteria da 5.000 mAh promette fino a 25 chilometri o 40.000 passi. Sono numeri massimi e dipendono inevitabilmente dal livello di assistenza, dalla pendenza, dal peso, dal ritmo e dalla frequenza con cui i motori devono erogare coppia elevata. Sarebbe poco serio trasformare le mie uscite, svolte su terreni e intensità differenti, in un test di laboratorio. Non ho effettuato una scarica cronometrata a potenza costante.

Quello che posso dire dopo più di 50 chilometri è che l’autonomia è coerente con l’uso per cui il dispositivo ha senso. Una passeggiata lunga, un’escursione o una sessione mista non mi hanno fatto vivere con l’ansia della percentuale. Ma 25 chilometri in piano a sostegno leggero e 25 chilometri in salita con livello alto sono due viaggi energeticamente diversi. Pare ovvio. Quando si legge la cifra sulla confezione, però, conviene ricordarsene.

NAVEE EXO S Pro - dettaglio

Il vantaggio concreto è la batteria removibile e sostituibile rapidamente. Chi programma percorsi molto lunghi può ragionare su un secondo modulo, evitando di trasformare il rientro in una lotta contro un dispositivo spento che, per quanto leggero, rimane legato alle gambe. Il tempo dichiarato per una ricarica completa è di circa un’ora e mezza con alimentazione da 65 W. Non ho cronometrato la ricarica in condizioni controllate, quindi riporto il dato ufficiale senza farlo passare per una mia misurazione.

La ricarica inversa a 20 W permette di usare la batteria come alimentazione di emergenza per uno smartphone o un altro dispositivo compatibile. È una buona idea per l’outdoor, dove telefono e navigazione possono contare più dell’ultimo livello di assistenza. Anche qui, non ho misurato potenza e curva di erogazione con strumenti dedicati. La considero un’aggiunta sensata, non la ragione per comprare l’esoscheletro.

Le prestazioni dei motori, invece, sono state facili da giudicare. A livello uno il contributo è minimo. Il due si avverte già con maggiore chiarezza. Il tre va bene per un aiuto moderato, ma quando il sentiero si impenna può sembrare insufficiente. I livelli quattro e cinque cambiano il passo sulle salite più impegnative. C’è potenza, parecchia. La vera sfida non è averla, è distribuirla senza rendere artificiale il movimento.

Test sul campo dopo oltre 50 chilometri

Tre settimane sono abbastanza per superare l’effetto sorpresa, quello che fa sembrare straordinario qualsiasi oggetto appena tolto dalla scatola. Ho concentrato il test in quattro giornate principali, superando complessivamente i 50 chilometri, ma l’ho indossato anche durante passeggiate meno strutturate. Bosco, montagna, mare, uscite con due cani. Non una pista preparata.

La prova più indicativa si è svolta sui percorsi nei dintorni del Lago Albano. Il terreno cambia in fretta: terra battuta, sassi, radici che obbligano ad alzare il piede, gradoni naturali, tratti fangosi. Non c’è quella progressione ordinata che piace ai sistemi automatici. Si passa dal piano alla salita in pochi passi, poi si rallenta per aggirare un ostacolo e si riparte. È proprio lì che un esoscheletro mostra quanto sa leggere il corpo.

All’inizio ho tenuto il livello uno. Al minuto 1:40 del video si vede bene la reazione: la spinta è piccola, quasi un sostegno psicologico prima ancora che muscolare. Salendo al livello due il lavoro sui quadricipiti si alleggerisce in modo più evidente. Non si viene trascinati. Si continua a scegliere ritmo e appoggio, ma ogni avanzamento costa un po’ meno.

Poi la pendenza cresce. Il livello tre, che sul facile sembrava già sufficiente, comincia a mostrare il fiato corto. E allora si sale verso quattro e cinque. Qui ho avuto la prima risposta netta alla domanda iniziale: sì, il supporto può ridurre molto la fatica percepita su una salita vera. Lo si vede dal modo in cui cambia la falcata e lo si sente nei muscoli, soprattutto quando il tratto dura abbastanza da far emergere la differenza.

