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Quaranta gradi all’ombra, sterrato, un sentiero che sale in mezzo agli alberi e una settimana di tempo per capire se un oggetto da 1.999 euro ha senso oppure no. Partiamo da qui, perché il contesto conta più di qualsiasi scheda tecnica. L’Hypershell X Ultra S, nuovo top di gamma della serie X, è un esoscheletro outdoor pensato per chi cammina tanto, non per chi non riesce a camminare. Ci tengo a metterlo in chiaro subito, visto che sul sentiero me lo hanno chiesto in due: non è un dispositivo medico, non sostiene il peso corporeo, non ti fa muovere se non ti muovi già da solo. Fa un’altra cosa. Si sincronizza con le gambe e spinge quando serve, alleggerendo camminata, salita, discesa e perfino pedalata.
Della generazione precedente avevo già scritto una recensione lunga dopo i test sui sentieri laziali, e ancora prima avevo provato il modello PRO X. Quindi arrivavo a questo test con un’idea abbastanza precisa di cosa aspettarmi, e con un pregiudizio: che la nuova generazione fosse un aggiornamento di facciata. Sulla carta, in effetti, sembra così. Stessa potenza di picco, stessi materiali, stesso peso. La domanda vera è un’altra: cosa cambia sotto, nel modo in cui la potenza arriva alle gambe?
Anticipo il verdetto, poi lo smonto pezzo per pezzo nelle prossime seimila battute abbondanti. Cambia parecchio. E si sente proprio dove la vecchia generazione zoppicava.
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Cosa c’è nella scatola
La confezione è di quelle che ti fanno capire subito la fascia di prezzo. Cartone spesso, grafica sobria, e dentro non una vaschetta di polistirolo qualsiasi ma una valigetta rigida sagomata, inclusa direttamente in dotazione. Non è un accessorio da comprare a parte, sta lì, ed è la cosa che ho apprezzato di più nell’apertura. Chi lo usa davvero lo porta in macchina, lo carica nel bagagliaio insieme allo zaino e agli scarponi, e una custodia strutturata a quel punto non è un vezzo.
Oltre al telaio ci sono due batterie e l’hub di ricarica che ne gestisce fino a quattro in sequenza. Poi cavo di ricarica, manuale e garanzia. Nient’altro, e nient’altro serve. Trovo che sia una dotazione onesta, anzi generosa: la seconda batteria da sola cambia completamente il profilo d’uso del prodotto, e su altri modelli della gamma la paghi a parte.
Una nota su come è disposto tutto. I supporti gamba arrivano già agganciati al corpo centrale, quindi non c’è montaggio, non ci sono viti, non c’è quella mezz’ora di libretto illustrato che uno teme aprendo una scatola del genere. Lo tiri fuori, lo apri, lo indossi. Il primo giorno ci ho messo forse cinque minuti tra regolazioni e app, dal terzo in poi ero sotto il minuto.
Design, materiali e sensazione al tatto
Preso in mano dà una sensazione strana, quasi contraddittoria. È freddo, è rigido, ma è leggero in un modo che non ti aspetti guardandolo. 2,5 chili con una batteria montata, che sulla bilancia sembrano tanti e addosso non lo sono affatto, perché il carico scarica sul bacino e non sulle spalle.
La struttura portante è in lega di titanio e fibra di carbonio, con la trama del carbonio a vista sui bracci laterali. Non è finto carbonio adesivo, si vede la texture diagonale, e sotto il sole di agosto brilla in un modo che attira sguardi. Le imbottiture usano un tessuto tecnico che ricorda quello degli zaini da escursione, traspirante, con una finitura interna che tende ad attaccarsi al tessuto dei pantaloni invece di scivolare. Funziona: durante le fasi più intense, quelle in cui accentui il passo e il motore spinge forte, il supporto non è mai migrato dalla sua posizione.
Le regolazioni sono tre. La larghezza sul bacino, con delle slitte laterali dietro la schiena. L’altezza del braccio all’altezza del ginocchio, con due levette che si premono comodamente anche con i guanti. E la cinghia di serraggio sulla coscia, che è quella che va stretta più di quanto istintivamente faresti. Ripeto: più di quanto faresti. Ci torno dopo, quando parlo delle irritazioni, perché lì c’è la chiave del problema.
