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Google Pixel 8 invia 348 richieste l’ora ai server Google

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Uno smartphone Android poggiato sul tavolo, schermo spento e nessuna app aperta, continua comunque a parlare con i server di Google: un test indipendente ha misurato una media di 348 comunicazioni l’ora verso infrastrutture Alphabet su un Google Pixel 8 con configurazione standard, ovvero circa 8.362 nell’arco di ventiquattro ore. Non è traffico invisibile o clandestino, ma la fotografia di quanto lavori un sistema operativo moderno quando nessuno lo sta toccando, tra sincronizzazioni, controllo degli aggiornamenti, notifiche push e aggiornamento delle configurazioni. Il report, rivisto dopo alcune critiche sulla metodologia, conta la frequenza dei contatti, non il loro contenuto. I payload protetti da TLS 1.3 restano cifrati e non possono essere ricostruiti guardando i pacchetti da un firewall. Il valore della ricerca sta altrove: nel confronto tra configurazioni diverse sullo stesso hardware, che rende visibile quanto pesino i servizi Google sul traffico in background.

Come è stato condotto il test sul Pixel 8

Sono stati usati Google Pixel 8 da 128 GB collegati a una rete wireless isolata, alimentati via USB Power Delivery, con display bloccato e zero interazione umana per 72 ore consecutive. Nessuna app di monitoraggio installata sul telefono: i ricercatori hanno osservato ciò che passava dal gateway, con un access point collegato a un firewall pfSense, acquisizione tramite tcpdump e analisi successiva con Wireshark e script Python.

Tre eventi sono stati classificati come richiesta in uscita: un nuovo handshake TCP SYN, una query DNS univoca oppure una trasmissione su socket diretto verso indirizzi dell’ASN 15169, uno degli Autonomous System dell’infrastruttura Google. La fetta più grossa arriverebbe da Google Play Services, con oltre 142 eventi l’ora e circa 7,8 MB al giorno. Seguono i servizi di localizzazione con 84 eventi orari e le funzioni di provisioning e configurazione con 48. Google Foto si attesta a 28,5, Search e Assistant a 22, Firebase Cloud Messaging intorno a 15, mentre diagnostica e Crashlytics restano a quota 8.

La documentazione ufficiale dell’Android Device Configuration Service dice esplicitamente che i dispositivi inviano periodicamente informazioni ai server dell’azienda: identificatori di dispositivo e account, caratteristiche hardware, versione del sistema operativo e dei componenti di sicurezza, dati sulla connettività. Tra gli esempi citati compaiono IMEI, seriale, Android ID del Google Services Framework, indirizzi MAC, modello, stringa della build, indirizzo IP e informazioni sull’operatore SIM. Servono, spiega Google, a distribuire aggiornamenti compatibili, individuare attività sospette e bilanciare connettività e consumo energetico. Quel singolo servizio, però, comunica a distanza di giorni: da solo non spiega centinaia di eventi orari.

Notifiche push e localizzazione, due voci che pesano

Buona parte del traffico periodico ha una spiegazione banale. Firebase Cloud Messaging è il canale con cui moltissime app ricevono notifiche anche in secondo piano, e perché arrivino subito il dispositivo deve tenere disponibile una connessione verso Google. La documentazione indica le porte TCP 5228, 5229 e 5230 oltre alla 443, con il dominio mtalk.google.com citato nelle guide sulla configurazione dei firewall. Bloccarlo con un filtro DNS domestico riduce il traffico, certo, ma può far sparire le notifiche di messaggistica, autenticazione e servizi bancari. Anche spegnere il GPS non azzera le fonti utili a stimare una posizione: Android sfrutta scansioni delle reti wireless e Bluetooth, segnali cellulari e sensori per il servizio Precisione della localizzazione, alimentando un sistema crowdsourcing con identificatori temporanei casuali.

Impostazioni privacy e GrapheneOS, numeri molto diversi

Disattivando le opzioni di privacy considerate dal laboratorio, sempre su software Google, il traffico scende da 348 a 194 eventi l’ora, circa il 44% in meno. Si agisce sulla cronologia delle posizioni nell’account, sull’invio facoltativo di dati diagnostici e sulla personalizzazione pubblicitaria, senza rimuovere Play Services. Il Pixel continua infatti a contattare endpoint come device-provisioning.googleapis.com, checkin.gstatic.com e play.googleapis.com. Il cambio di scenario arriva con GrapheneOS, che esegue Play Services come normali applicazioni dentro la sandbox standard, senza privilegi speciali. In quella configurazione il test registra 12 comunicazioni l’ora, circa il 96,5% in meno. Senza Play Services installati, zero eventi verso Alphabet nel periodo osservato, pur restando attivi i server propri del progetto. Gli autori hanno pubblicato anche una blocklist con 42 endpoint rilevati durante le misurazioni.

Fonte: TecnoAndroid

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