Funziona davvero? Sì. Fa miracoli? No. Se il fondo è fangoso bisogna comunque cercare aderenza. Se una radice è alta bisogna sollevare il piede. Se si perde l’equilibrio, il motore non diventa un angelo custode. L’assistenza amplifica un movimento che l’utente deve saper controllare, e questo confine va tenuto ben presente.

La discesa è stata meno convincente. Al minuto 2:24 comincia la parte del video in cui il limite emerge chiaramente. Anche riducendo la potenza, ho percepito uno stacco tra le fasi del passo. La spinta sembrava più meccanica e in alcuni momenti andava contro la naturalezza necessaria per appoggiare il piede con precisione. Su un terreno regolare può restare tollerabile; tra sassi, fango e gradoni preferisco avere il controllo più pulito possibile. In diversi passaggi l’ho disattivata.

Non è un dettaglio. Chi cammina in montagna sa che la discesa può affaticare i quadricipiti più della salita e richiede sensibilità nell’appoggio. Qui il prodotto ha ancora bisogno di una logica dedicata più raffinata, capace di accompagnare o frenare il gesto invece di limitarsi a rimodulare una spinta nata soprattutto per l’avanzamento. Stavo per scrivere che in discesa non serve. Ripensandoci, sarebbe ingiusto: l’idea serve eccome, è l’esecuzione attuale a non essere ancora all’altezza della salita.

Ho poi cambiato scenario passando alla corsa su superficie piana. A livello tre, mentre camminavo, il sostegno sembrava quasi svanire. Appena ho iniziato a correre il sistema ha riconosciuto il gesto e ha aumentato l’intervento. Al minuto 3:37 il cambiamento è visibile e, soprattutto, era percepibile: durante la corsa la spinta mi è sembrata più naturale rispetto alla camminata sul piano.

Le uscite al mare hanno raccontato un’altra storia. Su un percorso lungo, regolare e senza grandi pendenze, il beneficio immediato è meno teatrale. Non c’è il momento in cui il motore sembra salvare le gambe su un muro. Però il supporto leggero accompagna la continuità del passo e può avere più senso dopo diversi chilometri che nei primi cinquecento metri. Alla fine della fiera, il valore non è andare più veloce: è arrivare con una riserva di energia maggiore.

Portando a spasso i miei due cani ho apprezzato soprattutto la libertà delle tasche e i comandi fisici. Con i guinzagli in mano non avevo alcuna voglia di aprire l’app per ogni variazione. Un tocco sul tasto e si continua. Ma le partenze, gli arresti e i cambi di direzione frequenti rendono meno fluido il lavoro rispetto a una camminata continua su sentiero. Il dispositivo preferisce il ritmo. I cani, naturalmente, hanno altri programmi.

Anche Emanuele ha provato il sistema durante le riprese. Confrontare le sensazioni è stato utile perché il punto ricorrente era lo stesso: in salita l’aiuto è concreto, in discesa la spinta va affinata. È emerso pure il tema della fascia sopra il ginocchio e della regolazione verticale. Due persone, proporzioni differenti, la stessa necessità di perdere un po’ di tempo per trovare la posizione meno invasiva.

Il limite metodologico resta chiaro. Non ho usato sensori metabolici, dinamometri o un protocollo medico per quantificare la riduzione dello sforzo. Non posso certificare quel 35 per cento indicato dall’azienda. Ho però percorso più di 50 chilometri in situazioni reali e il calo della fatica muscolare sulle salite è stato ripetibile. Per una recensione sul campo, è questo il dato che conta.

Approfondimenti

Perché la salita è il suo ambiente naturale

Su una salita il gesto diventa più prevedibile e, nello stesso tempo, più dispendioso. Il piede si appoggia, il ginocchio si flette, il quadricipite lavora e la coscia avanza contro gravità. È quasi la situazione perfetta per un sistema che legge il movimento e aggiunge coppia all’articolazione dell’anca. Il beneficio non nasce soltanto dalla potenza disponibile, ma dalla possibilità di ripetere l’aiuto passo dopo passo.