Esteticamente mi ha conquistato subito, e non era scontato. La generazione precedente aveva un che di ortopedico, questa sembra un pezzo di attrezzatura sportiva. Sul sentiero un signore mi ha fermato per chiedermi cosa fosse, poi ha aggiunto “ma è anche bello”. Non è una recensione tecnica, però qualcosa dice. Chiuso e ripiegato entra in un bagagliaio senza discussioni, e la valigetta lo protegge dai colpi.
Specifiche tecniche
Prima di entrare nel merito dei test, la scheda completa dell’Hypershell X Ultra S così come dichiarata dal produttore. Sui valori certificati da enti terzi, come i tempi di risposta e la percentuale di sincronizzazione con l’andatura, mi devo per forza fidare: non ho strumenti per verificarli sul campo, e chi vi dice il contrario probabilmente vi sta raccontando una storia.
| Specifica | Valore |
|---|---|
| Potenza di picco | 1000 W |
| Coppia motore | 22 N·m |
| Velocità massima assistita | 25 km/h |
| Sistema di controllo | HyperIntuition, risposta dichiarata 0,31 s |
| Sincronizzazione andatura | 97,5% dichiarato, certificazione TÜV Rheinland |
| Modalità adattive | 12 (camminata, camminata veloce, salita, discesa, scale in salita e discesa, montagna, ghiaia, duna, neve, corsa, ciclismo) |
| Modalità operative | Trasparente, Eco, Hyper, Fitness, più Boost |
| Materiali | Fibra di carbonio SpiralTwill 3000 e lega di titanio SinterShell |
| Peso indossato | 2,5 kg con una batteria |
| Batterie in dotazione | 2 da 72 Wh, estraibili e sostituibili a caldo |
| Autonomia dichiarata | fino a 30 km per batteria, circa 88 minuti in uso continuo |
| Ricarica | USB-C fino a 65 W, hub sequenziale fino a 4 batterie |
| Certificazione | IP54 |
| Temperature d’esercizio | da -20 °C a 60 °C |
| App | Hypershell+ per Android e iOS |
| Prezzo di listino | 1.999 euro |
Come è fatto dentro: motori, sensori e il chip che decide tutto
I motori sono due, uno per anca, e lavorano sull’articolazione dell’anca spingendo la coscia in avanti e in alto durante la fase di avanzamento. Non c’è nulla che agisca sul ginocchio o sulla caviglia: il braccio in carbonio scende lungo la coscia e si ferma poco sopra il ginocchio, dove lo fissi con la fascia. Tutta la forza passa da lì.
La novità sostanziale è a monte dei motori. Il pacchetto di controllo che l’azienda chiama HyperIntuition è un sistema che, invece di riconoscere il movimento a stadi separati e reagire di conseguenza, interpreta in continuo posizione, postura, ritmo del passo e variazione di pendenza. Detto così sembra marketing. Nella pratica significa che il momento in cui il motore decide di spingere non è più il risultato di un “adesso stai salendo, quindi accendo”: è una modulazione costante che accompagna il passo mentre lo stai facendo. I numeri dichiarati parlano di 0,31 secondi di tempo di risposta e di una reattività superiore del 64,5% rispetto alla generazione scorsa, con validazione TÜV Rheinland. Sui numeri certificati da terze parti mi devo fidare, ovviamente, io non ho un banco prova per misurare la latenza di un motore brushless. Quello che posso dire è che il microritardo che percepivo prima non c’è più. E questa è la frase che riassume tutto il salto generazionale.
Il pacchetto sensoristico comprende accelerometri, giroscopi, barometro e sensori di temperatura distribuiti. Il barometro merita una menzione, perché è quello che permette al sistema di capire che stai guadagnando quota anche prima che il passo cambi in modo evidente. Sul sentiero, dove la pendenza cambia ogni venti metri e non ci sono transizioni pulite tra piano e salita, si nota.
