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Stripe rinuncia a PayPal: offerta da 53 miliardi respinta

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Il piano di Stripe per mettere le mani su PayPal si è fermato prima ancora di arrivare al dunque, e quella che sulla carta prometteva di diventare una delle più grandi acquisizioni a debito mai viste nel settore dei pagamenti digitali resta per ora sulla carta. Insieme al fondo Advent International, la società avrebbe deciso di lasciar cadere il dossier, almeno in questa fase. Un dietrofront che chiude, momentaneamente, una partita seguita con attenzione da mesi.

La trattativa aveva cominciato a delinearsi a luglio, in un periodo tutt’altro che semplice per PayPal sui mercati finanziari. La capitalizzazione era scivolata attorno ai 40 miliardi di dollari, circa 35 miliardi di euro, una cifra che per un gruppo con quella storia alle spalle raccontava più di mille analisi sullo stato di salute percepito dagli investitori. In quel contesto, un’operazione di acquisto diventava improvvisamente pensabile anche per soggetti che fino a poco tempo prima avrebbero faticato a immaginare un colpo simile.

Un’offerta da oltre 50 miliardi respinta al mittente

Il tandem formato da Stripe e Advent avrebbe messo sul tavolo una proposta vicina ai 53 miliardi di dollari, ovvero attorno ai 46 miliardi di euro, un premio niente male rispetto ai valori di borsa del momento. La risposta, però, è stata negativa. L’offerta è stata respinta e la porta si è chiusa, lasciando ai due potenziali acquirenti la scelta se rilanciare oppure fare un passo indietro.

Secondo le indiscrezioni circolate, l’ipotesi di alzare la posta era effettivamente sul tavolo. Nel frattempo, però, lo scenario si è mosso. E qui arriva il passaggio più curioso dell’intera vicenda, quasi un cortocircuito: la sola prospettiva di un’acquisizione ha finito per rendere l’acquisizione stessa più complicata. Quando il mercato inizia a scommettere su un’operazione del genere, il valore dell’obiettivo tende a muoversi di conseguenza, e ciò che sembrava conveniente a luglio smette di esserlo qualche mese più tardi.

Perché un’operazione del genere faceva rumore

Il motivo per cui la notizia ha attirato tanta attenzione sta nei nomi coinvolti. Da una parte Stripe, cresciuta come infrastruttura per i pagamenti digitali utilizzata da un numero enorme di aziende, dall’altra PayPal, uno dei marchi più riconoscibili quando si parla di trasferimento di denaro online. Due mondi che si sfiorano continuamente ma con approcci differenti, uno più orientato agli sviluppatori e alle piattaforme, l’altro costruito attorno al rapporto diretto con chi paga e con chi vende.

Un’operazione a debito di quelle dimensioni, poi, non è cosa di tutti i giorni. Il coinvolgimento di un fondo di private equity come Advent serviva proprio a rendere sostenibile una struttura finanziaria complessa, con capitali importanti da reperire e un piano di rientro da giustificare davanti ai finanziatori. Numeri che raccontano quanto il settore dei pagamenti resti considerato strategico, nonostante le turbolenze attraversate da alcuni protagonisti storici.

Per ora, quindi, nessuna fusione all’orizzonte. L’espressione usata nelle ricostruzioni è chiara: il progetto è stato accantonato, senza che questo significhi necessariamente un addio definitivo. Le condizioni che avevano reso interessante il dossier a luglio sono cambiate, il prezzo si è spostato e la matematica dell’operazione non torna più come prima. Stripe resta dunque sul suo percorso, PayPal prosegue in autonomia e la trattativa da oltre 50 miliardi finisce nel cassetto delle occasioni sfumate.

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