Nei dintorni del Lago Albano ho affrontato tratti in cui il sentiero saliva con pendenza irregolare e il fondo costringeva a modificare continuamente la lunghezza della falcata. Nei passaggi più semplici il livello tre era sufficiente. Quando il terreno diventava serio, quattro e cinque alleggerivano la fase in cui normalmente si sente il quadricipite caricarsi. Non sparisce lo sforzo respiratorio, non sparisce il lavoro di caviglie e polpacci. Cambia però la quantità di energia necessaria per portare avanti la coscia.

La sensazione più riuscita arriva quando si trova un ritmo regolare. Dopo alcuni minuti la spinta smette di presentarsi come un evento separato e diventa parte dell’andatura. È un po’ come camminare con vento a favore, solo che il vento arriva nel punto preciso del passo. Detto così sembra poetico. Sul serio, è la metafora più vicina a ciò che ho sentito.

E se si seleziona troppa assistenza? Il vantaggio può trasformarsi in invadenza. Sul facile, un livello alto porta la gamba più avanti di quanto si vorrebbe e induce quasi ad accelerare. Personalmente preferisco partire basso e aumentare soltanto quando il terreno lo chiede. La potenza massima non è un premio da tenere sempre attivo. È uno strumento per il tratto cattivo.

C’è anche un effetto meno evidente: sapendo di avere aiuto, si tende a impostare la salita con più decisione. Può essere positivo, ma rischia di far sottovalutare la distanza del ritorno o la fatica che resta a carico del resto del corpo. L’esoscheletro aiuta le gambe. Non rende più corto il sentiero.

La discesa resta il vero difetto di gioventù

Scendere non è semplicemente salire al contrario. Durante la discesa i muscoli lavorano molto in contrazione eccentrica, controllando il corpo mentre si abbassa. Il piede deve cercare il terreno, valutare aderenza e inclinazione, assorbire l’impatto. Una spinta che accompagna bene la salita può risultare fuori posto quando la priorità diventa frenare e modulare.

Nel mio test l’intervento in discesa aveva uno stacco percepibile. Non parlo di un ritardo enorme o di un comportamento pericoloso in condizioni normali. Era piuttosto una discontinuità, un piccolo momento in cui sentivo il dispositivo agire invece di dimenticarmi della sua presenza. Sui gradoni e sui sassi mobili basta questo per spezzare la fiducia.

Ho provato a ridurre il livello, come si vede tra i minuti 2:33 e 2:58. Il comportamento diventava meno energico, ma non cambiava completamente natura. La spinta restava più artificiale rispetto a quella sperimentata in salita. Così, nei tratti in cui volevo sentire il piede libero e controllare l’appoggio senza interferenze, ho preferito disattivare l’assistenza. Scelta semplice. E sensata.

Mi piacerebbe vedere una modalità che non si limiti a spingere meno, ma che interpreti la discesa con una logica propria. Un accompagnamento progressivo, magari capace di offrire una lieve resistenza controllata, avrebbe molto più senso per scaricare parte del lavoro dai quadricipiti. Non so se l’hardware attuale possa farlo attraverso un aggiornamento o se serva un’evoluzione meccanica. Su questo non voglio fare promesse al posto dell’azienda.

Oggettivamente è il limite che pesa di più sulla valutazione, perché chi compra un apparecchio simile per il trekking dovrà anche tornare a valle. Però non cancella ciò che fa bene. Significa soltanto che oggi conviene considerare il prodotto soprattutto come un assistente per pianura, corsa e salita, sapendo che in discesa il tasto per abbassare o spegnere l’aiuto diventa parte dell’esperienza.

Vestibilità, altezza e fascia sopra il ginocchio

L’intervallo dichiarato tra 160 e 190 centimetri sembra ampio, ma l’altezza totale non racconta la distribuzione delle proporzioni corporee. Due persone alte 170 centimetri possono avere lunghezza delle gambe, posizione del bacino e circonferenza delle cosce molto differenti. La mancanza di una regolazione verticale dei bracci rende questa variabilità più importante del previsto.