Poi c’è la parte termica. Con quaranta gradi, sterrato caldo e sole in faccia mi aspettavo che la protezione termica intervenisse tagliando la potenza. Non è mai successo. Nemmeno una volta, nemmeno un messaggio in app, nemmeno un calo percepibile a metà salita. Considerando che l’elettronica dichiara un range operativo fino a 60 gradi, evidentemente il margine c’è davvero. È uno di quei dati che sulla carta leggi e scorri, e che in una giornata come quella diventa la differenza tra un prodotto usabile e un fermacarte da 1.999 euro.
L’app Hypershell+
L’applicazione è disponibile per Android e iOS, e nel corso della settimana non mi ha dato un problema che sia uno. Zero disconnessioni Bluetooth, zero crash, nessuna procedura di pairing da rifare. Ho anche installato un aggiornamento firmware direttamente dall’app, senza collegare nulla a un computer, e la cosa è filata liscia.
La schermata principale mette in alto percentuale di batteria, chilometri percorsi, velocità istantanea e temperatura. Sotto ci sono le modalità, con i pulsanti per alzare e abbassare il livello di assistenza, l’attivazione del Boost e l’accesso alla modalità Hyper e a quella Fitness. Più in basso si sceglie se lasciare lavorare HyperIntuition oppure il riconoscimento del movimento adattivo classico, quello già visto sui modelli scorsi.
La sezione più interessante è il Motion Engine Ultra, dove si entra nel dettaglio: modalità di assistenza, reattività, distribuzione della coppia tra i due motori e gestione della protezione termica. Sono parametri che il novantacinque per cento degli utenti non toccherà mai, ma che ci siano fa piacere, e chi ha voglia di sperimentare ci passa una serata volentieri.
E qui arriva la cosa che mi è mancata di più sulla generazione precedente: i preset personalizzati. Ne ho creati diversi, uno per la camminata nel bosco, uno per la bici, uno per l’uso urbano, ciascuno con nome, note e configurazione completa di potenza e tipo di assistenza. Prima dovevo reimpostare tutto a mano ogni volta che cambiavo scenario, e la cosa mi aveva fatto storcere il naso in fase di recensione. Adesso è risolta, e nel modo giusto. Comodissimi, davvero.
La traduzione italiana è buona. Non perfetta: qualche voce nei menu avanzati sembra passata da un traduttore automatico e resta un po’ criptica, tipo certe diciture sulla gestione del raffreddamento. Niente che impedisca di usare l’app, ma un passaggio di revisione da parte di un madrelingua non guasterebbe. C’è anche un assistente vocale in beta di cui ho letto ma che non ho provato, quindi non ne parlo: quando avrò passato del tempo con quello, semmai, ne riparliamo.
La seconda schermata raccoglie lo storico: chilometri, distanze, dislivello, rampe affrontate, consumo percentuale della batteria e i dati del profilo. È un piccolo diario di attività e, per chi come me tiene traccia delle uscite, è più utile di quanto sembri.
Autonomia: quanto dura davvero
Il dato ufficiale parla di 30 chilometri per batteria e di circa 88 minuti di utilizzo continuo. Sono due numeri che vanno letti insieme e con le pinze, perché dipendono dalla modalità, dalla pendenza e da quanto peso ti porti dietro. I 30 chilometri sono un valore ottenuto in modalità a basso consumo, su percorso favorevole. Nel bosco, in salita, con l’assistenza a livello medio, quella cifra non la vedi.
Nella mia esperienza una batteria copre comodamente un’uscita di un’ora abbondante di cammino misto, con salite e discese continue. Con la seconda batteria in tasca si arriva tranquillamente a coprire una mattinata. E qui sta il punto: il cambio a caldo richiede pochi secondi, si sgancia il pacco, se ne infila un altro, si riparte. Non devi spegnere niente, non devi riconfigurare niente. Sono trenta secondi di sosta all’ombra, il tempo di bere.
Devo però essere onesto su un limite del mio test: non ho fatto una scarica completa cronometrata in condizioni controllate. Ho camminato, non ho misurato in laboratorio, e per l’autonomia in modalità Hyper non ho un numero da darvi. Quello che ho osservato è che in Hyper il consumo accelera in modo evidente, ed è logico visto che i motori lavorano al massimo. È una modalità che ha senso attivare per un tratto specifico, la salita cattiva, il tratto in cui sei stanco, non per tenerla accesa tutto il tempo. Usata così incide poco sul bilancio complessivo.
