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Xiaomi, utile giù del 42,6%: pesa il caro memorie

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Il conto salato della crisi delle memorie arriva anche a Xiaomi, che chiude il secondo trimestre del 2026 con ricavi ancora sopra la soglia psicologica dei 100 miliardi di yuan ma con una redditività decisamente ammaccata. Il quadro è quello classico di un’azienda che vende tanto e continua a crescere in termini di utenti e dispositivi connessi, mentre sul lato dei costi si ritrova a combattere con un’impennata dei prezzi dei componenti che nessuno, nel settore, è riuscito a schivare.

I numeri, nel dettaglio, raccontano una storia a due velocità. Tra aprile e giugno 2026 il gruppo cinese ha messo a referto 108,9 miliardi di yuan di ricavi, confermando la capacità di superare quella cifra tonda che ormai è diventata una specie di appuntamento fisso. L’utile netto rettificato, però, si è fermato a 6,2 miliardi di yuan, con un calo del 42,6% rispetto allo stesso periodo del 2025. Un arretramento pesante, e va detto anche peggiore delle attese, visto che gli analisti si aspettavano circa 6,6 miliardi.

Il nodo memorie e l’effetto sui margini

Il vero convitato di pietra di questa trimestrale è il costo delle memorie, che da mesi rappresenta il grande grattacapo di tutta l’industria dell’elettronica di consumo. Quando i prezzi di RAM e storage salgono, il colpo si sente subito su chi produce grandi volumi con margini contenuti, e Xiaomi rientra in pieno in questa categoria. Non è una sorpresa, insomma, ma vederlo tradotto in cifre rende l’idea di quanto sia profondo il problema. La marginalità si assottiglia, la crescita dei ricavi non basta più a compensare, e il risultato finale ne paga il prezzo.

Il paradosso è che l’azienda non ha smesso di allargare il proprio ecosistema. Utenti e dispositivi collegati continuano a crescere, il che significa che la macchina commerciale funziona. Solo che funzionare non equivale automaticamente a guadagnare quanto prima, e questo trimestre lo dimostra con una certa brutalità aritmetica.

Smartphone, il reparto più esposto

Gli smartphone restano il cuore pulsante della galassia Xiaomi, e proprio per questo sono anche la divisione più vulnerabile all’aumento dei costi produttivi. I ricavi del comparto sono scesi del 7,5%, attestandosi a 42,1 miliardi di yuan, mentre il margine lordo è passato dall’11,5% all’8,5%. Tre punti percentuali in meno che, su volumi di questa portata, pesano come un macigno.

Sul fronte delle consegne il ridimensionamento è ancora più evidente. Le spedizioni globali si sono fermate a 31,2 milioni di unità, il 26% in meno rispetto a un anno fa. Un numero che colpisce, anche perché arriva in un contesto in cui l’azienda ha comunque tenuto la posizione: Xiaomi rivendica infatti il 24° trimestre consecutivo nella Top 3 mondiale dei produttori di smartphone, un risultato di continuità che pochi possono permettersi di sbandierare.

C’è poi un dato che va nella direzione opposta rispetto al resto e che spiega parte della strategia adottata. Il prezzo medio di vendita, l’ASP, ha toccato un nuovo record. Tradotto: meno telefoni venduti, ma venduti a cifre più alte. Una scelta che serve proprio a diluire l’impatto dei componenti più costosi, spostando il peso del business verso fasce di prezzo superiori invece di inseguire il volume a ogni costo.

Il bilanciamento tra questi due movimenti, prezzi medi in salita e volumi in discesa, è la chiave per capire il trimestre appena archiviato dal gruppo di Pechino.

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