Nel mio caso, con un’altezza di circa 1,70 metri, la fascia superiore tendeva a richiedere qualche correzione per restare nella posizione migliore sopra il ginocchio. Non era inutilizzabile, altrimenti non avrei percorso più di 50 chilometri. Però non era neppure una regolazione da fare una volta e dimenticare per sempre. Emanuele ha riscontrato a sua volta la necessità di trovare con cura il punto di appoggio.

Il paradosso è che gli agganci sono eccellenti. La clip si apre e si chiude in un attimo, la cinghia si stringe senza fatica e l’attacco magnetico frontale è tra le parti più riuscite del progetto. Il problema non è il modo in cui si chiude il dispositivo, ma il punto in cui quella chiusura finisce per lavorare sul corpo.

Dopo una camminata prolungata compare un po’ di struscio. Non una tortura, sia chiaro. Una presenza che si avverte, soprattutto se si è dovuto stringere la fascia per impedire che scivolasse. La soluzione pratica consiste nel regolare prima il bacino, verificare che i due bracci siano simmetrici e stringere le fasce soltanto quanto basta. Tirarle al massimo non migliora automaticamente la precisione.

La domanda da porsi prima dell’acquisto non è quindi soltanto “rientro nell’altezza indicata?”. Meglio chiedersi se esiste la possibilità di provarlo o, almeno, di sfruttare condizioni di reso chiare. Spendere 1.099 euro per scoprire che la propria proporzione femore bacino non coincide bene con la struttura sarebbe un errore evitabile.

Comfort reale tra caldo, fango e lunghe passeggiate

Un esoscheletro può pesare poco sulla bilancia e diventare comunque pesante da indossare se concentra la pressione in due punti. Qui la situazione è più equilibrata. Il peso dichiarato di 1,8 kg viene distribuito tra bacino e gambe e, una volta iniziata la camminata, i motori compensano in parte la percezione della massa che ci si porta addosso.

Durante le passeggiate al mare la struttura non mi ha impedito di muovermi normalmente, e le tasche libere hanno evitato quella fastidiosa lotta tra telefono, cintura e bracci laterali. Sul sentiero fangoso, invece, ho apprezzato il fatto che i componenti rigidi restassero vicini al corpo senza sporgere troppo. Passando accanto a vegetazione e rami bassi non avevo la sensazione di trascinare una piccola impalcatura.

NAVEE EXO S Pro - caratteristiche

Il calore si concentra soprattutto dove il tessuto aderisce, non sui bracci in carbonio. Dopo molti chilometri le fasce possono sfregare e il sudore amplifica il fenomeno. Mica male per un apparecchio motorizzato così compatto, ma neppure invisibile come suggerirebbe una lettura troppo entusiasta della parola SoftSuit. Il nome commerciale non cambia la fisica: pressione, tessuto e movimento ripetuto producono attrito.

La cosa che mi ha colpito è che il fastidio non cresce in modo lineare con la durata. Se la regolazione è corretta, dopo i primi minuti ci si abitua e si può camminare a lungo. Se la fascia parte pochi centimetri fuori posizione, invece, ogni passo peggiora la situazione. A quel punto conviene fermarsi subito, sistemare tutto e ripartire. Cinquanta secondi persi sono meglio di dieci chilometri passati a sopportare.

La certificazione IP54 copre polvere e spruzzi, non immersioni o temporali affrontati senza criterio. Il fango incontrato durante la prova non ha creato problemi, ma dopo l’uscita ho trattato il dispositivo come attrezzatura tecnica, non come qualcosa da lavare sotto il rubinetto. Panno, attenzione alle articolazioni, asciugatura. Normale manutenzione, insomma.

Camminata quotidiana, mare e uscite con i cani

Nel bosco è facile capire perché esista. Nella vita quotidiana il giudizio è più sfumato. Durante una passeggiata breve e piena di soste, il tempo necessario a indossarlo e regolarlo può superare il beneficio. Per dieci minuti intorno a casa, onestamente, lo lascerei nella custodia. Su una camminata lunga cambia tutto.

Al mare l’ho usato su percorsi più regolari e con un passo continuo. La spinta non stupisce come su una rampa, ma lavora in sottofondo. È strano: sulla carta sembra il contesto meno interessante, invece dopo parecchi chilometri si capisce che il vantaggio può essere cumulativo. Non si sente il singolo passo diventare leggerissimo; si sente il corpo arrivare più fresco alla fine.