Sulla ricarica: l’hub gestisce fino a quattro pacchi in sequenza, e l’ingresso arriva a 65 W via USB-C. Se uno si organizza con quattro batterie, tra cambio a caldo e ricarica in parallelo alla giornata, il problema autonomia semplicemente sparisce. Aggiungo che caricarlo con il power bank che già uso per il telefono ha funzionato senza storie, anche se ovviamente più lentamente.
Galleria Fotografica
Una settimana sul campo, tra bosco, bici e marciapiedi
Il grosso del test l’ho fatto vicino al lago di Albano, sui sentieri che si infilano nel bosco. Fondo sterrato, radici, qualche tratto sassoso, pendenze che cambiano di continuo. Circa venti chilometri complessivi nell’arco di una settimana, spalmati su uscite diverse, quasi tutte nelle ore peggiori della giornata perché a quanto pare mi piace complicarmi la vita. Il campione mi è arrivato direttamente dall’azienda, lo dico per correttezza.
La prima uscita è stata quella dell’assestamento. Regoli, stringi, parti, ti fermi dopo cento metri perché la fascia sinistra è più larga della destra, ristringi. Doppio tap sul pulsante, il motore si sveglia con una vibrazione discreta, i LED verdi confermano che sei in assistenza. Poi cammini, e nei primi trenta secondi la sensazione è di essere spinto da qualcuno che ti tiene per le cosce. Non è sgradevole. È solo insolita.
Poi succede una cosa interessante. Smetti di pensarci. La seconda uscita è stata quella in cui ho iniziato a fidarmi: sapere che il supporto arriva, e che arriva nel momento giusto, cambia il modo in cui attacchi un tratto ripido. Parti con un ritmo che normalmente non terresti, e lo tieni. Con un rischio annesso, che ho toccato con mano il terzo giorno guardando l’app: ero andato molto più avanti del previsto senza accorgermene, e il ritorno restava tutto da fare. Non è un difetto del dispositivo, è un effetto collaterale, ma chi frequenta i sentieri farebbe bene a tenerne conto. Al secondo chilometro non registravo più consapevolmente la spinta, registravo solo che stavo salendo senza il fiatone che quella salita mi dà di solito. Questo, secondo me, è il vero traguardo tecnico di questa generazione: la spinta non arriva più tutta insieme, di botto, come una pacca sulla coscia. Arriva distribuita, continua, e il cervello la archivia come movimento proprio.
La discesa è il capitolo che mi ha sorpreso di più. Con i modelli precedenti scendere era la parte fastidiosa: il supporto arrivava in ritardo, e quel ritardo in discesa non è neutro, ti impastoia. Qui c’è una funzione dedicata, il Descend Assist, che frena e accompagna il movimento invece di spingerlo. Ricordo con precisione il punto in cui ho detto ok, qui si sente: un tratto ripido di sterrato con i sassi mobili, quello in cui normalmente cammino di traverso per non scivolare. La gamba scendeva accompagnata, senza quel senso di caduta controllata che ti carica i quadricipiti. Il giorno dopo, e questo è il dato che vale più di tutti, le gambe erano molto meno indolenzite di quanto sarebbero state normalmente. Non fa miracoli, sia chiaro. Ma di energia ne risparmi parecchia, e sulle ginocchia il carico si sente calare.
Poi c’è la parte che non avevo in programma. L’ho provato in bicicletta, vicino casa, quasi per curiosità. E qui la sorpresa vera: il riconoscimento dell’attività è stato immediato, il sistema ha capito da solo che stavo pedalando e ha cambiato modo di lavorare. Pedalare è diventato semplicemente più facile, con la spinta che entra nella fase di discesa del pedale e ti toglie quel carico costante sulle cosce che, su un percorso lungo, è quello che ti stanca. Non me lo aspettavo così riuscito. Se dovessi indicare la funzione più sottovalutata di questo prodotto, indicherei questa.
Terzo scenario, la città. Ci ho camminato normalmente, tra marciapiedi e attraversamenti. Funziona, i gradini li gestisce, ma è il contesto in cui ha meno senso: cammini poco, ti fermi ogni cinquanta metri, e la gente ti guarda. Su questo torno tra un attimo.
