In questo articolo Indice dei contenuti 3 sezioni
Una startup americana vuole usare sciami di droni per aprire varchi tra le nuvole sopra gli impianti fotovoltaici, con la promessa di spingere la produzione di energia solare fino a 30 punti percentuali in più. L’idea suona bizzarra solo finché non si ricorda qual è il limite più banale del solare: se la luce non arriva ai pannelli, non c’è efficienza che tenga. Si possono costruire centrali sempre più grandi, migliorare le celle, gestire meglio l’elettricità prodotta, ma basta uno strato di nubi e la radiazione disponibile crolla. Di solito il cielo viene considerato una variabile intoccabile. Meteoric Technologies ha deciso di trattarlo come un problema di ingegneria.
Come funzionerebbe lo sciame di droni sopra le centrali solari
L’azienda è nata nel 2026 e fa parte della classe estiva 2026 di Y Combinator. Il piano prevede di schierare decine, in prospettiva centinaia, di droni autonomi nei pressi delle centrali fotovoltaiche e di mandarli verso le nubi basse e medie, quelle che stazionano tra 1 e 5 chilometri di quota. Una volta lì, secondo quanto racconta la società, i velivoli interverrebbero sulle goccioline d’acqua senza impiegare prodotti chimici, abbassando la riflettività della nube e lasciando passare più radiazione verso i pannelli. Il primo volo di dispersione su larga scala è messo in calendario per il 2027. Il principio fisico, va detto, non è campato per aria. Numero e dimensione delle gocce influenzano davvero le proprietà ottiche di una nuvola, quindi quanta luce riflette e quanta ne lascia filtrare. Mete Karslioglu, cofondatore e amministratore delegato di Meteoric, ha lavorato proprio su questo terreno durante il periodo a Cambridge, dove sviluppava nebulizzatori di acqua di mare pensati per aumentare la riflettività delle nubi nell’ambito degli studi sul marine cloud brightening. La nuova impresa punta a fare l’esatto contrario.
Quel 13% in laboratorio e il 30% che arriva da un modello
Il dato sperimentale reso pubblico finora è uno solo: 13%. Un prototipo è riuscito a dissipare parzialmente una nube artificiale dentro una camera di prova. Conviene però maneggiarlo con cautela, perché la documentazione disponibile non chiarisce cosa misuri esattamente quella percentuale, quanto fosse grande la camera, quali condizioni ambientali siano state riprodotte, quanti test siano stati eseguiti e con quale margine di incertezza.
Il famoso 30%, invece, non arriva da nessun impianto in funzione. È una stima interna. Sul proprio sito Meteoric calcola un incremento massimo potenziale della generazione annua che oscilla tra il 10% in alcune regioni statunitensi e il 30% nell’area NYISO, precisando che quei numeri poggiano su tipologie di nubi modellizzate. Nella presentazione pubblicata su Y Combinator i fondatori attribuiscono le cifre a un modello di perdite da nuvolosità sviluppato dal team stesso.
C’è poi la questione costi, che nella narrazione dell’azienda pesa quanto la fisica. L’obiettivo non è solo recuperare radiazione, ma farlo con una piattaforma molto più economica di un aereo. Meteoric mette a confronto una spesa compresa tra circa 25 e 55 euro l’ora per i suoi droni elettrici con oltre 1.800 euro l’ora per un velivolo convenzionale. Resta da capire come si tradurrà quel divario quando a volare sarà uno sciame completo, dato che la società non ha ancora indicato quanti apparecchi servano per trattare una centrale né per quanto tempo debbano restare in aria.
Il nodo normativo e l’ambizione sugli uragani
Portare il concetto fuori dal laboratorio significa fare i conti con la regolamentazione aeronautica statunitense. La Part 107 della FAA disciplina buona parte delle operazioni commerciali con piccoli droni sotto le 55 libbre, all’incirca 25 chili, fissando limiti su quota, volo a vista, distanza dalle nubi e numero di velivoli controllabili da un singolo pilota. Se i mezzi di Meteoric rientrassero in quel perimetro, servirebbe adattare il progetto alle regole oppure ottenere le deroghe previste dall’agenzia.
L’ambizione dichiarata, comunque, va oltre il fotovoltaico: ridurre l’intensità di tempeste severe e uragani. Qui il precedente storico invita alla prudenza. Tra il 1962 e il 1983 il programma statunitense Project STORMFURY provò a modificare i cicloni tropicali con l’inseminazione delle nubi, ma studi successivi misero in dubbio che i cali di vento osservati dipendessero dall’intervento e non dall’evoluzione naturale delle perturbazioni. La WMO sostiene tuttora che non esistano prove generalmente accettate della possibilità di modificare questi cicloni.










