In questo articolo Indice dei contenuti 2 sezioni
Il robot umanoide IRON di XPeng non è più soltanto una demo da palcoscenico, perché la divisione robotica dell’azienda cinese ha appena messo in cassa oltre 771 milioni di euro con l’obiettivo dichiarato di portarlo alla produzione di massa entro la fine del 2026. Una cifra che cambia la scala del discorso, visto che finora l’umanoide era stato mostrato più che altro come esercizio di stile tecnologico. Con quella raccolta la valutazione della controllata supera i 5,39 miliardi di euro, numeri che raccontano quanto il mercato creda in questa scommessa. Chi ha seguito le presentazioni ricorderà l’effetto che aveva fatto la prima apparizione pubblica. Alto 178 centimetri, circa 70 chilogrammi di peso, proporzioni tarate su quelle di una persona reale e soprattutto movimenti che non sembravano quelli di una macchina impacciata. Poca rigidità, poco effetto marionetta. Camminata sciolta, gestualità morbida, al punto che qualcuno aveva dubitato che dentro non ci fosse un essere umano travestito.
Una struttura pensata per muoversi come una persona
Il segreto sta nella struttura interna. Lo scheletro meccanico di IRON prende spunto dalla colonna vertebrale umana, quindi non è un blocco unico ma un insieme di segmenti capaci di flettersi e ruotare. Ad accompagnare questa architettura ci sono attuatori progettati per imitare il comportamento dei muscoli, che gestiscono contrazione e rilascio in modo graduale invece di scattare da una posizione all’altra. Il risultato pratico è la capacità di piegarsi, girarsi e mantenere l’equilibrio anche quando il terreno sotto i piedi non è perfettamente piano, condizione che nella robotica bipede resta uno dei nodi più fastidiosi da sciogliere.
Tutto questo, però, serve a poco se il robot deve restare collegato a un cervello esterno. Ed è qui che XPeng gioca la carta più interessante, cioè l’elaborazione fatta interamente a bordo. Dentro IRON lavorano tre chip Turing sviluppati in casa, che insieme arrivano a 2.250 TOPS, quindi migliaia di miliardi di operazioni al secondo destinate ai calcoli dell’intelligenza artificiale. Una potenza che, secondo l’azienda, basta a far girare direttamente sul robot i modelli necessari per percepire l’ambiente circostante, prendere decisioni e muoversi di conseguenza.
Il vero ostacolo si chiama produzione
Niente operatore remoto che pilota da dietro le quinte, niente dipendenza continua da un’intelligenza artificiale in cloud. È una differenza sostanziale, perché un umanoide che ragiona in autonomia può funzionare anche dove la connessione è scarsa e reagisce senza i ritardi tipici del collegamento a un server lontano. Il punto è che l’intera filosofia del progetto ruota attorno a questa indipendenza, e i chip Turing ne sono la condizione necessaria.
Detto questo, la parte difficile arriva adesso. Costruire un prototipo eccellente è una cosa, sfornarne migliaia mantenendo costi accettabili, affidabilità costante e tempi di consegna compatibili con un prodotto industriale è tutt’altra faccenda. La produzione di massa è esattamente lo scoglio su cui si sono arenati parecchi progetti ambiziosi nel settore, e le promesse fatte durante gli eventi pubblici pesano parecchio quando poi bisogna riempire una linea di montaggio.
I fondi appena raccolti servono proprio a questo, ad accelerare il passaggio dalla vetrina alla fabbrica. L’azienda vuole muoversi prima degli altri, e con questa dotazione finanziaria i mezzi per provarci ci sono tutti. Il calendario indica la fine del 2026 come traguardo per vedere IRON uscire dalle catene produttive in volumi significativi, un orizzonte piuttosto stretto considerando la complessità di quello che c’è dentro. Il progetto nasce con l’idea di far convivere il robot con le persone negli spazi di tutti i giorni, motivo per cui dimensioni, peso e naturalezza del movimento sono stati curati fino a questo livello di dettaglio.