Approfondimenti
Naturalezza della spinta: il micro ritardo è sparito
È la voce che pesa di più nel giudizio complessivo. Sui modelli precedenti, per quanto minimo, c’era uno scarto tra il momento in cui iniziavi il passo e quello in cui il motore interveniva. Non ti bloccava, ma lo percepivi, e nelle partenze da fermo o nei cambi improvvisi di pendenza si trasformava in una spinta secca, meccanica, che arrivava un istante dopo il dovuto.
Qui non succede. Le partenze sono la prova più chiara: ti fermi a bere, riparti, e il supporto è già lì al primo passo. Nei cambi di pendenza, che sui sentieri del bosco sono continui, la modulazione segue il terreno invece di rincorrerlo. La differenza tra un sistema che reagisce e uno che sembra anticipare è tutta lì dentro.
Ho anche provato a disattivare HyperIntuition e a tornare al riconoscimento adattivo classico, giusto per confronto. Si torna indietro di una generazione, e si sente. Non è drammatico, il vecchio sistema funzionava, ma dopo due giorni con il nuovo la spinta a stadi sembra grezza.
La discesa e il Descend Assist
Chi fa trekking sa che la discesa è dove ci si fa male e dove si accumula la fatica peggiore, quella eccentrica, quella che ti si presenta il giorno dopo sotto forma di quadricipiti che protestano quando ti alzi dalla sedia. È anche la fase in cui un esoscheletro può fare più danni che benefici, se spinge quando non deve.
Il sistema qui cambia proprio logica di intervento: invece di aggiungere spinta, gestisce l’appoggio accompagnando la gamba verso il basso. Su pendenza forte e fondo instabile la sensazione è di avere qualcosa che ti trattiene appena, quel tanto che basta a non doverti frenare con i muscoli a ogni passo. Sui gradoni naturali, quelli formati dalle radici, il beneficio è ancora più evidente.
Non ho misurazioni strumentali da portare a supporto, solo il riscontro soggettivo di gambe più fresche a fine giornata e molto meno indolenzimento il mattino successivo. Su questo mi fido delle mie sensazioni e di quello che ho letto in giro, che va nella stessa direzione.
Comfort, sudore e la questione pantaloni
Qui arriva il difetto vero, e ci arrivo senza giri di parole. Dopo una ventina di chilometri complessivi, la fascia che stringe appena sopra il ginocchio ha iniziato a darmi fastidio. Sfregamento, arrossamento, e con quaranta gradi e il sudore la situazione non migliora da sola.
Ma, e il ma è importante, dipende quasi interamente da cosa hai addosso. Io indossavo pantaloni corti, cioè la scelta peggiore possibile. La fascia lavora direttamente sulla pelle, il sudore fa da lubrificante, il movimento continuo fa il resto. Con i pantaloni lunghi il problema si ridimensiona parecchio, perché il tessuto fa da interfaccia e la finitura interna dell’imbottitura è pensata proprio per aggrapparsi al tessuto. Consiglio spassionato: pantaloni lunghi, sempre, anche d’estate, anche se sembra controintuitivo con questo caldo.
Va detto anche che le regolazioni sono precise. L’ho fatto provare a persone più alte, più basse e più robuste di me, e in ogni caso il telaio si è adattato senza compromessi strani. L’app, dopo che le inserisci altezza e peso, ti dice direttamente su quale tacca regolare il bacino, e nel mio caso l’indicazione era corretta al primo colpo, senza correzioni manuali. Non è scontato per un prodotto che deve adattarsi a corpi molto diversi.
Il problema zaino
Il pacco batteria sta dietro, all’altezza dei lombari. Uno zaino da escursione, di quelli con lo schienale strutturato e la cintura ventrale, appoggia esattamente lì. Risultato: lo zaino preme sulla batteria, la batteria preme sul bacino, e su percorsi lunghi con carico importante la cosa da fastidiosa diventa scomoda.
Con uno zainetto piccolo, quello da giornata con acqua e poco altro, non ho avuto problemi. Con zaini più grandi il conflitto c’è ed è strutturale, non è questione di regolazione. Chi progetta zaini e chi progetta esoscheletri prima o poi dovranno parlarsi, perché la soluzione a questo non può venire dall’utente.
