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Cinque giorni di lavoro, oltre centomila immagini passate al setaccio e 126 possibili corrispondenze: sono i numeri con cui Interpol ha usato l’IA per restringere il campo su presunti sospetti di terrorismo, nell’ambito dell’operazione battezzata Shams II. Il coordinamento è avvenuto a Tunisi dal primo al 5 giugno 2026, i risultati sono stati resi pubblici il 18 settembre e sul posto hanno lavorato 28 funzionari ed esperti provenienti da undici Paesi. Il punto di partenza sono stati 108.076 fotogrammi estratti da contenuti diffusi online da gruppi jihadisti, dai quali sono emersi 6.362 volti unici.
Che cosa ha fatto davvero l’intelligenza artificiale
Conviene smontare la parola, perché in questo caso l’intelligenza artificiale raccoglie operazioni molto diverse fra loro. Agenti software programmati e script generati con strumenti di IA hanno automatizzato la raccolta e la preparazione dei dati: individuare i volti nei materiali pubblicati in rete, scartare i duplicati, buttare via i file con una qualità insufficiente. Da 108.076 immagini a 6.362 visi utilizzabili, più o meno il 5,9% del materiale iniziale. Tradotto: una mole di lavoro preliminare che sarebbe ricaduta interamente sulle spalle degli analisti.
Il passaggio successivo è il riconoscimento facciale in senso proprio. Una fotografia viene convertita in una rappresentazione matematica dei tratti del volto e confrontata con le immagini di riferimento, il software restituisce candidati in base alla somiglianza. Una somiglianza statistica, però, resta una pista e non una prova dell’identità. Interpol ha spiegato che il proprio processo prevede sempre un esame manuale affidato a funzionari qualificati, che confrontano i tratti distintivi e archiviano il risultato in tre categorie: candidato potenziale, nessun candidato oppure inconcludente. Nel comunicato su Shams II non sono stati pubblicati dati sulle soglie di somiglianza né sui tassi di errore. Va detto con chiarezza che le 126 persone risultano identificate come foreign terrorist fighters nelle banche dati e nelle informazioni a disposizione degli investigatori. Nessuna condanna, nessuna decisione giudiziaria, almeno per ora. Migliaia di immagini sono ancora da elaborare, quindi il bilancio è provvisorio.
Dalla corrispondenza biometrica al fascicolo di indagine
Le immagini e i riscontri vengono integrati nelle banche dati di Interpol per collegare identità, spostamenti, possibili localizzazioni e reti di relazione. Da lì in poi il lavoro torna alle forze di polizia nazionali e, quando previsto, alle autorità giudiziarie competenti. Accanto all’analisi dei volti, l’operazione ha messo in campo strumenti per seguire i finanziamenti in criptovalute, con tre richieste urgenti rivolte a un fornitore di servizi per cripto attività perché comunicasse dati sui clienti.
Hanno partecipato Costa d’Avorio, Ghana, Iraq, Kenya, Malaysia, Nigeria, Filippine, Qatar, Tagikistan, Tunisia e Uzbekistan. Il contenitore è CT TECH+, iniziativa biennale dell’Ufficio delle Nazioni Unite contro il terrorismo e di Interpol, finanziata dagli strumenti di politica estera dell’Unione europea. Sulle garanzie, l’organizzazione afferma che il riesame degli output prodotti dall’IA ha rispettato le proprie regole sul trattamento dei dati, che disciplinano qualità, finalità, accesso, conservazione e controllo. La pagina dedicata al Biometric Hub precisa che i dati biometrici usati per una singola verifica non finiscono automaticamente negli archivi criminali, restano invisibili agli altri utenti e vengono cancellati dopo la ricerca. Qui però la situazione è diversa, perché i risultati di Shams II sono stati integrati nelle banche dati: materiale investigativo selezionato per alimentare dossier, non una verifica temporanea.
I limiti tecnici e il confronto con le regole europee
Le valutazioni del National Institute of Standards and Technology statunitense mostrano che le false corrispondenze possono variare tra gruppi demografici e che illuminazione, angolazione, occhiali e qualità delle immagini pesano sul risultato. I filmati di propaganda recuperati dalle piattaforme online, poi, contengono fotogrammi compressi, volti parziali, riprese lontanissime dai ritratti frontali usati nei test.
L’analisi fatta a Tunisi riguarda contenuti già raccolti, quindi è cosa diversa dal riconoscimento biometrico remoto in tempo reale, quello che confronta i volti ripresi dalle telecamere mentre le persone sono ancora sul posto. Il regolamento europeo sull’intelligenza artificiale sottopone quest’ultimo uso a un divieto generale con eccezioni ristrette, tra cui la ricerca mirata di vittime, la prevenzione di minacce specifiche e imminenti e la localizzazione di sospetti per reati gravi. Non si applica automaticamente alle attività di Interpol fuori dai confini dell’Unione, ma vale come riferimento per le autorità degli Stati membri.
In Italia il tema è già materia di scontro. A giugno del 2026 sono arrivate obiezioni sulla procedura d’urgenza prevista dai decreti attuativi della legge italiana sull’IA e sul suo rapporto con le tutele dell’AI Act, preoccupazioni in parte condivise dal Garante per la privacy, intervenuto sulla videosorveglianza allo Stadio Olimpico di Roma. L’Agenzia dell’Unione europea per i diritti fondamentali ricorda che le immagini del volto sono dati biometrici sensibili e che un errore può colpire in modo diverso alcuni gruppi, soprattutto quando le persone non sanno di essere state sottoposte al confronto.
Fonte: TecnoAndroid