Con i due cani la situazione è stata persino più istruttiva. Le soste improvvise, i cambi di direzione e le ripartenze rompono il ritmo che il sistema preferisce. Se entrambi decidono di fermarsi nello stesso momento, l’intelligenza artificiale può fare ben poco. Ma quando la passeggiata torna regolare, il sostegno rientra e accompagna. Il tutto senza bloccare le tasche, dettaglio fondamentale quando bisogna recuperare velocemente telefono o sacchetti.

I comandi fisici qui battono l’app. Non c’è discussione. Avere più e meno sul fianco permette di modificare il livello senza liberare una mano, sbloccare il telefono e guardare uno schermo sotto il sole. Lo smartphone serve per preparare la modalità e personalizzare il comportamento; durante l’uscita deve poter restare in tasca.

Lo consiglierei quindi per l’uso quotidiano? Dipende dalla durata e dalla continuità. Per chi cammina molto, affronta pendenze o arriva a fine percorso con le gambe stanche, sì, può avere senso. Per piccoli spostamenti urbani frammentati, tra semafori, scale mobili e fermate, rischia di essere più attrezzatura di quanta ne serva. Non è che ogni oggetto tecnologico debba seguirci ovunque per essere riuscito.

Riconoscimento del movimento e naturalezza della corsa

Il passaggio dalla camminata alla corsa è stato uno dei momenti più convincenti della prova. A livello tre e su terreno pianeggiante, mentre camminavo, l’assistenza era quasi nulla. Appena ho cambiato andatura, il sistema ha riconosciuto lo scenario e ha iniziato a fornire un supporto più deciso. Nessuna lunga attesa, nessun bisogno di fermarsi e cambiare tutto a mano.

Perché durante la corsa sembra più naturale? Probabilmente perché il movimento è più dinamico, ampio e ripetitivo. Il motore ha un segnale corporeo più netto da seguire e la spinta si inserisce in una fase in cui la gamba sta già accelerando. Nella camminata lenta in piano, al contrario, un intervento energico rischierebbe di sembrare una strattonata.

Non trasformerei però questa osservazione in una promessa di prestazione atletica. Non ho misurato tempi, frequenza cardiaca o consumo di ossigeno con un protocollo controllato. Ho valutato naturalezza e fatica percepita. La corsa con assistenza era più fluida di quanto mi aspettassi, ma usare il dispositivo per inseguire record personali sarebbe un tema diverso, che richiederebbe test specifici e molta attenzione alla tecnica.

Qui torna utile la regolazione della velocità di risposta. Una risposta aggressiva rende il sistema pronto, ma può amplificare gli errori di interpretazione durante cambi bruschi. Una risposta più morbida filtra meglio, però rischia di arrivare tardi quando si passa da passo a corsa. Non esiste un valore perfetto per tutti. Serve un’uscita di prova, qualche variazione e un po’ di pazienza.

Quanto alla modalità bicicletta, lo ripeto perché la discrepanza potrebbe confondere chi guarda oggi la pagina ufficiale: durante il mio test non era presente. La scheda aggiornata la elenca, quindi è plausibile che il software sia cambiato. Bene, se è così. Ma la recensione resta legata all’esperienza reale avuta con l’unità e il firmware disponibili in quel momento.

Un supporto sportivo, non un dispositivo medico

La forma, il tipo di assistenza e persino alcune immagini promozionali possono far pensare a un prodotto pensato per recuperare mobilità. Non è questo il caso. Il dispositivo richiede che l’utente sappia camminare, controllare l’equilibrio, scegliere dove appoggiare i piedi e reagire agli ostacoli. Il motore aggiunge forza al movimento esistente. Non crea quel movimento in sicurezza per chi non è in grado di eseguirlo autonomamente.

Questa distinzione non è una formalità. Una persona con dolore, problemi articolari, deficit neurologici o difficoltà di equilibrio non dovrebbe interpretare una percentuale di riduzione dello sforzo come un’indicazione clinica. Il dato del 35 per cento deriva da test controllati dichiarati dal produttore e non equivale a una prescrizione. In presenza di condizioni mediche serve il parere di un professionista sanitario, non il consiglio di una recensione tecnologica.