Se il vostro uso tipico prevede trekking di più giorni con carico pesante, valutate bene questo punto prima di spendere duemila euro. Se invece camminate leggeri, o portate un carico distribuito diversamente, il problema si ridimensiona molto.
La modalità ciclismo
Ne ho già accennato, ma merita spazio suo perché è il risultato che mi ha stupito di più in tutta la settimana. Non l’avevo neanche in programma, l’ho tirato fuori una sera vicino casa più per gioco che per metodo.
Il riconoscimento dell’attività è stato istantaneo. Nessun menu da cercare, nessuna modalità da forzare a mano: sono salito in sella, ho iniziato a pedalare e il sistema ha capito. La spinta si sincronizza con la pedalata e alleggerisce in modo netto la fase di spinta sul pedale, quella in cui la coscia lavora. Su falsopiano la differenza è tangibile, in salita lo è ancora di più.
Un limite pratico c’è: il telaio sulle cosce e la posizione in sella non sono l’accoppiata più naturale del mondo, e su una bici da corsa con posizione aggressiva immagino diventi scomodo. Sulla mia bici, con posizione più rilassata, nessun problema. Ammetto che questa è la funzione che ho testato meno a fondo e su cui servirebbe più tempo per un giudizio definitivo.
Rumore, sguardi e domande sul sentiero
Il motore è molto silenzioso. Ho letto qua e là di ronzii che coprirebbero i suoni dell’ambiente: sinceramente non è la mia esperienza. Nel bosco sentivo gli uccelli, il vento tra le foglie e i miei passi sulle foglie secche. Il motore c’era, ma stava sotto tutto il resto. Se cercate il silenzio assoluto della camminata in natura, sappiate che qualcosa si sente. Se vi preoccupa l’idea di attraversare un bosco con un elettrodomestico addosso, tranquilli, non è così.
Gli sguardi, quelli sì. Le domande erano sempre le stesse tre, in quest’ordine: cos’è, funziona davvero, quanto costa. Alla terza risposta la faccia dell’interlocutore cambiava sempre allo stesso modo. Un paio di persone mi hanno chiesto se fosse un dispositivo medico, se potesse servire a qualcuno con difficoltà motorie, e questa è la domanda su cui vale la pena fermarsi un secondo: la risposta è no. Non è certificato come dispositivo medico, non è pensato per chi non riesce a camminare autonomamente, e usarlo con quell’obiettivo significa uscire dal perimetro per cui è stato progettato. Serve saper camminare, sollevare le gambe e mantenere l’equilibrio da soli. Chiarito questo, il fatto che la domanda arrivi spontanea dice quanto il tema sia sentito.
Preset, controlli fisici e uso senza telefono
Tutto si può fare anche senza tirare fuori il telefono, e questa è una cosa che apprezzo parecchio quando ho le mani sporche di terra. Un click disattiva l’assistenza e ti lascia in modalità trasparente, un altro click la riattiva, e il colore dei LED ti dice sempre dove sei. Doppio click per salire di un livello di potenza, tre click rapidi per scendere. Tenendo premuto i LED diventano rossi e si entra in modalità Hyper, che è la potenza massima.
Hyper è impressionante e va usata con criterio. Il supporto diventa così deciso che, se non assecondi il movimento, ti ritrovi quasi a lottare contro la tua stessa gamba. In salita ripida, per venti o trenta metri, è oro. Tenuta accesa sul piano è sovrabbondante e prosciuga la batteria.
La funzione Boost è la versione ragionevole della stessa idea: uno scatto di potenza aggiuntiva su richiesta, per il tratto difficile, per il gradone alto, per quando devi accelerare. Molto interessante e, a differenza di Hyper, la userete davvero.
C’è anche una modalità Fitness che ribalta la logica: invece di aiutarti, oppone resistenza e ti fa faticare di più, così l’esoscheletro diventa un attrezzo da allenamento invece che un aiuto. Non l’ho usata seriamente in questo test, quindi non vi darò un giudizio che non mi sono guadagnato. C’è, funziona, ed è pensata per chi vuole aumentare lo sforzo invece di ridurlo. Magari ci torno con un test dedicato.
