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Capita a tutti di aprire Esplora File e trovare il disco principale di Windows identificato dalla lettera C:, mai A: e mai B:. Una cosa così ovvia che nessuno ci pensa più, eppure dietro c’è una storia che parte dagli anni ’70 e arriva intatta fino a Windows 11. La spiegazione, detta subito, è che le prime due lettere dell’alfabeto erano già state prese dai floppy disk, e da lì non si sono più mosse.
Il punto di partenza è CP/M, uno dei primi sistemi operativi per microcomputer, molto diffuso verso la fine degli anni ’70. Fu quel sistema a introdurre l’idea di assegnare una lettera a ogni dispositivo di archiviazione, con A: per il primo lettore di floppy e B: per il secondo. Quando Microsoft mise a punto MS-DOS negli anni ’80, ereditò la convenzione quasi senza modifiche, e con la diffusione dei PC IBM il meccanismo divenne uno standard di fatto per tutte le macchine compatibili.
Quando i floppy erano il centro di tutto
All’epoca i dischetti erano il mezzo di archiviazione principale, non un accessorio. I PC IBM originali del 1981 uscivano spesso con due unità floppy da 5,25 pollici, una configurazione che aveva una logica precisa, si avviava il sistema operativo dall’unità A: e si usava la B: per salvare i dati o caricare altri programmi. Un po’ come oggi si tiene un secondo SSD per i file personali, con la differenza che lì si parlava di pochi kilobyte per dischetto.
C’era poi un dettaglio piuttosto curioso. Se il computer aveva una sola unità, il sistema fingeva comunque che ce ne fossero due, chiedendo all’utente di scambiare fisicamente il dischetto. Il DOS trattava lo stesso drive come se fosse doppio e alternava le richieste, prima il disco sorgente in A:, poi quello di destinazione sempre in A:. Macchinoso, certo, ma funzionava. Con l’arrivo dei primi hard disk la situazione si sarebbe potuta riordinare, e invece no. Il PC IBM XT del 1983 fu il primo modello della casa con un disco fisso integrato di serie, e il sistema non rinominò nulla, si limitò ad assegnare al nuovo arrivato la prima lettera libera, cioè C:. Una pura questione di ordine sequenziale. A: e B: restavano riservate all’hardware dei floppy a livello di BIOS e di architettura, e la compatibilità con entrambi andava mantenuta.
Una regola scritta nero su bianco nel 1991
Con MS-DOS 5.0, rilasciato nel 1991, la consuetudine diventò regola formale, il primo hard disk riceve sempre la lettera C:, a prescindere da quante unità floppy siano collegate. Un modo per garantire che sviluppatori e utenti potessero dare per scontato dove si trovasse il disco di sistema. Poi negli anni ’90 arrivarono i CD-ROM, che si presero la D:, e la catena proseguì. Ancora oggi Windows considera A: e B: lettere speciali, con l’idea di fondo che i dispositivi associati possano essere rimossi o non essere sempre presenti. Tant’è che gli strumenti integrati non permettono di assegnare quelle lettere a supporti non rimovibili, e installare il sistema su un disco marcato in quel modo ne impedisce l’indicizzazione.
Perché nessuno ha mai cambiato niente
La sopravvivenza della convenzione fino a Windows 11 si spiega con una parola sola, compatibilità. Decenni di script di installazione, file di configurazione e strumenti di sistema sono stati scritti partendo dal presupposto che il disco di sistema si chiami C:. Toccare quell’equilibrio manderebbe in tilt una quantità enorme di applicazioni. E poi, va detto, ormai tutti si aspettano quella lettera lì, e non esiste nessun vantaggio pratico nel cambiarla.
Vale la pena notare che Linux e macOS hanno preso una strada del tutto diversa, senza lettere, montando ogni dispositivo come una cartella dentro un unico albero di directory. Su Linux un disco può essere /dev/sda e comparire in /mnt/data, su macOS i nuovi volumi finiscono in /Volumes con il proprio nome. La lettera C: resta insomma un fossile vivente di un’epoca in cui i dischetti erano il centro del mondo informatico, una convenzione nata per necessità, diventata standard per inerzia e rimasta al suo posto per comodità.
Fonte: TecnoAndroid