Per l’utente sano, invece, il senso è aumentare la capacità di affrontare attività già possibili: camminare più a lungo, gestire salite con meno affaticamento, portare attrezzatura, conservare energie durante un’escursione. Il confine è abbastanza netto. E secondo me rende il prodotto più credibile, non meno interessante.

Rimane anche una questione di responsabilità personale. Con un aiuto alle gambe si può arrivare più lontano prima di sentirsi stanchi, ma batteria, condizioni meteo e ritorno vanno pianificati come sempre. Se il sistema si spegne, bisogna essere in grado di proseguire. Se il sentiero diventa tecnico, bisogna sapere quando abbassare l’assistenza. Tecnologia o no, la montagna non firma liberatorie.

Per osservare come si sta evolvendo questa giovane categoria, su TecnoAndroid è disponibile anche un approfondimento dedicato agli esoscheletri indossabili. Qui, però, il giudizio rimane concentrato esclusivamente sul modello provato e sul suo comportamento dopo oltre 50 chilometri.

Funzionalità che fanno la differenza

Al di là dei numeri, le funzioni che ho usato davvero sono poche e ben riconoscibili. La prima è la selezione immediata dell’assistenza dai tasti sul fianco. Sembra banale finché non ci si trova con mani occupate o sporche. La seconda è il riconoscimento automatico del movimento, che durante il passaggio alla corsa ha reagito in modo corretto. La terza è la personalizzazione avanzata della modalità Sport.

Regolare la velocità di risposta consente di scegliere tra un intervento più pronto e uno più progressivo. Il bilanciamento della coppia modifica il rapporto tra gamba destra e sinistra. La direzione dell’assistenza cambia la sensazione dell’impulso lungo il gesto. Sono controlli da impostare con criterio, preferibilmente su un tratto semplice e conosciuto. Modificarli per la prima volta davanti a un gradone fangoso non sarebbe una grande idea.

La modalità Comfort è quella con cui inizierei. Offre un comportamento più facile da capire e lascia il corpo al centro dell’azione. Sport diventa interessante quando si conosce già il dispositivo e si vuole adattarlo a un percorso impegnativo. Nel video, tra 4:08 e 4:31, si vede quanto in profondità si possa intervenire. Non sono regolazioni decorative: se portate agli estremi cambiano davvero il modo in cui la spinta arriva.

La batteria a sgancio rapido è un’altra funzione pratica. Non serve smontare la struttura o aspettare accanto a una presa con tutto l’esoscheletro aperto. Si rimuove il modulo, lo si ricarica e, se si acquista una seconda unità, si può estendere il percorso con una sostituzione. Anche la ricarica inversa a 20 W ha una sua logica: in emergenza la riserva energetica può tenere vivo il telefono.

Mi è mancata una modalità Fitness capace di opporre resistenza al movimento e trasformare il sistema in uno strumento di allenamento. Il motore e la struttura sembrano suggerire quella possibilità, ma sull’unità provata non c’era. Sarebbe una funzione interessante perché allargherebbe l’uso oltre l’assistenza, permettendo di lavorare in modo controllato sulla fatica. Per ora resta un desiderio, non una caratteristica.

E la modalità automatica? Comoda, sì, ma non infallibile per definizione. Nei tratti complessi preferisco sapere quale risposta aspettarmi e, se necessario, selezionare manualmente lo scenario o il livello. L’automazione migliore è quella che si può correggere con un tocco. Qui, fortunatamente, si può.

 

Prezzo e posizionamento

Il prezzo ufficiale è di 1.099 euro. La cifra va letta senza scorciatoie: è alta per chi immagina di usare l’esoscheletro due volte l’anno, molto più comprensibile per chi percorre regolarmente sentieri, lavora in movimento, porta attrezzatura o vuole estendere la durata delle proprie camminate.