In città: il contesto in cui serve meno
Provare un prodotto solo dove rende meglio è comodo ma poco utile a chi legge, quindi l’ho portato anche tra i marciapiedi, tra semafori e attraversamenti, per capire se ha senso fuori dal sentiero. La risposta breve è: funziona, ma è come usare un fuoristrada per andare a comprare il pane.
Il motivo è nel modo in cui lavora il sistema. Il supporto dà il meglio quando il passo è continuo e ripetitivo, perché è lì che riesce a leggere il ritmo e a sincronizzarsi. In città cammini quaranta metri, ti fermi, riparti, giri, aspetti il verde. Il sistema si adatta molto più in fretta di prima, questo va detto, e le partenze da fermo sono nettamente migliorate rispetto al passato. Ma la fatica che ti risparmia su un tragitto urbano è talmente poca che nessuno spenderebbe una cifra del genere per quello.
Le scale, sia in salita sia in discesa, le gestisce bene e hanno una modalità dedicata. Sui gradini alti, quelli che ti costringono a un passo lungo, il supporto si nota. E qui vedo un uso potenziale interessante per chi lavora in edifici su più piani o per chi porta pesi facendo scale tutto il giorno.
C’è poi la variabile sociale, che sul sentiero è simpatica e in centro un po’ meno. Nel bosco incontri dieci persone e sono curiose. In città ne incontri trecento e ti guardano tutte. Vabbè, se uno ci fa pace nessun problema, però mettetelo in conto: non passa inosservato.
Rispetto alla generazione precedente, con un’ammissione
Devo essere trasparente su un limite metodologico di questa prova: non avevo il modello precedente a disposizione, quindi non ho potuto fare un confronto diretto sullo stesso sentiero, nella stessa giornata, con le stesse condizioni. Il paragone che faccio è a memoria, basato sui test che avevo condotto mesi fa sugli stessi tipi di percorso. Prendetelo per quello che è.
Detto questo, ci sono due differenze che non richiedono un cronometro per essere colte. La prima è la partenza: prima c’era un istante di attesa tra il movimento e la risposta, adesso quell’istante non lo trovo più. La seconda è la discesa, che era il punto debole della scorsa generazione e che qui è diventata quasi un punto di forza.
Sul resto le due generazioni si somigliano parecchio, ed è giusto dirlo: stessa potenza di picco, stessi materiali di base, peso praticamente identico, stesse temperature d’esercizio, stessa certificazione IP54. Chi ha comprato il modello precedente sei mesi fa non deve sentirsi obbligato a cambiare, e chi si aspettava un salto sui numeri della scheda resterà deluso, perché il salto è tutto nel software di controllo e nel chip che lo esegue.
Stavo per scrivere che è un aggiornamento incrementale. Ripensandoci non è la parola giusta: incrementale fa pensare a qualcosa che si nota poco, e qui invece la differenza si sente al primo chilometro. Diciamo che è un aggiornamento invisibile sulla carta e molto visibile sulle gambe.
Tenuta all’acqua e limiti ambientali
La certificazione dichiarata è IP54, che significa protezione dalla polvere e dagli spruzzi. Per un prodotto venduto come outdoor è il punto più discutibile della scheda, e l’azienda stessa raccomanda di non usarlo sotto pioggia battente per non compromettere batteria e componentistica.
Nel mio test la pioggia non l’ho vista neanche col binocolo, quindi su questo non posso dire nulla di sperimentato. Posso dire che la polvere del sentiero, e nel bosco secco di agosto ce n’era parecchia, non ha creato il minimo problema. Sul fronte temperature, invece, la prova l’ho fatta eccome: quaranta gradi reali, sole diretto, nessun intervento della protezione termica. Il range dichiarato va da meno venti a sessanta gradi e, almeno sull’estremo caldo, mi sento di confermarlo.
Resta il fatto che duemila euro di elettronica che non puoi portare sotto un temporale sono un vincolo da mettere in conto. In montagna il tempo cambia in fretta, e la copertina antipioggia dello zaino non basta a proteggere quello che hai addosso.
Prezzo e posizionamento
Il listino alla data di questa prova è di 1.999 euro. Una cifra importante, che colloca il prodotto in una fascia che ancora non ha un mercato di massa, e che va giudicata sapendo cosa ci si mette dentro.
