Volkswagen impiega circa il 60 percento di persone in più rispetto a Toyota, eppure costruisce e vende meno auto della casa giapponese. Un dato che, messo nero su bianco, racconta bene il momento complicato del colosso tedesco. Per anni la sua forza lavoro enorme è stata quasi un vanto, un simbolo di potenza industriale. Adesso somiglia più a un conto salato arrivato sulla scrivania del management.
I numeri parlano da soli e non fanno piacere a chi lavora in Germania. Il Gruppo Volkswagen conta circa 629.000 dipendenti nel mondo, mentre a Toyota ne bastano più o meno 391.000. Nonostante questa differenza abissale, quasi 240.000 persone, i giapponesi hanno consegnato 5,39 milioni di veicoli nella prima metà dell’anno, molto più dei 4,13 milioni di VW. Avere più braccia, insomma, non significa automaticamente produrre di più.
C’è però un aspetto da mettere sul piatto per essere corretti. Volkswagen fa ancora molto più lavoro internamente rispetto a tanti concorrenti, dalla produzione dei componenti fino alla progettazione e allo sviluppo. Questa scelta l’ha resa uno dei giganti industriali del pianeta, ma le ha anche caricato addosso una struttura di costi che oggi diventa sempre più difficile da giustificare.
Tagli in arrivo e una industria che deve cambiare pelle
Il punto è che praticamente ogni casa automobilistica storica è costretta a ripensare il proprio modo di lavorare. I produttori cinesi non sono più imitatori a basso costo, ma rivali globali veri e propri. I profitti in Cina sono sotto pressione, la domanda di auto elettriche non sempre ha rispettato le previsioni, e in tutto questo dazi, costi energetici alti e tensioni geopolitiche non hanno certo aiutato.
La risposta di Volkswagen è stata ampliare in modo drastico i piani di ristrutturazione. Si parla di 140.000 posti di lavoro che potrebbero sparire, mentre l’azienda cerca miliardi di risparmi. E non è l’unica a muoversi in questa direzione. Anche BMW ha annunciato di recente la volontà di ridurre l’organico di circa 8.000 dipendenti, dopo che il rallentamento della domanda cinese ha colpito vendite e margini.
Mercedes-Benz ha scelto una strada un po’ diversa, ma insegue lo stesso traguardo. Oltre alle uscite volontarie, sta tagliando i costi spostando la produzione di alcuni dei suoi modelli più venduti dalla Germania all’Ungheria, dove il costo del lavoro è una frazione di quello di casa.
Nulla di tutto questo vuol dire che l’industria automobilistica tedesca sia finita. Significa però, come ha detto la settimana scorsa ai lavoratori l’amministratore delegato di BMW Milan Nedeljković, che le regole che governano il settore sono cambiate in modo sostanziale. E in questo scenario l’approccio più snello di Toyota rende la vecchia formula di Volkswagen sempre più cara da mantenere.