Non ci sono, al momento della verifica, molte varianti da confondere. Il modello europeo viene proposto nel pacchetto standard e la scelta reale riguarda piuttosto eventuali batterie aggiuntive e canale di acquisto. Lo si trova sul sito ufficiale NAVEE e su Amazon Italia. Prezzo e disponibilità possono cambiare, quindi conviene controllare la pagina al momento dell’acquisto.

A conti fatti, non lo valuterei in base al costo per watt o al numero di modalità. Il valore dipende dalla frequenza d’uso. Se evita di accorciare escursioni che si vorrebbero fare, aiuta durante lunghe giornate all’aperto o permette di arrivare meno stanchi dopo chilometri di salita, il prezzo può trovare una logica. Se finisce nella custodia dopo l’entusiasmo iniziale, diventa un acquisto molto costoso.

Il supporto alla mobilità quotidiana richiede inoltre una riflessione personale. Non essendo un dispositivo medico, non va comprato come trattamento o soluzione a un problema clinico. Per un adulto autonomo che cerca assistenza durante attività impegnative, invece, il posizionamento è chiaro: tecnologia indossabile specialistica, ancora giovane, ma ormai abbastanza concreta da uscire dalle dimostrazioni e affrontare un sentiero vero.

Avrei apprezzato una seconda batteria inclusa a 1.099 euro? Certamente. Avrei accettato un peso maggiore in cambio? Probabilmente no. Ecco una di quelle contraddizioni con cui, dopo il test, ho fatto pace: la dotazione è essenziale, ma preserva la qualità che si nota ogni volta che lo si indossa, cioè la leggerezza.

Conclusioni

Dopo più di 50 chilometri non ho più dubbi sull’utilità di base del NAVEE EXO S Pro. In salita il supporto c’è, si sente e riduce la fatica muscolare percepita. Non sostituisce l’allenamento, non sceglie dove mettere i piedi e non trasforma un percorso difficile in una passeggiata sul pavimento. Fa una cosa più concreta: alleggerisce una parte del lavoro, passo dopo passo.

Lo consiglierei a chi pratica trekking con frequenza, affronta lunghe camminate, porta attrezzatura o vuole conservare energie lungo percorsi con dislivello. Può essere utile anche al mare o nelle passeggiate quotidiane molto lunghe, se il passo resta abbastanza continuo. Lo sconsiglierei a chi cerca un ausilio medico, a chi ha problemi di equilibrio non valutati da uno specialista o a chi pensa di usarlo solo per brevi spostamenti frammentati.

Il difetto più serio resta la discesa. La spinta perde naturalezza e su terreno tecnico può diventare fastidiosa, al punto che spegnerla è spesso la scelta migliore. Anche la vestibilità merita attenzione: a 1,70 metri sono rientrato pienamente nell’intervallo dichiarato, ma l’assenza della regolazione verticale ha comunque reso delicato il posizionamento sopra il ginocchio. Sono limiti reali. Non note a piè di pagina.

Ma c’è un momento che riassume la prova. Una salita nel bosco, il livello aumentato perché il tre non bastava più, il terreno sporco sotto le scarpe. Continuavo a fare fatica, certo, eppure le gambe non stavano pagando ogni metro come avrebbero fatto senza assistenza. Niente effetto supereroe. Solo più strada con meno fatica.

Quindi? Quindi questo primo esoscheletro consumer di NAVEE è già utile, soprattutto dove il sentiero sale, ma ha ancora margine per diventare davvero completo. La tecnologia è arrivata sulle gambe. Adesso deve imparare a seguirle altrettanto bene quando la strada torna giù.

Recensione TecnoAndroid

La nostra valutazione

Pro

  • Assistenza concreta e ben percepibile in salita
  • Struttura leggera in fibra di carbonio e alluminio
  • Aggancio magnetico e clip rapide molto comodi
  • Batteria removibile con buona autonomia dichiarata
  • Applicazione completa con sei livelli e regolazioni avanzate

Contro

  • Assistenza poco naturale durante le discese
  • Manca la regolazione verticale dei supporti
  • Le fasce possono sfregare durante le camminate lunghe
  • Modalità bicicletta assente nel firmware provato
  • Manca una modalità Fitness con resistenza al movimento
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