Nella stessa famiglia esistono modelli meno cari, con potenza inferiore, meno modalità adattive, materiali diversi e una sola batteria in dotazione. Chi cammina occasionalmente su percorsi facili trova lì una spesa più sensata. Salendo su questo modello si pagano i mille watt di picco, le dodici modalità comprese quelle per sabbia e neve, la struttura in titanio e carbonio, la seconda batteria e l’hub di ricarica. Chi guarda solo la scheda tecnica potrebbe non capire il delta di prezzo. Chi cammina venti chilometri con lo zaino in una giornata di agosto lo capisce alla seconda salita.
La qualità costruttiva, secondo me, il prezzo lo giustifica. La cura nei dettagli si percepisce ovunque, dalle finiture delle imbottiture alla precisione delle slitte di regolazione. Non è un oggetto alla portata di tutti e nessuno lo compra per necessità. Ma nella sua nicchia, che è quella di chi passa molte ore in piedi o sui sentieri, è un investimento con una logica dietro.
Chi volesse approfondire trova il modello su Amazon Italia e sul sito ufficiale Hypershell. Sulla gamma completa e sulle differenze tra le varianti avevamo scritto anche al momento del debutto europeo della serie e nell’approfondimento sull’aumento di potenza. Il modello della generazione precedente, tra l’altro, era finito tra i vincitori dei TecnoAndroid Awards 2025.
Conclusioni
Una settimana tra i boschi sopra il lago di Albano, venti chilometri di sterrato, una pedalata non prevista e quaranta gradi costanti mi hanno lasciato con un’impressione chiara: questa generazione ha risolto i due problemi che rendevano la precedente un prodotto affascinante ma con un asterisco. La spinta non arriva più in ritardo e la discesa non è più il momento peggiore dell’escursione.
Lo consiglio a chi cammina davvero e spesso. Chi fa escursionismo con regolarità, chi lavora all’aperto, chi porta attrezzatura in giro tutto il giorno, chi ha ginocchia che non perdonano più le discese ripide come vent’anni fa. In questi casi l’Hypershell X Ultra S restituisce energia in un modo che dopo qualche uscita dai per scontato, e che ti manca quando lo lasci a casa.
Lo sconsiglio a chi cammina ogni tanto e su percorsi facili, a chi cerca un aiuto per problemi motori seri, e a chi affronta trek di più giorni con zaini grossi, almeno finché il conflitto con lo schienale non troverà una soluzione. E lo sconsiglio anche a chi va in montagna per faticare, perché in quel caso gli togliete il motivo per cui ci va.
Lo scenario perfetto? Sentiero sterrato, dislivello continuo, zaino leggero, una giornata intera davanti. È lì che duemila euro di carbonio e titanio smettono di sembrare un capriccio da appassionati e iniziano ad avere senso. Poi lo togli, fai duecento metri a piedi nudi verso l’auto e ti accorgi di quanto ti eri abituato. Ecco, quello è il momento in cui capisci cosa hai provato.
La nostra valutazione
Pro
- La spinta è finalmente continua e sincronizzata, senza quel microritardo che rendeva meccanica la generazione precedente
- Il Descend Assist risolve il problema più fastidioso dei modelli scorsi, e le gambe il giorno dopo ringraziano
- Il riconoscimento automatico della bicicletta funziona benissimo ed è la sorpresa del test
- Due batterie, hub di ricarica e valigetta rigida già in confezione, senza accessori da comprare a parte
- Costruzione in carbonio e titanio che si vede e si sente, con regolazioni precise su corporature diverse
- Nessun problema di stabilità software, app tradotta e preset personalizzati finalmente presenti
Contro
- Con pantaloni corti la fascia sopra il ginocchio irrita la pelle dopo una ventina di chilometri
- Lo zaino grande da escursione preme sulla batteria e quindi sul bacino, ed è un conflitto strutturale
- La certificazione IP54 è bassa per un prodotto pensato per l'aperto, niente pioggia battente
- L'autonomia reale in condizioni impegnative è ben lontana dai 30 chilometri dichiarati
- Qualche stringa dell'app nei menu avanzati è tradotta male e resta poco comprensibile


























